Interviste Cinema

La Cura dal Benessere: la nostra intervista esclusiva a Dane DeHaan

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Il film di Gore Verbinski è da oggi nei cinema italiani.

La Cura dal Benessere: la nostra intervista esclusiva a Dane DeHaan

Dopo il successo della prima trilogia de Pirati dei Caraibi e il grosso fallimento di The Lone Ranger, il regista Gore Verbisnki è tornato al cinema con un progetto molto più personale e bizzarro, il thriller fantastico La cura dal benessere (A Cure for Wellness). Come protagonista ha scelto il talentuoso Dane DeHaan, uno dei giovani attori più stimati nell’odierno panorama cinematografico americano. Noi di Comingsoon.it abbiamo incontrato DeHaan a New York, dove ci ha raccontato l’esperienza di girare questo film e non solo…

Il personaggio di Lockhart all’inizio de La cura dal benessere non sembra essere in un buono stato, i vestiti troppo larghi e il grigio del suo aspetto lo rendono in qualche modo inquietante. Come ha lavorato con Gore Verbinski alla sua estetica?
Molto l’ha deciso Gore, è un regista che ha una visione ampia e allo stesso tempo precisa. Si è occupato personalmente di trovare i costumi adatti per rappresentare lo stato interiore confuso e spiazzante di Lockhart. Volevamo che sembrasse non essere a proprio agio, è un giovane che ha raggiunto presto una buona posizione nella società per cui lavora ma gli è costato molto. Dovevamo comunicare questo a livello visivo, soprattutto all’inizio del film.

Come ha lavorato per arrivare la cuore del personaggio?
Sono partito dal suo lavoro, che all’inizio del film per lui è la cosa più importante. Quindi mi sono documentato sui giovani rampanti di Wall Street, un ambiente piuttosto pazzo dove devono essere pronti anche a quella giovane età a rinunciare a quasi ogni cosa, soprattutto una vita privata, per il bene della compagnia. Vengono addestrati a fare soldi come se si trattasse di soldati. E’ inquietante. Chi è dunque questo Lockhart che lavora più duro di tutti e si spinge al limite delle proprie facoltà per il successo? Quella è stata la mia porta d’entrata per il ruolo.

C’è qualcosa in questa figura in cui in qualche modo si riconosce?
Non mi sono relazionato molto a lui in realtà, la sfida principale per me nell’interpretarlo era creare una psicologia a cui puoi avvicinarti ma che tutto sommato neppure ti spiace vedere torturata. Se al pubblico Lockhart fosse solamente simpatico allora proverebbero semplicemente pena per lui, e non è questo che il film cerca di creare. In un certo senso gli spettatori devono pensare: “E’ uno stronzo, ma è il nostro stronzo.”

C’è stato un momento durante le riprese che l’ha messa a dura prova? Alcune scene devono essere state fisicamente impegnative, non solo a livello fisico…
La cosa più difficile è stata recitare in ogni singola scena, e me ne capitano di cose! Alcuni film sono faticosi a livello fisico, altri invece ti mettono alla prova psicologicamente, questo lo è stato sotto entrambi i punti di vista. Per lunghi tratti della sceneggiatura mi muovevo senza dire una sola parola, poi all’improvviso avevo pagine e pagine di dialoghi. Per tutti i cinque mesi di lavorazione è stata una sfida continua e molto, molto varia…

Avete girato in film in Germania, giusto?
Esatto, e mi è piaciuto molto. Ultimamente ho lavorato parecchio oltreoceano, è sempre meglio girare in location vere. Berlino è una città magnifica, e tutti i castelli adoperati per svariate scene erano meravigliosi. Gran bella esperienza.

Ne La cura dal benessere interagisce con uno dei miei caratteristi preferiti a Hollywood, Jason Isaacs. Come avete lavorato insieme per trovare i differenti toni dei vostri ruoli?
E’ stato divertentissimo, Jason è bravissimo a presentarsi sul set e darti sempre diverse variazioni non solo sul suo personaggio ma anche sulla singola inquadratura. Non è stato difficile essere sempre in sintonia con lui, anche quando dovevamo girare scene in cui ci azzuffavamo. Come me è disposto a dare tutto quando lavora. In un momento poi in cui io dovevo girare la scena in cui vengo torturato nella vasca Jason se ne è andato in vacanza in non ricordo quale spiaggia. Non è stato complicato avercela con lui e mostrare l’attrito tra i personaggi quando è tornato.

In cosa Gore Verbinski è diverso da tutti i registi con cui ha lavorato in precedenza?
Penso sia diverso nella visione di cinema, nella maniera in cui gira. I cinque mesi di riprese, che sono un periodo lunghissimo per girare un film, sono serviti perché Gore è molto specifico nel modo di ideare e realizzare ogni inquadratura, è un processo lavorativo impegnativo che però ti gratifica in quanto lui sa esattamente come spiegartelo e renderti partecipe. Mi ha aiutato a fare in modo che la mia performance contribuisse alla sua idea visiva del film, non mi era mai capitato in precedenza.

Come si aspetta reagirà il pubblico di fronte a un film spiazzante come La cura dal benessere?
In fondo è un thriller psicologico divertente da vedere, perché ha un’anima folle e iconoclasta. Ci sono poi delle domande che il film pone, e penso che ciò lo renda ancora più interessante. Mostra la malattia che affligge la nostra società, l’avidità che il denaro e il potere alimentano soprattutto in Occidente. E’ un problema con cui dovremmo confrontarci molto in fretta.

Lei alterna spesso film indipendenti a produzioni più mainstream. L’approccio a un personaggio per lei è sempre lo stesso, a prescindere dall’entità del budget?
Ci sono differenze enormi nel modo in cui i film vengono realizzati, ma generalmente il modo in cui mi avvicino a un personaggio è molto simile. Ci sono dei meccanismi emotivi e fisici che metto sempre in atto. Certo poi alcune cose cambiano a seconda del tipo di psicologia in cui devo entrare, ma la costante è data dalla ricerca di freschezza e verità. Un film piccolo come Life ad esempio è diverso da questo, che a sua volta è un’esperienza lontana anni luce da Valerian di Luc Besson, che ho appena finito. Alla fine però ciò che cerco è proprio questa varietà, che mi permette di mettermi alla prova come attore, e sotto sotto penso anche come essere umano.

Ero al Comic Con a San Diego quando vennero presentate le prime favolose immagini di Valerian. Cosa può dirci dello sci-fi diretto da Luc Besson?
Anche se tratto da un fumetto come molti franchise di fantascienza sotto tanti punti di vista è un qualcosa di assolutamente originale. Non molti oggi conoscono il comic book da cui è tratto, e il fatto che Luc Besson è il padrone della società che ha prodotto il film significa che non ha dovuto rispondere a nessuno su come realizzarlo. Ha uno stile così personale e senza filtri quando si tratta di fantascienza, lo ha già dimostrato in passato ma con Valerian si è superato. Ha scelto delle soluzioni visive e ha tradotto in immagini delle idee che non gli sarebbero state consentite se il film fosse stato prodotto da un altro studio. Spero che il pubblico inizi ad avvicinarsi anche a film più originali come la cura dal benessere o Valerian.


In carriera ha già affrontato la sfida di molti generi cinematografici. Ce n’è uno che vorrebbe sperimentare in futuro?
Vorrei davvero provarli tutti, questo è uno dei miei obiettivi principali per il futuro. Non ho ancora fatto un musical, penso mi divertirei un mondo. Mi piace non sapere cosa mi aspetta come prossimo progetto, è un modo per tenere il mio lavoro fresco, e penso che anche il pubblico apprezzi questa indeterminatezza in un attore.

E registi con cui vorrebbe lavorare nei prossimi anni?
Wes Anderson, Paul Thomas Anderson, Christopher Nolan, Xavier Dolan, Martin Scorsese. Ce ne sono tanti altri che adesso non mi vengono in mente ora. Però proverò a lavorarci in seguito, adesso voglio prendermi una pausa perché sto per diventare padre e intendo assaporare ogni momento di questa nuova esperienza.

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