"La mia commedia fra autodenigrazione, goffaggine e tragedia": Incontro con Valeria Bruni Tedeschi

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"La mia commedia fra autodenigrazione, goffaggine e tragedia": Incontro con Valeria Bruni Tedeschi

Il suo cinema le somiglia molto, è pieno di ironia sgangherata, con sincerità disarmante, sempre colta. Valeria Bruni Tedeschi continua il suo percorso di esorcizzazione personale attraverso il cinema con I villeggianti, il suo quarto film da regista, presentato allo scorso Festival di Venezia. Una famiglia allargata, tanti amici e visitatori occasionali, che trascorrono un’estate in una splendida villa in Costa Azzurra. Un luogo che rimanda all’infanzia familiare della Bruni Tedeschi, che è protagonista insieme a Riccardo Scamarcio, Valeria Golino, Pierre Arditi, l'immancabile musa e madre, Marisa Borini, Noémie Lvovsky, anche co-sceneggiatrice del film.

“Adoro auto denigrarmi, parlar male di me”, ci dice con la solita auto ironia in un elegante hotel del centro di Parigi, mentre a pochi metri sfilano i gilet gialli. “Amo ridere di me e che gli altri mi prendano in giro, in maniera non troppo cattiva, però.

Qual è il rapporto fra la sua vita e la finzione?

È un miscuglio. Prendiamo ispirazione dalla vita e poi ci divertiamo andando in ogni direzione diversa, non essendo più legati al rispetto della verità. La realtà è che ho una sorella, ma in questo film ci siamo molto divertiti a lavorare su una coppia, Elena e il marito, presi da Zio Vania di Cechov. La cosa ci ha divertito e ispirato di più rispetto a mia sorella e al marito nella realtà. Lei è una donna giovane, sposata a un uomo più vecchio di lei, che tutti ammirano ma detestano, con la gente che non comprende come lei sia molto innamorata. È una finzione, ma nella mia vita Zio Vania è reale, così come i suoi personaggi.

La sua vita è quindi una chiave d’ingresso, un punto di partenza?

Non è la mia vita, ma la realtà intorno a me e alle altre due sceneggiatrici, Noémie Lvovsky e Agnès De Sacy. Ci confrontiamo e scriviamo anche ispirati dai film, dai libri o dalle pièce che amiamo. Per esempio, ho letto appena prima delle riprese un libro di Elena Ferrante dal titolo I giorni dell’abbandono che mi ha fatto venir voglia di scrivere altre scene. È il racconto magnifico di una donna che viene lasciata e passa tutta l’estate a Torino con i suoi figli e il suo cane. Il tutto ha fatto irruzione nella sceneggiatura, pochi mesi prima delle riprese.

Nei suoi film racconta storie corali e ci sono tanti incontri, sembra sottolineare la ricchezza che viene dal conoscere qualcuno.

Adoro gli incontri fra due persone che non si conoscono, e magari si innamorano con un colpo di fulmine, o pensano lo sia stato, ma non è vero. Trovo particolarmente bello quando due persone che non sembrerebbero compatibili, con niente in comune, si innamorano, anche se non lo diresti mai; come in Sogno di una notte di mezza estate, talvolta ci si innamora senza che ci sia un perché o una spiegazione. Lo trovo molto cinematografico.

Nel film interpreta un personaggio eccentrico che ritorna con frequenza nella sua filmografia.

Amo molto lavorare con quello che chiamo il mio clown, il luogo in cui la mia goffaggine e la mia tragedia raggiungono il comico. Si lavora molto nelle scuole di teatro sulla ricerca del proprio clown, amo cercarlo nei miei personaggi che, è vero, ridono o piangono troppo forte, balbettano o non riescono a parlare, sono dei personaggi goffi, ma del resto mi sento così nella vita. Amo molto poi lavorare sulla vergogna.

Qual è lo spazio dell’improvvisazione nei suoi film?

Non molto, è tutto molto scritto, anche se ne I villeggianti meno del solito e ci sono alcuni attori molto bravi nell’improvvisare.

Interessante la leggerezza con cui parla di cose molto serie, per lei è catartico?

Non so se sia catartico, né terapeutico, ma spero lo sia per gli spettatori, come capita a me quando esco da un film e ho la sensazione di respirare meglio, di non essere sola, di poter ridere di cose dolorose che mi accadono, che le mie emozioni siano legittime. Tutte cose che fanno bene, molto più che un ansiolitico: in questo senso è terapeutico. A me basta tornare la sera con la consapevolezza di aver lavorato bene, come chi costruisce un mobile. È una sensazione di piccola soddisfazione che dona senso alle mie giornate, ne ho bisogno.

Sembra scegliere i suoi attori con la stessa passione e attenzione con cui si scelgono i compagni di viaggio o di serate a tavola.

Il momento del casting è importantissimo. Cassavetes diceva che rappresenta l’80% di un film, con il 10% per la sceneggiatura, 5% le riprese e 5% il montaggio. Non lo so se è così, ma è essenziale; per me è molto eccitante unire persone spesso molto diverse o che non hanno mai recitato, insieme a degli attori della Comédie-Française o dei bambini.

È anche un film sulla crisi della borghesia, proprio mentre le strade di Parigi sono piene di manifestanti.

Da quando sono nata trascorro tutte le mie vacanze in una grande e bella proprietà in Costa Azzurra. È un luogo che sembra fuori dal tempo, protetto dal mondo esterno, come i protagonisti del film, che hanno l’illusione di non avere contatti con la realtà. Quello che raccontiamo è proprio come sia in un’illusione, perché la realtà entra anche attraverso piccoli dettagli, una trasmissione televisiva, una donna che passa. Come dire, quando vuoi tapparti le orecchie, il rumore del mondo arriva ancora più forte. Mi ricordo di aver visto dei filmini in super 8 girati nella nostra casa delle vacanze prima che ci appartenesse. C’erano immagini di generazioni di persone che si succedevano, che non conoscevamo, quando a un certo punto la data in basso sullo schermo indicava 1942 e abbiamo visto un sottomarino nel mare che passava. È forse la cosa che mi ha più spinto a fare questo film: la sensazione del mondo e dell’orrore mentre queste persone trascorrevano del tempo, placidi, su una terrazza.

I villeggianti è nelle sale, distribuito da Lucky Red.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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