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L'uomo sul treno: la nostra intervista esclusiva a Liam Neeson

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Il nuovo thriller diretto da Jaume Collet-Serra arriva nei cinema italiani il 25 gennaio.

L'uomo sul treno: la nostra intervista esclusiva a Liam Neeson

Ormai lo abbiamo visto in tute le possibili declinazioni dell'action. Eppure a sessantacinque anni suonati l'irlandese Liam Neeson ha ancora voglia di divertirsi con il genere. Soprattutto se a collaborare con lui c'è l'amico Jaume Collet-Serra, che l'ha diretto in ben quattro film: Unknown, Non-Stop, Run All Night e adesso L'uomo sul treno, (quasi) interamente ambientato dentro i vagoni del convoglio ferroviario che da New York porta upstate.

Proprio nella Grande Mela abbiamo incontrato l'attore di Schindler's List e Batman Begins. Ecco cosa ci ha raccontato della sua ultima fatica in uscita nei cinema italiani il 25 gennaio.

Cosa l'ha attratta maggiormente del progetto riguardante L'uomo sul treno?
Mi è piaciuta l'idea che da una premessa così semplice, un pendolare che viaggia in treno ogni giorno per andare a lavoro, potesse venir fuori un thriller in grado di raccontare delle scelte che facciamo, delle conseguenze che queste hanno non soltanto su di noi ma anche sulle persone che ci sono vicine, anche se sono estranei. Sono convinto che il pubblico lo apprezzerà, andare a vedere un thriller è come entrare in una stanza buia con degli estranei, devi attivare i tuoi sensi per capire cosa succede, è una bella sensazione. Ovviamente bisogna concedere un po' di sospensione dell'incredulità quando si tratta di cinema d'intrattenimento, ma nei dettagli devi essere il più reale possibile, altrimenti il pubblico non accetterà le altre menzogne che lo spettacolo propone. Se ottieni quello, allora gli spettatori si affezioneranno a quest’uomo disposto a fare cose eticamente discutibili per proteggere la sua famiglia.

E lei cosa sarebbe disposto a fare per proteggere la sua famiglia?
Penso che a ognuno piace pensare che farebbe di tutto, ma nella realtà non vuole veramente sapere dove potrebbe spingersi. Io penso che morirei per i miei figli, sarei disposto a prendermi un proiettile per loro. Ovviamente spero non succeda mai.

E' al suo quarto film con Jaume Collet-Serra. Come avete perfezionato il vostro metodo di lavoro negli anni?
Con Jaume abbiamo un linguaggio molto conciso, ci capiamo senza bisogno di troppe parole e questo mi rilassa enormemente. Eì come se potessi leggere la sua mente quando lavoriamo. Non intellettualizziamo il film, non analizziamo troppo le scene, anche se Jaume è molto attento a tutto quello che succede sul set, non sottovaluta nulla che poi possa diventare un problema al montaggio. Abbiamo girato interamente a Londra, con un solo vagone a disposizione mentre nel film dovevamo metterne in scena sei o sette. E' stato molto difficile per lui organizzare il piano delle riprese e tenere tutto ha mente, ha fatto un lavoro eccezionale.

Come Non-Stop anche L'uomo del reno ha una sola ambientazione principale: cosa comporta girare in un solo ambiente?
Jaume è il migliore nel rendere gli spazi interessanti, che si tratti dell'aereo di Non-Stop o della baia di The Shallows sono ambienti che non diventano mai ripetitivi o ancor peggio noiosi. Il modo di usare la macchina da presa in Non-Stop era innovativo, e in The Commuter (titolo originale del film, ndr) siamo sul treno per il novantacinque per cento del tempo! Jaume sapeva esattamente cosa fare, come ad esempio le differenti versioni della prima scena con il protagonista Michael che va a lavorare ogni giorno. E' un gran lavoro di montaggio, abbiamo girato tutto il materiale in dieci giorni di riprese, ma Jaume sapeva già esattamente come girare e montare ogni inquadratura. Anche se la sua macchina da presa sperimenta molto allo stesso tempo non si mostra mai eccessivamente, lavora sempre e soltanto per servire il thriller al meglio. E sta diventando sempre più bravo. Penso che il prossimo film lo gireremo dentro un armadio!

C'è qualcosa di Liam Neeson che si rivela nel personaggio di Michael McCauley?
Certo. Il fatto è che più vecchio divento vecchio meno mi va di uscire da certi canoni che mi appartengono quando recito. Altri attori invece preferiscono lavorare sugli opposti, come il mio amico Daniel Day-Lewis o Meryl Streep. Io invece amo vedere qualcosa di me sul grande schermo, quando mi batto per qualcosa. Penso che al pubblico piaccia vedere uno spiraglio dell’attore quando si connettono con ruoli come quelli che interpretano, uomini che si impegnano per un obiettivo. Quando ero più giovane mi piaceva nascondermi dietro nasi falsi, barba e altri accessori, mentre più vado avanti con gli anni più mi sento a mio agio nel rivedermi in Michael McCauley e gli altri personaggi.

Il personaggio veste in maniera molto elegante nel film. Ha usato il suo stile per capirlo meglio?
Usato non direi, ma mi ha aiutato a formarlo. Da qualche parte devi cominciare! Ricordo quello che Geoffrey Rush raccontava a proposito della sua interpretazione in Shine, che gli fece vincere l'Oscar: non riusciva a entrare nel personaggio finché un giorno non realizzò quando era basso il vero David Helfgott, e da quel momento tutto gli divenne chiaro. Qualche volta sono gli oggetti a permetterti di definire una psicologia. Nel caso di Michael McCauley è la sua eleganza, la sua compostezza, il fatto che ci tenga a essere visto come un brav'uomo, una persona onesta quale è. Qualche volta ti aggrappi alle piccole cose e ci costruisci intorno la tua sicurezza, la tua verità. E Jaume è bravissimo a fare lo stesso: ovviamente un thriller deve contenere tensione e un po' di caratterizzazione nei personaggi, ma lui ha un occhio particolare nel far trasparire l'umanità dietro il genere. Al contrario di Michael io odio giacche e cravatte. Sono molto casual. Per le premiere o le occasioni di gala mi piace vestirmi Giorgio Armani perché continua a mandarmi questi magnifici abiti, sono molto leale a lui, ma proprio non ce la faccio a farmi andare a genio le cravatte. Dopo la scuola ho giurato loro odio eterno! Sam Raimi ad esempio è l'esatto contrario di me: quando ho girato Darkman con lui sul set indossava sempre giacca e cravatta, come Alfred Hitchcock. Giravamo nel cuore di Los Angeles, faceva un caldo insopportabile, e non si è mai tolto la giacca per rispetto del suo cast tecnico.

Quale è stata la cosa più strana che le è mai capitata su un treno o un aereo?
Non credo mi sia mai capitato nulla che valga la pena raccontare. L'unica volta che ho avuto paura su un aereo è stato quando stavo andando a Toronto con Harrison Ford per girare un film. Lui era al comando, è un ottimo pilota. Ma per colpa di venti troppo forti siamo dovuti atterrare a Montreal. Harrison era calmissimo, o almeno il suo vocione non dava segnali di tensione. Io al contrario…

Se lo sarebbe aspettato di diventare un'icona del cinema d'azione?
Nemmeno nei miei sogni più reconditi. E' stato un puro caso. Anni fa ho incontrato Luc Besson allo Shangai Film festival. Mi raccontò l'idea di Io vi troverò, e anche se non pensavo che volesse me per il ruolo gli ho detto che mi sarebbe piaciuto farlo. Ho fatto pugilato quando ero giovane e mi sono sempre tenuto sufficientemente in forma. Così lo abbiamo girato, tre mesi a Parigi non sono stati male. Ma ero convinto che sarebbe andato direttamente in home video, invece è andato bene in Francia e poi in Corea del Sud. Così la Fox lo ha preso per l'America e ha fatto un gran lavoro di marketing. Da quel momento il film non si è più fermato, fino a ottenere il successo di cui tutti sappiamo. E il mio destino si è compiuto.

Tempo fa aveva annunciato che avrebbe smesso di girare questo tipo di film. Poi è arrivata la smentita. Insomma, la verità sta nel mezzo?
Continuano a spedirmi sceneggiature di film d'azione. Alcune sono discrete, altre proprio non lo sono. Amo lavorare con registi come Jaume, spero di fare il quinto film insieme a lui il prossimo anno. Cerco di non preoccuparmi troppo del fatto che ho… quarantacinque anni

Leggi anche la nostra intervista esclusiva al regista del film Jaume Collet-Serra

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