Interviste Cinema

La casa: "non contate di vedere il solito remake" - intervista al regista Alvarez

Abbiamo incontrato e intervistato Fede Alvarez, il regista di La casa remake del celebre film di Sarm Raimi che uscirà sui nostri schermi il 9 maggio prossimo

La casa: "non contate di vedere il solito remake" -  intervista al regista Alvarez

Un cortometraggio di fantascienza messo su Youtube può cambiarti, se non la vita, senz’altro la carriera.
Così è successo al trentacinquenne uruguayano Fede Alvarez: quando Sam Raimi ha visto il suo Panic Attack – un’invasione di robot alieni diretta contro Montevideo – ha capito che era lui l’uomo giusto per un progetto a cui teneva moltissimo: il remake del suo cult La casa (Evil Dead). Da questa collaborazione è venuto fuori uno degli horror più freschi e coerenti degli ultimi tempi. E’ proprio Alvarez a raccontarci il suo nuovo lungometraggio, che va ben oltre il semplice rifacimento.

Cosa ti ha spinto ad accettare di rigirare un classico così amato dai fan dell’horror?
Non prenderla come una critica ma il film originale non era perfetto, tutt’altro. Aveva una sceneggiatura che lasciava oscuri molti punti. Non avevano soldi, hanno improvvisato molto e la storia originale non era veramente stata esplorata come meritava. Voglio dire, non è che ho fatto il remake di un film perfetto come L’esorcista, o di altri horror ben strutturati come Il presagio, opere che sono efficaci ancora oggi. Per me le storie di ossessione rimangono quelle più spaventose da mostrare, volevo ricostruire la trama di La casa raccontandola in mnaiera più compiuta.

Rispetto all’originale avete cambiato molto nella sceneggiatura…
Fare un remake non dovrebbe significare raccontare nuovamente l’identica storia, non funzionerebbe. Bisogna cercare le idee migliori, la chiave principale per cui il film è diventato un cult e tenere solo quello perché il pubblico è cambiato, la fruizione è totalmente nuova, ogni horror deve essere inserito nel suo tempo e in un contesto sociale diverso. Alla fine credo che il budget per questo genere non sia un elemento fondamentale. Quando la gente viene a vedere un horror non si preoccupa di quanto è costato, quello che conta è se la storia spaventa o meno. La produzione è secondaria, non cambia la percezione del pubblico.

Come avete scelto di eliminare il personaggio-cult di Ash?
Non potevamo riproporre semplicemente Ash, sarebbe stato un errore prendere un attore nuovo e metterlo in un ruolo così amato dagli spettatori. Appena abbiamo iniziato a scrivere il film abbiamo capito che sarebbe stato un disastro. Ci sono delle magie al cinema, delle alchimie che semplicemente non si possono riproporre, non importa quanto siano belli i film o bravi gli attori. Poi ci sono le storie che scrivi, che spesso ti portano dove vogliono loro: abbiamo capito che la trama principale riguardava il rapporto tra David e sua sorella Mia, e che sarebbe stata lei l’eroina del film.

La collaborazione con Sam Raimi e Bruce Campbell ti ha creato problemi?
Nessuno. Mi hanno dato molta libertà perché sanno benissimo quanta pressione nociva può mettere un produttore. Sam si è messo al servizio della mia visione una volta che avevamo concordato le linee principali. Ha collaborato alla scrittura ma soltanto dopo che gli mandavamo i draft che noi avevamo scritto, ci rimandava il testo con note molto utili. Durante le riprese non è mai venuto sul set, il produttore Robert Tapert si presentava una volta a settimana circa, hanno cercato in tutti i modi di non mettermi in difficoltà e farmi prendere le mie decisioni con la massima serenità, è stato gratificante. Questo era lo spirito dell’originale La casa, e questo era ciò che Sam e Bruce volevano ricreare.

Sono rimasto positivamente colpito dall’assenza quasi totale di effetti computerizzati…
Prima di tutto è una questione di gusto. Mi piacciono gli horror che sembrano reali, e il CGI adesso non fa paura, la mente umana ancora non lo registra come veramente spaventoso. Gli effetti meccanici riescono ancora a superare la barriera della sospensione dell’incredulità. La gente sa che non è vero ma ancora si copre gli occhi e salta dalla paura, oppure storce il naso di fronte al sangue che zampilla. C’è ancora questa connessione con i vecchi trucchi che il computer, applicato all’horror, ancora non riesce a stabilire. Per me un buon film è come un buon sogno, e ogni decisione sbagliata ti trascina via da esso: il compito del regista è di tenertici dentro per più tempo possibile, il che può voler dire anche anni. Il CGI invecchia molto precocemente, e io voglio che il mio Evil Dead rimanga fresco per molto tempo. Avrei potuto evitarmi molte complicazioni adoperando gli effetti al computer: basta lavorare in post-produzione e si risparmia moltissimo tempo in fase di riprese. Ma tra qualche tempo sarebbe risultato posticcio: forse non un anno, ma tra cinque sicuramente. Per alcuni effetti abbiamo dovuto impiegare anche un giorno intero per una sola inquadratura, e si rischiava di perdere un sacco di soldi se non fosse andata bene, ma è un rischio che mi sentivo di correre e alla fine ne è valsa la pena.

Di sangue finto per questo La casa ne avete usato…
Non so se è il film che contiene più sangue nella storia dell’horror ma potrebbe esserlo. Uno dei film più sanguinolenti per me è stato Brain Dead (Splatters gli schizzacervelli) di Peter Jackson. Avevamo alcuni membri del cast tecnico che avevano lavorato a quel film, e mi hanno assicurato che la quantità di sangue usata era una bazzecola in confronto alla mia. Solo per la sequenza finale, quella in cui piove sangue, abbiamo adoperato circa 50.000 galloni.

Cosa puoi dirci sull’aspetto religioso che questo nuovo La casa contiene?
Vengo da una famiglia cristiana, mia madre va in chiesa ogni domenica. Io stesso penso di credere in Dio, soprattutto perché molto spesso mi trovo a implorarlo quando qualcosa nella mia vita o nel mio lavoro non funziona. Penso che l’aspetto religioso in un film horror aumenti la paura: il diavolo, i demoni e cose del genere toccano nel profondo l’inconscio umano. Nel libro che scatena il male in La casa abbiamo adoperato i nomi di demoni di svariate credenze religiose. Quello che conta alla fine è che ogni storia di possessione alla fine si trasforma in una storia di redenzione: i protagonisti non possono nascondere i propri peccati, perché il demone ti guarda dentro e li scoperchia. E questo fa molta paura, perché noi di solito tentiamo di dimenticare o occultare i nostri errori, e il potere del Male è proprio quello di usarli contro di noi e contro quelli che ci sono accanto. In realtà l’obiettivo dei demoni, prima di uccidere le loro vittime nel mio film, è quello di torturarle: è il tormento degli indifesi la loro principale soddisfazione.

Come è stato girare in Nuova Zelanda?
Avvincente. Robert Tapert (il produttore de La casa, ndr) vive lì e lavora con una grande crew: insieme hanno realizzato molte cose tra le quali Xena, Hercules e adesso la serie di Spartacus. Per me la parte migliore è stata andare nei boschi e dare al f



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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