Interviste Cinema

L’ultima ora di radicalizzazione: Sébastien Marnier ci racconta il suo thriller paranoico

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Un gruppo di ragazzi prodigio in una scuola privata si comportano in maniera sempre più strana

L’ultima ora di radicalizzazione: Sébastien Marnier ci racconta il suo thriller paranoico

Mentre si avvicina la data d’uscita nelle sale, giovedì 4 luglio, arriva una notizia francamente difficile da comprendere, direttamente dalle commissioni di censura. L’ultima ora, thriller francese diretto da Sébastien Marnier, presentato a Venezia, è stato vietato ai minori di 14 anni. Proprio a quei ragazzi, quindi, a cui è dedicato e che in Francia hanno potuto dibattere spesso intorno al tema del film. 

Siamo, infatti, in una scuola privata di élite della provincia francese che viene scossa improvvisamente del suicidio di un docente. A sostituirlo arriva Pierre, il Laurent Lafitte di Elle, un supplente che si rende conto che la classe, composta da pochi allievi particolarmente dotati, si comporta in maniera molto inquietante. In particolare sono sei ragazzi, isolati dagli altri, a rispondere all’insegnante e a voler imporre le proprie idee.

“È stato un progetto dalla lavorazione lunga”, ci ha detto il regista, che abbiamo raggiunto telefonicamente. “Ho letto il libro alla sua uscita, quindici anni fa, quando avevo 25 anni e non avevo ancora fatto poi molto, ma subito ho avuto la voglia di adattarlo, senza riuscire a trovare i finanziamenti, fino a che è si è sbloccato un paio d’anni fa. Mi è rimasta la voglia di raccontare le paure contemporanee dei giovani, ma anche le mie, attraverso un film di genere con tematiche ambientali. Quando poi ho deciso di rimettere le mani alla storia, ho deciso di non rileggere il libro.”

C’è un’atmosfera malata, febbrile e inquietante che scandisce il film, oltre a un caldo torrido opprimente.

Mi piaceva trasmettere queste sensazioni, anche se non siamo alla fine dell’anno scolastico, in estate, ma intorno al mese di marzo o aprile. Una natura ancora verdeggiante, ma già colpita dal sole, che servisse da contrappunto ai film di genere che sono spesso notturni, piovosi. Volevo creare una sensazione di angoscia con condizioni opposte. Amo la pesantezza dei corpi, colpiti dal sudore sulla pelle, che avanzano più lentamente; qualcosa di sensuale in una natura florida, ma che sembra subire una forma di avvelenamento che avanza.

I protagonisti sono un gruppo ristretto di studenti adolescenti, con dei voti da élite di piccoli geni.

L’idea era comunque costruire un film di genere, che si aprisse nei confronti del pubblico e giocasse con i codici. È quello che cerco sempre di fare, da cinefilo molto legato all’horror e al thriller. Rendere questi ragazzi particolari crea da subito uno shock culturale agli spettatori, il fatto che siano molto dotati rientra nella fascinazione che provo per i ragazzi un po’ diversi. Sarebbero potuto essere anche, al contrario, ai margini. Quello che mi interessava era la loro sensibilità, unita a nervi a fior di pelle, per mettere in scena degli adolescenti riuniti in una classe sperimentale, che di suo è una sorta di mostruosità. Il resto della scuola privata è loro ostile, creando una forma di marginalizzazione e di radicalizzazione. Sono le derive legate a una comunità in cui viene negata la varietà sociale e culturale. Il liceo non pensa ai suoi allievi, ma solo ai voti e al buon nome della scuola. I sociopatici e i criminali sono anche loro prodotti dalla società.

Ci sono stati degli autori di riferimento nel lavoro su L’ultima ora?

La parte della scrittura conteneva già un elemento interessante, una specie di avvelenamento, un male invisibile che regnava, in un film corale scolastico molto classico. Ci sono molti generi, dal thriller all’horror, alla paranoia. La messa in scena mi ha permesso, con il suono, di trasmettere qualcosa di viscerale attraverso il personaggio principale. È qualcosa che cerco di fare in tutti i miei film. Poi, se parliamo di registi, sicuramente John Carpenter è per me un punto di riferimento, come Cronenberg o Lynch, testimoni della loro epoca e del loro paese. Ho sempre amato quando un’idea politica viene veicolata attraverso il cinema popolare. Ho mostrato due film ai giovani protagonisti: Il villaggio dei dannati e Il nastro bianco, perché per me, dietro alla freddezza analitica del film di Haeneke, c’è qualcosa di profetico suoi mostri del domani di Austria e Germania.

Nei suoi film, anche nell’opera prima Irréprochable, inedito in Italia, c’è un confine sottile fra normalità e mostruosità.

Facciamo dei film che vorremmo anche vedere come spettatori, e il fatto di non saper mai cosa pensare, con i ragazzi che all’inizio sono insopportabili e, piano piano, iniziamo a comprenderli, è un percorso di ricerca di empatia. Le figure marginali sono quelle che mi sono sempre più interessate, il loro essere vittime della società. Non ho mai avuto paura di film troppo barocchi o fantastici. Il mostro reale e quotidiano fa molta più paura di uno lontano dalle nostre vite.

Il protagonista è un precario, a quarant’anni non sa che direzione prendere. Lo interpreta un grande attore come Laurent Lafitte, capace di essere allo stesso tempo ironico, empatico e mostruoso.

È esattamente così, è un attore che ho amato nelle commedie che ha fatto in Francia, ma in Elle di Paul Verhoeven ha interpretato un personaggio estremamente angosciante, in cui dietro a una apparente normalità si nasconde una mostruosità. Ha qualcosa di unico, abbiamo lavorato su questo, non abbiamo mai voluto rendere il suo personaggio simpatico. È marginale anche lui e scopriamo nel corso del film come sia più vicino ai ragazzi di quanto avremmo potuto immaginare. Ha un lato voyeuristico destabilizzante per lo spettatore.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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