L'omaggio canino al Giappone: Wes Anderson su L'isola dei cani, apertura della Berlinale 2018

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L'omaggio canino al Giappone: Wes Anderson su L'isola dei cani, apertura della Berlinale 2018

Un branco di attori, a dar voce a un branco di cani, animati; e che attori. L’apertura della Berlinale 2018 è all’insegna di uno dei suoi più assidui frequentatori, il geniaccio folle Wes Anderson, che presenta in concorso il suo secondo film d’animazione in stop motion, L’isola dei cani, a otto anni abbondanti di distanza dal gioiello Fantastic Mr. Fox. Inevitabile per il regista texano scegliere “attori con cui ho lavorato e altri con cui amavo farlo da anni”, come ha ricordato gestendo in conferenza stampa qui a Berlino, da buon capo branco, la muta indisciplinata degli adorabili interpreti vocali del suo film.

Bill Murray, il più geniale e indisciplinato di tutti, interpreta non a caso il Boss, uno dei cani protagonisti di questo viaggio in una remota isola giapponese in cui vengono reclusi i “pericolosi” animali, per evitare di diffondere nella vicina e tecnologica città una “febbre canina”. Artefice il perfido Kobayashi, sindaco gattofilo. “Mi sono sentito come in We are the World” ha dichiarato sornione Murray, ”insieme ad alcune delle grandi voci del cinema, contento di cantare con loro, anche se con una sola voce.” Proprio lui ha iniziato il coro di auguri al giovane interprete Koyu Rankin, unico umano che cerca di recuperare il proprio cane nell’isola, a 11 anni nettamente il più serio e professionale del gruppo, composto anche da Bryan Cranston, Tilda Swinton, Liev Schreiber, Greta Gerwig, Jeff Goldblum, i co-sceneggiatori Jason Schwartzman e Roman Coppola, e Bob Balaban. Quest’ultimo ha suscitato un altro improvvisato numero musicale, con le iterazioni nel nome diventate un coretto sulle note dei Beach Boys. Assenti a Berlino, ma presenti come voci nel film, Scarlett Johansson, Frances McDormand, Edward Norton, Yoko Ono, Harvey Keitel, Ken Watanabe. Lo sappiamo, sono tanti, ma del resto è un coro canino a moltissime voci.

Il punto di partenza è stato duplice, come ha ricordato Anderson. “Tom Stoppard disse una volta che iniziava a scrivere una pièce quando aveva non una, ma due diverse idee che si mescolassero insieme. Anche io faccio così, avevamo in mente la storia di un gruppo di cani abbandonati in una discarica piena d’immondizia, e in parallelo da anni volevamo fare un film per omaggiare il nostro amore condiviso per il Giappone, per il cinema di Kurosawa. Per dare voce ai pupazzi abbiamo scelto tutti attori che amavamo, e la cosa bella di fare un casting per l’animazione è che gli attori non possono dire di non essere disponibili, visto che si possono registrare le voci in qualsiasi posto, a qualsiasi ora, in qualsiasi momento della lavorazione. Non ci sono scuse”.

La seconda volta nel mondo della stop motion ha comportato, come nel primo caso, delle difficoltà tutte specifiche dell’animazione. “Le sfide sono divertenti, ti domandi sempre se la storia funziona e i problemi che affronti sono diversi da quelli del cinema tradizionale, come un pupazzo il cui sorriso non ti convince a pieno, e magari te ne rendi conto solo due anni e mezzo dopo. Sono piccoli ostacoli come questi, che diventano grandi per la riuscita finale della scena.” Se tutto è partito dalla voglia di raccontare una storia con dei cani, tra i riferimenti degli autori riconosciuti in conferenza c’è il classico della Disney La carica dei 101, mentre per il regista è un’insospettabile la maggiore conoscitrice di questo film: “mia figlia, è molto piccola, ha meno anni della lavorazione richiesta dal film, e tutta la sua vita finora ha visto il padre seduto davanti al computer per 16 ore al giorno, e ormai conosce L'isola dei cani meglio di chiunque altro”.

Bombardato di domande, mentre i suoi amici al massimo bofonchiavano veloci risposta di una parola o due, e si alternavano come battutisti, il buon Wes Anderson ha tenuto a sottolineare, sempre con il suo stile da dandy timido e un po’ confusionario nell’eloquio, come due siano stati i riferimenti principali del film, “Akira Kurosawa e Hayao Miyazaki, con i suoi dettagli e la natura con i suoi momenti di pace. Sono elementi ritmici assenti nella tradizione americana, a cui abbiamo lavorato molto con l’autore della colonna sonora, Alexandre Desplat, per bilanciare i silenzi”.

Anche questo film di Anderson è un inno d’amore per l’immaginario cinematografico, dimostrato dalla decisione di usare sempre miniature, grandi o piccole che fossero, invece di affidarsi alla tecnologia digitale più avanzata. “La stop motion è old fashion per definizione”, ha aggiunto. “Abbiamo cercato di costruire tutto in macchina, non so se c’è niente che possa essere propriamente definito CGI. Adoro l’uso dei modelli dal vero, fa parte della tradizione del cinema che amo, di autori come Alfred Hitchcock”. 

Infine, inevitabile sottolineare il sottotesto politico del film, a livelli così evidente come mai nel cinema di Anderson. “All’inizio abbiamo dovuto inventare la politica di questa città, con il suo sindaco. Una creazione della nostra fantasia, poi lavorandoci per alcuni anni il mondo ha cominciato a cambiare e ci è sembrato giusto inserire piccoli momenti in cui abbiamo tratto ispirazione dalla vita vera, inserendola nel film. Ma l’ambientazione avrebbe potuto essere in ogni tempo o luogo, se pensate che l’originale voce fuori campo della prima stesura iniziava con un’ambientazione nel 2007 visto come futuro, visto che avevamo pensato al film come se fosse stato realizzato a inizio degli anni ’60. Lo so, avete capito come mai alla fine abbiamo cambiato idea”.

L'isola dei cani ha ottenuto una sonora dose di applausi e si appresta ad aprire in serata la 68° edizione del Festival di Berlino, prima di approdare nelle sale italiane il 17 maggio prossimo.




Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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