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La palude selvaggia: incontro con Benh Zeitlin, il regista di Re della terra selvaggia

Abbiamo intervistato Benh Zeitlin, regista del film sorpresa dell’anno

La palude selvaggia: incontro con Benh Zeitlin, il regista di Re della terra selvaggia

La sorpresa maggiore quest’anno fra i nominati agli Oscar come regista è sicuramente Benh Zeitlin, classe 1982, regista di Re della terra selvaggia. Proprio un anno fa il film iniziò il suo viaggio con la vittoria del Grand Prix al Sundance Film Festival, poi è arrivata la Caméra d'or a Cannes e pochi giorni fa le quattro nomination: film, regia, sceneggiatura non originale e attrice. “Quando l’abbiamo saputo ovviamente siamo esplosi di piacere, ma ci è anche venuto il panico” ha dichiarato Zeitlin, in visita a Roma per presentare il film “cosa possiamo ottenere di più? Mi auguro che possa aiutare il film a girare il mondo”. Schivo, modesto e un po' debilitato da un forte mal di gola, Zeitlin ha ammesso che questo successo gli sta dando la possibilità di “stare in compagnia di registi straordinari con cui sono cresciuto. La cosa più importante per me è conoscerli e parlarci, far parte di una comunità incredibilmente talentuosa che spero ci possa far continuare a fare film nella nostra maniera, un cinema davvero indipendente”.

L’ambientazione è un elemento di grande importanza per Re della terra selvaggia, che racconta di una bambina che viene cresciuta dal padre malato di cuore nelle paludi del sud della Louisiana. Una vita a contatto con la natura, in cui non c’è tecnologia e la sopravvivenza si basa su regole antiche, regole che il padre Wink vuole insegnare alla figlia Hushpuppy prima che la sua malattia lo uccida. Il mondo esterno si trova al di là di una diga e non entra in contatto con questa comunità intimamente connessa: “c’è una relazione reciproca fra natura e uomo, il cibo viene dall'acqua, che nutre anche le piante, ma è sempre l'acqua che durante le frequenti tempeste uccide-ha ricordato ancora il regista- molti hanno parlato del film come della storia di crescita di una bambina che diventa adulta, ma per me voleva essere soprattutto la storia di come impara a convivere con la natura, di come diventa un buon “animale” che impara a rispettare l’ambiente che la circonda, a viverlo con empatia e in comunione, imparando ad apprezzarlo, creando un equilibrio con quello che le dà da vivere”.

Zeitlin rifugge dal tentativo di classificare il film, o di trovare riferimenti o padrini, che siano Malick o Herzog: “non cercavamo ispirazione, ma volevamo raccontare una storia del modo in cui veramente si vive in alcune zone della Louisiana. È diversa dal resto degli Stati Uniti, quando ci vai senti che c’è qualcosa nell'aria che è differente e io ho cercato di catturare un po' di questa diversità. Il termine chiave è libertà. Chi vive lì si è liberato dalla dipendenza da altre persone, sopravvive attingendo solo alla natura che lo circonda. Sono persone molto coraggiose, con valori totalmente diversi. Una volta ho chiesto a degli abitanti perché non si trasferissero invece di lottare continuamente contro la natura, ma loro mi hanno risposto che sono esseri della palude, come quelle piante che crescono solo in un certo habitat e se piantate altrove muoiono”.

La grande forza di questo film sta nella sua protagonista, Quvenzhané Wallis, un vero fenomeno, un miracolo, come dice il regista, che l’ha scelta fra 4000 bambine e ha capito subito che era diversa: “una vera attrice che nei prossimi anni regalerà altre interpretazioni fantastiche”. Durante le riprese aveva sei anni, ora a nove è la più giovane mai candidata come miglior attrice. Zeitlin ha subito capito che non servivano trucchi per comunicare con lei, ma doveva lavorare come con le altre attrici, spiegando le motivazioni del personaggio. L’unica differenza era il linguaggio: “certe volte usavo dei termini che lei non capiva e mi diceva: ehi, ho sei anni, usa parole più semplici. Quando doveva arrabbiarsi aveva creato una scala, da giallo a viola, passando per il rosso. Ma il viola era troppo, diceva, ti do un rosso e già va bene.” Quvenzhané sta affrontando questo successo con grande maturità: “non viene da Los Angeles o New York, pensava che Oscar fosse una persona, ha una famiglia molto seria, nella vita reale non è come Hushpuppy. Ora lei è una attrice, ha imparato come si fa e quando va in televisione sa come interpretare la star.”

Non c'è computer grafica nel film: “volevamo evitare l’uso del computer in un ambiente in cui non c’è tecnologia. Anche gli Aurochs (delle creature preistoriche che la protagonista immagina n.d.r.) li abbiamo creati a partire da animali veri, con qualche trucco e delle miniature, alla vecchia maniera. Abbiamo addestrato dei piccoli maialini vietnamiti, li abbiamo vestiti con dei costumi e li abbiamo ripresi.”

Il film è basato su una pièce teatrale che, dice ancora Zeitlin, “era molto più fantastica, abbiamo avuto un approccio molto più realistico con un sapore di fine del mondo alla Louisiana, un’apocalisse quasi mitologica. Volevo, però, che tutto venisse da Hushpuppy, che lo immaginasse. Non ha riferimenti, né libri né televisione, ma ho pensato che, crescendo in cortile con i maiali, i nemici, i cattivi, potessero essere un’estremizzazione degli animali vicino ai quali vive ogni giorno”.

Re della terra selvaggia, primo film distribuito da Satine con Bolero, che lo ha acquisito in tempi non sospetti, uscirà in sala il 7 febbraio in 25 copie.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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