Interviste Cinema

La lotta di un’eroina: Emmanuelle Bercot sul suo thriller 150 milligrammi

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Battesimo nel genere per l’autrice e attrice francese.

La lotta di un’eroina: Emmanuelle Bercot sul suo thriller 150 milligrammi

Non era convinta Emmanuelle Bercot, quando il direttore di Cannes Thierry Fremaux le propose di aprire il festival 2015 con il suo A testa alta; aveva paura di un salto nel buio. Invece quei giorni in Costa azzurra le hanno cambiato la vita. Non solo il film è stato ben accolto, ma è anche tornata a casa con l’inatteso premio di miglior attrice per un altro film, Mon roi di Maiwenn, in cui era protagonista di una dolorosa storia di coppia al fianco di Vincent Cassel.

Figlia di un medico, si considera attrice di teatro, più che di cinema, ma ama tanto dirigere gli attori che nei suoi film non recita mai. “Non avrei più energia”, sottolinea. Difficile crederle, vista la passione ipercineatica con cui ci accoglie a Parigi, nel corso dei Rendez-Vous organizzati da Unifrance. Il suo ultimo film, uscito da qualche settimane con successo in patria, si intitola 150 milligrammi, e sarà in sala dall’8 febbraio. Si tratta della storia vera di una pneumologa, Irène Frachon, che ha denunciato gli effetti letali di un farmaco in uso da trent’anni.

“Ho letto il libro trovandolo appassionante, come cittadina, mentre come autrice mi sono convinta di voler fare il film quando ho incontrato lei. Mi sono detta che sarebbe stata un buon personaggio cinematografico che avevo voglia di raccontare. È una donna eccezionale: non solo ha compiuto qualcosa di incredibile, ma è anche una vera eroina.”

In un momento in cui si tende ad abbassare le braccia, lei racconta di un Davide che sconfigge Golia.

Certamente. Ormai abbiamo la tendenza, io in primis, di metterci sul divano aspettando che le cose si risolvano da sole, al posto nostro. Irène è una donna ordinaria, come dice lei, pneumologa di provincia, con quattro figli, dalla vita banale, la quale, vedendo che nessuno faceva niente per ritirare un farmaco molto pericoloso, si è trasformata in guerriera. È l’esempio di come con la volontà è possibile ottenere grandi risultati e mi fa piacere che molta gente esca dalla sala molta motivata a spendersi per cambiare le cose, con voglia di impegnarsi, senza paura di Golia.

Il personaggio del collega, interpretato da Benoît Magimel, rappresenta questa paura di andare fino in fondo, per cui è anche il personaggio in cui è più facile identificarsi.

È umano, sa di avere qualcosa da perdere, non prende tutti i rischi possibili, ma arriva a buon punto per aiutarla. Pensa sia lo stato a dover prendere l’iniziativa a quel punto, mentre Irène va avanti, ormai sono dieci anni che lotta.

Non è finita, quindi?

No, l’aspetta ancora il processo che potrebbe far condannare penalmente l’azienda farmaceutica.

Come hanno reagito?

In nessun modo. Sicuramente hanno visto il film, ma non hanno detto niente, né durante i cinque anni che ci sono voluti per realizzare il film, né dopo l’uscita.

La scelta dell’attrice è particolare, visto che Sidse Babett Knudsen non è francese, al contrario del personaggio.

Non la cercavo straniera, ma non ho trovato nessuna francese giusta per il ruolo. Non avevo pensato a Sidse, perché non la conoscevo. È stata Catherine Deneuve a parlarmi di lei, mentre stavo pensando di abbandonare il progetto. ‘È la persona che cerchi’, mi ha detto. Ha avuto ragione, il suo lieve accento pone della distanza con la storia reale, quindi crea una finzione. In fondo la sua battaglia è universale.

È un caso che il coraggio ce l’abbia proprio una donna?

Non credo che le donne siano più coraggiose degli uomini; ci sono persone molto coraggiose o codarde, in entrambi i sessi. È vero che Irène ha mostrato ancora più coraggio, affrontando un mondo di uomini: dalle commissioni che mostriamo nel film si vede come ci siano pochissime donne.

Le due, attrice e personaggio reale, hanno lavorato insieme per preparare il film?

No, avevamo come base il libro, poi quello che Irène mi ha raccontato nel corso di ore e ore. Quindi è stata molto presente nella fase di scrittura e di preparazione, non sul versante artistico, per darci informazioni rigorose su tutte le questioni mediche. Sidse non voleva imitarla, quindi l’ha incontrata solo una volta, dopo due settimane di riprese; non voleva che il modello originale influenzasse la sua versione. Dopo è venuta spesso sul set: a quel punto il personaggio l’aveva trovato.

Ci sono delle immagini in sala operatoria molto forti. Erano indispensabili?

Assolutamente sì, perché questa vicenda non restasse astratta. C’è una scena che mostra gli effetti di questo farmaco: ha ucciso delle persone portandole sul tavolo di un’autopsia. Era necessario per rendere giustizia alle vittime.

Il film ha la struttura di un thriller, un genere per lei nuovo. Come s’è trovata?

Ho subito deciso di farne un thriller, proprio per avvicinare un genere che non avevo mai affrontato. Ho dovuto trovare una nuova maniera di girare e dirigere gli attori, cercando altro da loro rispetto al solito, come l’efficacia, il ritmo, utilizzando molte inquadrature. È stimolante fare qualcosa che non conosci. Una messa in scena più classica, rispettando i codici del genere.

Cosa ha cercato di diverso negli attori?

in loro cerco la verità, non voglio che recitino. Mi interessano più loro che il personaggio. In questo caso è stato il contrario e Sidse ha un modo di recitare estremamente espressivo, un po’ all’americana, lontano da quello che cerco di solito, ma per questo film era necessario.

Ha avuto in mente dei film di riferimento per raccontare questa storia?

Molti film di genere, soprattutto Erin Brockovich di Soderberg e un punto di riferimento nel genere come Insider di Michael Mann, sulle industrie del tabacco. Li ho molto visti e analizzati, per vedere come funzionavano dal punto di vista della narrazione e della scrittura.

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