Interviste Cinema

La figlia di Dany Boon in Un tirchio quasi perfetto: Noémie Schmidt e la sua energia

L’attrice svizzera è la protagonista femminile di Un tirchio quasi perfetto.

La figlia di Dany Boon in Un tirchio quasi perfetto: Noémie Schmidt e la sua energia

Occhiali e capelli biondi raccolti in una coda, zaino pesante e vestiti unisex da campeggiatrice; Noémie Schmidt si presenta così a Dany Boon all’inizio di Un tirchio quasi perfetto, dicendo di essere sua figlia, di cui lui non ha mai conosciuto l’esistenza. Facile immaginare come la cosa sconvolga il quotidiano di questo violinista taccagno fino all’inverosimile. Un personaggio che si svelerà piano piano, all’inizio quasi misterioso, interpretato dalla svizzera del Canton Vallese Noémie Schmidt. Appassionata fin da bambino di teatro, ha cantato in un coro per anni, prima di formarsi negli Stati Uniti e a Bruxelles.

Dopo i primi piccoli ruoli viene lanciata nella serie internazionale Versailles, nel ruolo di Enrichetta d’Inghilterra, per poi arrivare alla commedia in Un tirchio quasi perfetto, al fianco del più amato comico francese, il Dany Boon di Giù al nord (e del remake nostrano Benvenuti al sud)

Quando si recita accanto a un comico così noto si è al suo servizio? Nel film lei arriva e scompiglia la vita di suo padre.

Mi interessava proprio questo nel mio personaggio, che lo rendeva anche delicato: ha una doppia natura. Mi piaceva trovarmi di fronte a questa figura di avaro, che ha una storia molto interessante, basti pensare a Molière; in più è la prima volta che Dany Boon è antipatico, arrivo io e non si capisce se sono un personaggio positivo o meno. Bisogna aspettare la fine del film per capire le mie intenzioni. Dany Boon è molto generoso, non mi sono sentita relegata a un ruolo funzionale, il mio personaggio ha un ruolo importante, con la sua giovinezza è l’opposto rispetto al protagonista, è piena di vita, solare. Era un contrasto molto divertente da approfondire.

La commedia non è facile, per lei è stata la prima volta. Come si è trovata?

Sono molteplici gli aspetti, su tutti il ritmo, che nella commedia sono molto importanti. In questo mi ha aiutato lavorare con un regista che ha lavorato nel thriller come Fred Cavayé. Si va molto veloce nel raccontare il mio personaggio, in contrasto con la lentezza del protagonista. È stata una grande scoperta per me. Poi c’è stata la trasformazione anche fisica: è molto più giovane di me, volevo avesse un lato hippie, con grandi ideali; allo stesso tempo è molto delusa da quello che vede. Un personaggio molto forte, quindi difficile. Il pubblico all’inizio la vede come naif, quasi superficiale, non emergono subito le sue contraddizioni.

Il film è stato un grande successo in Francia, cosa l’ha sorpresa nella reazione del pubblico?

Sono stata contenta nel vedere la gente ridere, è quello che volevamo. Poi alla fine in molti si sono commossi: è il motivo per cui facciamo questo mestiere, per veicolare delle emozioni.

Ha recitato nella serie televisiva Versailles, periodo e storia completamente diversa.

È stato un lavoro lungo sei mesi, con i tempi dei costumi, del trucco, le giornate erano infinite, mentre in Un tirchio quasi perfetto c’era più dinamismo, succedeva di tutto, Dany Boon rendeva tutti di buon umore. Un’atmosfera molto francese, mentre in Versailles era tutto americano, anche l’organizzazione, ma in entrambi i casi ho imparato molto e assorbito tanta energia. Mi ha permesso di diventare più completa.

Come mai ha scelto di fare l’attrice? È stata una vocazione precoce?

Ho iniziato a fare teatro a 10 anni, è stato un colpo di fulmine, anche se non mi vedevo certa di una carriera come attrice. Poi a 19 anni sono partita per gli Stati Uniti, dove ho trovato la forza per concentrarmi e fare quello che volevo, andare fino in fondo, ed eccomi arrivata al cinema.

Ha notato differenze nel metodo di lavoro europeo e in quello francese?

Una cosa che mi piace del sistema americano è quella che loro chiamano blocking. Si arriva sul set, si ripete con poche persone: il regista, il direttore della fotografia. C’è molta libertà di proporre, tanta energia creativa degli attori, poi si va al trucco, si prepara la scena e via. In Francia è molto diverso, si va direttamente davanti a tutta la troupe. Mentre amo quel momento più intimo.

Il fatto di essere svizzera cambia qualcosa nel cinema francese? Non essere parigina, avere uno sguardo più esterno.

Già culturalmente c’è grande differenza fra la cultura svizzera e quella francese. È vero anche che mi sono resa indipendente molto presto, mi sento libera, poi la mia famiglia non fa cinema e non sono cresciuta a Parigi. Mi sento straniera in un luogo che non conosco a pieno, il che rende tutto una costante scoperta, sono curiosa. Il fatto di avere uno sguardo diverso da chi è cresciuto qua credo sia un valore aggiunto.

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