Interviste Cinema

"La celebrità non mi spaventa più": Kristen Stewart racconta la sua Seberg a Venezia 2019

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Film biografico sull’attrice americana celebre in Francia diretto da Benedict Andrews, presentato fuori concorso a Venezia.

"La celebrità non mi spaventa più": Kristen Stewart racconta la sua Seberg a Venezia 2019

Vedere negli anni le apparizioni ai grandi festival internazionali di Kristen Stewart, specie qui al Lido, vuol dire notare l’evoluzione di una adolescente timida e dal talento innato sbocciare in una donna serena, sempre schiva, ma enormemente più aperta alla comunicazione con gli altri, con i giornalisti, con i suoi fan. Il suo più o meno esplicito coming out l’ha liberata, probabilmente, lo si vede anche nella scelta dei suoi film e la sempre maggiore consapevolezza della sua femminilità. Prima dell’imminente sfida mainstream con il nuovo Charlie’s Angels, si è misurata con una delle icone della nouvelle vague, l’americana spesso attiva in Francia Jean Seberg, resa immortale dal suo ruolo in Fino all’ultimo respiro di Godard e dal suo capello biondo molto corto.

La Stewart si è presenta oggi a Venezia con il capello sempre platino, ma più lungo e con una ricrescita bene in vista, incontrando la stampa alla Mostra, dove il film del regista teatrale Benedict Andrews è presentato fuori concorso. Una vita infelice, quella della Seberg, perseguitata per anni dalla FBI per il suo sostegno alle Black Panther, e segnata da una depressione che l’ha portata varie volte a tentare il suicidio, fino alla morte, in Francia, esattamente 40 anni fa, il 30 agosto 1979.

La celebrità all’inizio mi ha spaventato molto, non lo nego”, ha detto la Stewart ricordando gli anni della saga di Twilight e dell’improvviso sconvolgimento della sua vita. “Quando ero più giovane ero più insicura, mentre ora mi sento pronta a tutta, anche ad affrontare la popolarità. Sono orgogliosa delle persone con cui ho lavorato recentemente, voglio che il pubblico veda le scelte che ho compiuto, non mi intimidisce più, né ci penso su troppo. Non voglio privarmi di esperienze centrali, penso di aver fatto molte cose in base all’istinto nella mia carriera, mi sembra ora di poter vivere in maniera naturale quello che accade. Non mi nascondo, ma non frequento i social. Per un po’ di tempo ho pensato che dovevo proteggermi da un’attenzione che può cacciarti in un buco, ma ora non sento più tutto questo.”

La Seberg, come il film racconta, venne letteralmente perseguitata, non tanto dall’occhio del pubblico, ma dalle orecchie e dagli occhi dei microfoni e delle telecamere dell’FBI nella deriva liberticida degli anni ’60 e di J. Edgar Hoover. La colpa? Avere pubblicamente dimostrato simpatia per le Black Panther. 

“Aveva una fame di arrivare fino agli spettatori sbalorditiva”, dice l’attrice della Seberg. “Aveva un’umanità davvero compassionevole, in un periodo in cui la gente non aveva spesso lo stomaco per impegnarsi. Lei voleva con tutta sincerità unirsi al movimento per i diritti civili e cambiare il mondo. Non grido alla gente le mie idee politiche, ma sono molto evidenti, non è difficile per me portare avanti le mie convinzioni, emerge dalle conversazioni che ho nel mio lavoro. È una forma di interazione che amo, sono così fortunata di avere questa opportunità.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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