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La Brexit, il fallimento laburista e l’umanità del vicino: Ken Loach a Locarno

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Il regista britannico ha presentato I, Daniel Blake vincitore della Palma d’oro.

La Brexit, il fallimento laburista e l’umanità del vicino: Ken Loach a Locarno

Ken Loach ha scaldato i cuori e inumidito gli occhi dei migliaia di spettatori della Piazza Grande di Locarno. Ha presentato I, Daniel Blake, che lo ha iscritto al ristretto club dei vincitori di due palme d’oro a Cannes. “È stato un bel momento, ma non è ci pensi sempre. Però ci è stato utile tornando a casa - in occasione dell’uscita del film - dove la stampa di destra ci ha trattato molto male, ma il riconoscimento di Cannes ha aiutato a farci prendere sul serio, a considerare il film qualcosa di più di quello che a destra hanno definito il solito mio film triste”.

Nel frattempo ha compiuto 80 anni e non manca di conquistare un pubblico fedele con i suoi film impegnati, dolorosi manifesti di una società sempre meno inclusiva. Nel suo film, in uscita in autunno in Italia, segue le vicende di un carpentiere, da poco vedovo, vittima di problemi cardiaci e per questo costretto a smettere di lavorare. Il suo viaggio nei meandri degli uffici del lavoro per ottenere il sussidio, dimostrando di non poter più esercitare la sua professione, diventa un viaggio kafkiano in un labirinto di burocrazia privatizzava e disumanizzazione totale nel rapporto fra cittadino e istituzioni.

“Molte persone affrontano situazioni simili, soprattutto in Europa dove c’è una burocrazia studiata per farti impazzire e derubarti delle tue entrate. Se devi reclamare con una banca ti fanno premere mille pulsanti finendo sempre nel posto sbagliato, dopo un’ora in attesa al telefono. È qualcosa di comprensibile da tutti, anche se devi essere specifico per poter essere universale. Non puoi fare un film in una generica area industrializzata, deve essere da qualche parte, e io ho scelto il nord dell’Inghilterra, Newcastle.“

Il protagonista che ha scelto per questa tragica storia, Dave Johns, è un attore di cabaret, un comico.

Avevamo bisogno di un uomo di estrazione proletaria che venisse da Newcastle, ne abbiamo visti molti e lui era il migliore. Come comico devi stabilire un rapporto comunicativo con il tuo pubblico, devi essere sincero, non puoi mentire, altrimenti lo perdi. Molti comici vengono dalle classi umili e molta comicità viene dalla povertà. Ho sempre trovato fosse una buona combinazione.

Nel film c’è un contrasto fra l’essere umano e la burocrazia, ci sono anelli di questo sistema che si rifiutano di agire in maniera asettica e prestano la loro umanità al protagonista in difficoltà.

Una delle donne che lavora all’ufficio del lavoro lo aiuta, è inevitabile. Tutte le persone che interpretano dipendenti di quella realtà lo sono stati anche nella vita, ma si sono dimessi perché sono ormai dei posti intollerabili. Venivano obbligati a fare del male alle persone.

Parlando di burocrazia, è stata una delle accuse che hanno portato alla Brexit. Una scelta che ha scioccato noi europei, che non riconosciamo più una Gran Bretagna in pieno sbandamento. Cosa ne pensa?

Rivela cose brutte. Insomma, sappiamo che i politici mentono, ma le proporzioni delle loro bugie e della loro capacità di essere subdoli è scioccante. La stampa di destra si è barcamenata in territori molto prossimi al razzismo, giocando con le paure genuine della gente. Ha incoraggiato la xenofobia.

I, Daniel Blake sarebbe stata una storia diversa, se raccontata ora dopo la Brexit?

No, la stessa, solo in un contesto economico che peggiorerà a causa dell’uscita dall’Europa. Già stanno parlando di ridurre la corporation tax, il che vuol dire meno soldi da spendere per i servizi sociali, la salute e l’educazione. In breve, come al solito a soffrire sarà la classe operaia. Le cose stanno sicuramente peggiorando rispetto agli anni 50 e 60, in cui molte cose cose andavano male - non fu un’età d’oro - ma la gente poteva almeno contare su un lavoro sicuro. Le ferrovie erano pubbliche, così come l’energia e l’acqua, il meglio che potesse offrire la social democrazia; è per questo che io sono più a sinistra, perché ha fallito. Sicuramente era un periodo migliore dell’attuale e la percezione era che il bene pubblico andava supportato. Poi arrivò la Thatcher e contò solo la prosperità personale.

Pensa che la Brexit abbia rappresentato un fallimento anche per l’establishment culturale: i media, gli artisti, gli intellettuali, non sono riusciti a far cogliere alla gente l’importanza di restare in Europa.

È complicato. Il problema è che il dibattito è stato condotto dalla destra e riguardava solo la burocrazia, gli immigranti, le restrizioni europee. La sinistra ha cercato di dire che l’Unione europea è un progetto neoliberale delle grandi corporation che spinge verso la privatizzazione, basti guardare cosa è successo in Grecia. In che modo si possono difendere queste considerazioni? Si può solo dire che stavamo meglio dentro l’Europa per i legami più organici con le altre sinistre europee, ma è stato difficile per i laboristi difendere il remain. Dall’altra parte la destra veicolava messaggi diretti di facile presa nei confronti di un elettorato disperato: sono burocrati, ti rubano il lavoro e la casa.

Se dovessimo rintracciare dell’ottimismo in questa storia, mi sembra rintracciabile nella capacità di comunicazione che trovano le diverse generazioni. È forse questo il punto di ripartenza?

Sicuramente, è la realtà delle comunità sociali che aiutano i più bisognosi. La gente che ci lavora è davvero straordinaria e anche in questo caso abbiamo usato donne e uomini che nella realtà fanno quello stesso lavoro. Non sapevano gli sviluppi della scena, per cui le loro sono state reazioni spontanee. La speranza è nell’istinto del proprio vicino di casa, nell’aiutarsi uno con l’altro.

Crede ancora nel ruolo del cinema per cambiare le cose, il mondo?

Quello che che conta è quello che fai quando esci dal cinema. Se incontri un mendicante quando passi per strada che fai? Passi oltre? Attraversi la strada? Il massimo che possiamo fare è suscitare un piccolo sussulto, il sentimento di rabbia dello spettatore è costruttivo.

Ha mai pensato di impegnarsi in politica?

Lo sono facendo film, poi come tutti i cittadini lo sono nella vita quotidiana. Il cinema è un mezzo espressivo così eccitante, è nel fare i film che sta il divertimento. Non sarei un buon politico, ma che tu sia uno scrittore, faccia film o teatro, la cosa importante è veicolare verità fondamentali sulle persone. La politica è lo sporco affare del compromesso, della negoziazione, ma l’arte può fare quello che fa il prete per chi è religioso: delineare i principi basilari entro i quali agisce il vivere comune. Anche se suona pomposo.


foto © Festival del film Locarno

Ken Loach e Dave Johns, protagonista di I, Daniel Blake



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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