Interviste Cinema

La dialettica fra artificio e verità - Todd Haynes e il suo cinema

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Il regista americano ha incontrato il pubblico della Festa di Roma

La dialettica fra artificio e verità - Todd Haynes e il suo cinema

Proprio mentre le quotazioni di Carol per la prossima stagione dei premi sono in crescita, Todd Haynes ha intrattenuto con la consueta intelligenza il pubblico della Festa di Roma. Ospite del consueto padrone di casa, il direttore artistico Antonio Monda, il regista americano ha parlato del suo cinema, ma anche delle passioni che lo hanno influenzato. Autore non prolifico, ha diretto sei film in quindici anni.

Come di consueto nella formula degli Incontri ravvicinati, sono state scelte delle scene dei suoi film, seguite dalle domande del moderatore. Di seguito trovate alcune sue considerazioni

Lontano dal Paradiso (2002)

Mi considero ancora un regista indipendente, per cui non mi pongo l’eventuale difficoltà di rimanere coerente pur lavorando a Hollywood. Anzi, non ci ho mai lavorato, se si esclude con la HBO per Mildred Pierce. In ogni caso credo che l’indipendenza sia una questione di sensibilità. I miei film sono differenti in stile, spesso sperimentano nella forma narrativa, ma la possibilità di restare indipendente mi è regalata da due ragioni: gli attori, che portano loro credibilità e permettono una stabilità commerciale ai film e la mia produttrice, Christine Vachon, che lotta per me.

Douglas Sirk è un’ispirazione per me dal college, dagli anni ’80. È un autore che ha sviluppato una sua idea di cinema forte e il suo nome è diventato sempre più rispettato grazie a critici e teorici del cinema newyorkesi degli anni 70, soprattutto donne, e il contatto con Fassbinder. Il suo è un melodramma radicale che utilizza un linguaggio artificiale per raggiungere qualcosa di vero; qualcosa a cui aspiro anche io, all’aspetto dialettico fra artificio e verità.

Velvet Goldmine (1998)

Non credo sia stilisticamente poi così lontano dai miei altri film. Ho sempre usato un linguaggio artificiale per cercare la verità, un periodo in cui venne sfidata la nozione stessa di identità; il glam fu un periodo unico nella cultura pop, usavano un linguaggio esibizionistico applicandolo al rock, ma venivano da una lunga storia della letteratura e cultura queer. Ho solo ripreso quello che Bowie ed altri facevano creando personaggi di finzione come Ziggy Stardust in un universo parallelo. In comune la resistenza a un modello omologato di identità.

Safe (1995)

Questo è un film che ho scritto non conoscendo Julianne Moore, che iniziava la sua carriera, ma ha letto durante il provino, mentre recitava quello che avevo scritto, me la sono vista materializzarsi nei panni di questo personaggio. Quella con lei è una delle relazioni che definisce la mia carriera, tanto che poi ho scritto Lontano dal paradiso per lei. 

Io non sono qui (2007)

Bob Dylan ha parlato del film in un’intervista su Rolling Stone, un anno e mezzo dopo l’uscita del film, dicendo che lo aveva amato. Ci ha dato i diritti di tutte le sue canzoni poi si è tolto di mezzo. Ma non voleva un biopic tradizionale, ha accettato solo per il tipo di progetto che stavo facendo, sapendo che vari attori, anche Cate Blanchett, lo avrebbero interpretato in varie fasi della sua mutevole carriera. Ogni volta, negli anni ’60, ha ridefinito la sua identità. Tirato per la giacca, si è sempre divincolato: non accettando di essere una grande icona, ha dovuto uccidere la sua identità e ricrearsi costantemente. Il Dylan del 1966, quello della Blanchett, è l’assassino di quello incarnazione dell’ortodossia folk interpretato da Christian Bale, che pensava di avere una risposta a tutto. Per questo finisce per rifiutare ogni possibile risposta a ogni possibile domanda.

Il Dylan di quel periodo, del 1966, era diverso anche da quello del 1965. Prendeva un mucchi di anfetamine, era incredibilmente magro e aveva messo la spina alla chitarra elettrica, saltellava sempre sul palco. Ora tendiamo a dimenticare all'epoca quale impatto ebbe questa trasformazione totale, per cui volevo proporre questo choc e a uccidere il vecchio Dylan doveva essere una donna androgina. Cate Blanchett all’inizio era spaventata, ma sapevo che avrebbe fatto un lavoro fantastico.

Successivamente Todd Haynes ha selezionato due scene di due film da lui molto amati.

L’eclisse di Michelangelo Antonioni (1962)

È un film che ho visto di recente per la preparazione di Carol. Qualcosa in Monica Vitti mi ha ricordato Cate, per il modo in cui veste così elegante. La costumista Sandy Powell ha usato lo stesso taglio d’abito, lo stesso scollo a barchetta. Sono rimasto sbalordito dalla precisione del linguaggio filmico e dall’osservazione del vuoto esistenziale della vita moderna.

La paura mangia l'anima di Rainer Werner Fassbinder (1974)

Douglas Sirk nel 1966 in Secondo amore, suo film preferito, raccontò la storia di una vedova che incontra un giardiniere più giovane e si innamora. Un amore che crea panico sociale intorno a loro, visto che oltrepassava lo standard dei costumi morale dell'epoca. In questo film Fassbinder fa la stessa cosa, raccontando di una donna di modesta estrazione sociale e un turco. La storia più semplice possibile, eppure scatena reazioni a catena e sguardi pieni di aggressività. Fassbinder all’inizio della carriera era molto politico, come altri autori post marxisti degli anni ’60, ma dopo aver analizzato Sirk cambia idea e ricerca la semplicità per trasmettere la verità. Un linguaggio molto diverso da altri cineasti da un contesto simile politicamente come Herzog e Godard.

Infine ha scelto l’inizio di Breve incontro di David Lean, dove una coppia che rimane all’inizio sullo sfondo, apparentemente sembrano solo delle comparse, ma ti rendi poi conto che saranno loro le protagoniste, che il film racconterà la loro storia. Se vedrete, come spero, Carol, vi renderete conto che ho scelto di omaggiarle nella prima sequenza del film. Pensavo fosse un modo molto elegante di segnalare il punto di vista di un autore.

Progetti musicali ancora in vista per lui, niente riferimento al rock, ma al jazz con un film su Peggy Lee, portato avanti insieme a Reese Whitherspoon. A una domanda dal pubblico su Heath Ledger, ha così risposto: “era artista straordinario, lavorava ai suoi progetti con grande sensibilità e grande anima, quella che vive nella figlia Matilda. Gli assomiglia e ogni volta che la vedo mi sembra sia vivo, tanto emana nel suo viso lo stesso incredibile talento. Mi manca e sono contento di aver lavorato con lui.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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