Interviste Cinema

L'ultima missione, le interviste al regista e alle interpreti

3 anni dopo il polar 36, il regista Olivier Marchal torna a dirigere Daniel Auteuil in L'ultima missione storia di un poliziotto segnato dall'alcool e dai fantasmi del passato che cerca di riscattarsi indagando su un serial killer che insaguina Marsiglia. Abbiamo incontrato il regista e due interpreti del film, Catherine Marchal e la g...

L'ultima missione, le interviste al regista e alle interpreti

Nella splendida cornice dell’Ambasciata di Francia a Palazzo Farnese abbiamo incontrato il regista Olivier Marchal e due delle interpreti del suo terzo lungometraggio, L’ultima missione: Catherine Marchal – sua compagna anche nella vita – e la giovane Olivia Bonamy, già vista in Sulle mia labbra di Jacques Audiard e nell’interessante horror Them. Grande successo di pubblico in Francia, L’ultima missione è il terzo capitolo di una trilogia noir iniziata con Gangsters e proseguita con lo straordinario 36 quai des orfevres, di cui Robert De Niro ha in progetto un remake americano scritto da Tony Grisoni e interpretato forse da George Clooney. Il film riprende molti degli interpreti del precedente, a cominciare dall’incredibilmente bravo e coraggioso Daniel Auteuil nel ruolo protagonista. Anche il regista ha un piccolo ruolo nel film, come di consueto, mentre Gerard Depardieu compare in un cammeo iniziale.

Olivier Marchal è un personaggio a dir poco straordinario: attore, regista, ex poliziotto. A farlo innamorare di un mestiere di cui ha da giovane una visione romantica, mutuata dai film di Melville e dai romanzi di David Goodis, Jim Thompson e altri autori noir, è proprio il cinema. Ma la realtà della polizia francese, negli anni Ottanta, quando Marchal è giovanissimo, è tutt’altra cosa. “In questo film – ci dice – ho voluto mettere davvero tutto, ho consapevolmente esagerato, per me è un modo per chiudere un cerchio, fare pace con un passato che mi ha perseguitato per oltre 30 anni”. Di questo passato fanno parte molte storie: il terribile incontro del 22enne Olivier con gli atroci delitti di un serial killer, e la conoscenza di una bambina sopravvissuta e testimone del massacro dei suoi genitori, da lui rincontrata 25 anni dopo. “Fu la prima volta che vidi dei poliziotti piangere”. E su un vero poliziotto è basato il personaggio di Daniel Auteuil, un alcolizzato chiamato “Charclò”, verlan per “Clochard”, barbone. E’ disarmante, Marchal, col suo grande amore per il cinema, quello francese ma anche quello americano e quello italiano, da Sergio Leone e Rocco i suoi fratelli di Visconti a film recenti come A casa nostra di Francesca Comencini e Le conseguenze dell’amore di Paolo Sorrentino. Un regista che confessa di essere rimasto ferito per l’accanimento e la cattiveria che la critica francese ha riservato a questa sua creatura prediletta, il film di cui va più fiero, in cui ha voluto mettere “sangue, violenza, dolore, sentimenti violenti, morte e nascita”, dove si è messo a nudo, un film che è stato giudicato non in virtù dei suoi meriti o demeriti artistici ma per cose esteriori come l’uso delle auto americane, quello considerato eccessivo della musica, e considerato come un film grottesco, giustizialista e reazionario. C’è indubbiamente dolore nella vita di quest’uomo, che confessa di non avere “comprensione o pietà per gli adulti, solo per i bambini”, di vivere in un mondo senza Dio e senza giustizia, ossessionato dalla paura che possa capitare qualcosa di orribile ai suoi cari. Cosa che non gli ha impedito di mettere su famiglia con la solare Catherine Marchal, qui di nuovo in un ruolo da poliziotta dura e disillusa, che gli ha dato tre figlie.
Vestita con un lungo cappotto di pelle alla Matrix, la Marchal ha parlato di come lavorare sul set col marito, ricco di aneddoti e storie su quello di cui parlano i suoi film, non sia in realtà molto diverso da quello che succede alle coppie che lavorano insieme, e sia in realtà facile. “Non amo l’approccio cerebrale che hanno gli attori americani verso i loro personaggi, per me non c’è bisogno di spiegare tutto, di costruirgli un background, di sapere perché sono così o perché ad esempio la mia poliziotta viva in una casa così grande e lussuosa”. Anche la giovane Olivia Bonamy si dichiara d’accordo con questo approccio poco intellettuale alla recitazione, e concorda col fatto che il suo personaggio sia molto importante per un motivo ben preciso. “Questo è uno dei pochissimi film di genere in cui l’attenzione viene posta sulle vittime dei crimini violenti più che sui criminali, come si fa di solito”. Non c’è stato bisogno di fare molta preparazione e molta ricerca per interpretare Justine, la giovane donna che ha nella psiche le ferite insanabili di aver assistito all’atroce omicidio dei genitori da parte di un vero e proprio mostro. “Non ho voluto incontrare la ragazza a cui è davvero accaduta questa storia prima di fare il film, ma sentivo fortemente la responsabilità di rendere giustizia al suo dramma, e l’ho conosciuta dopo che aver dato la mia interpretazione. E’ stata una cosa molto emozionante”. Nonostante off-camera scherzino sul machismo che Olivier trasporta sul set e che dicono simile a quello che i loro personaggi devono sopportare nel film, è evidente che Catherine e Olivia adorano Olivier Marchal e che sul set si respira un’aria familiare e amichevole.

Al grande assente Daniel Auteuil è proprio Olivier Marchal a rendere omaggio, parlando della loro collaborazione. “Daniel è ormai un mio alter ego, diciamo che in 36 ci siamo dedicati ai preliminari e in questo lui mi si è totalmente abbandonato e abbiamo fatto l’amore, se mi si passa la metafora. Lui dice che si è ispirato a me per il look, che gli piaceva molto, e per me è l’unico attore che avrebbe potuto interpretare questo ruolo. Ama molto documentarsi e ha voluto conoscere dei poliziotti e girare per delle stazioni di polizia. Nella vita è una persona molto dolce e sensibile, sempre gentile e disponibile”. Cosa si aspetta dall’uscita italiana del film? Che la critica lo capisca e lo analizzi senza pregiudizi: “chiunque ha il diritto di detestare il mio film, ma vorrei che fosse per dei motivi seri, perché c’è tanto lavoro dietro, dei tecnici straordinari come il mio direttore della fotografia, attori bravissimi e un pezzo importante della mia vita”.

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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