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L'insulto: il regista Ziad Doueiri a Roma per presentare il film

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Per questo dramma libanese l'attore Kamel El Basha ha vinto la Coppa Volpi.

L'insulto: il regista Ziad Doueiri a Roma per presentare il film

Tra i migliori film apparsi alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia c’era anche il dramma libanese L’insulto, nei cinema italiani dal 6 dicembre, grazie al quale l’attore Kamel El Basha è stato premiato con la Coppa Volpi come miglior attore. Il film mette in scena le conseguenze disastrose che possono generarsi da un banale litigio tra un libanese cristiano e un palestinese, un diverbio capace di scatenare uno scontro religioso-culturale a livello nazionale.

“L’idea è stata originata da una cosa che successa a me personalmente”, racconta il regista Ziad Doueiri di passaggio a Roma per parlare del suo film con la stampa. “Vivevo a Beirut, mia moglie era incinta, lo script del mio film The Attack era in mano ai produttori in una situazione di stallo, ero senza soldi ed ero molto arrabbiato. A quel tempo collezionavo cactus, perché era una cosa che mi calmava. Mentre li innaffiavo un giorno, un po’ d’acqua cadde di sotto su un operaio, lui mi insultò chiamandomi “pappone” che in arabo è un grande insulto. Io risposi con parole altrettanto gravi e mia moglie, che oggi è la mia ex moglie, mi disse che non potevo parlare in quel modo a un palestinese. Mi scusai e il problema fu risolto”.

Doueiri, molto loquace e premuroso nel rispondere alle domande, continua spiegando che un paio di giorni dopo l’episodio pensò a cosa sarebbe potuto succedere se da un incidente stupido come quello, le cose si fossero complicate invece di risolversi. In Libano, dove è ambientata storia, “un incidente stupido e sciocco potrebbe creare problemi. Le idee nella mia testa fluivano, come se un argine si fosse rotto, non dovevo nemmeno rifletterci. Scrivevo una scena dopo l’altra e tutto veniva fuori naturalmente. Quando finii il primo trattamento, mia moglie lo lesse e capii benissimo il testo. Lei viene da una famiglia di estrema destra, è cresciuta con sentimenti fortemente antipalestinesi, io vengo invece da un estremo opposto, sono cresciuto con genitori militanti e in mezzo a sentimenti anticristiani, ho un background musulmano anche se laico. Quando mia moglie accettò di lavorare con me alla sceneggiatura, le proposi di scrivere i dialoghi dell’avvocatessa che difendeva il palestinese, mentre io mi sarei occupato dei dialoghi dell’avvocato del libanese”.

Al rientro dalla Mostra di Venezia, Ziad Doueiri è stato arrestato “perché volevano bloccare il film, ma io non avevo infranto nessuna legge libanese. Per il mio film precedente, The Attack, sì e infatti è stato bandito in tutti i paesi arabi, tranne il Marocco. L’insulto è la risposta a coloro che hanno bandito The Attack ed è stato realizzato con il supporto del governo libanese. La richiesta mettere al bando L’insulto è arrivata dal BDS”, il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele. Parlando del rapporto con il suo paese, Doueiri racconta che "il Libano non è una dittatura, sono un po’ matti ma è pur sempre una democrazia. Il problema è che non ci sono stati sforzi di coscienza per riconciliare le persone. Ho vissuto metà della mia vita in Libano e il resto in Francia e Stati Uniti. Io salto da una cultura all’altra, faccio film che riguardano la mia cultura, ma li faccio con un spirito occidentale. Mi sono sempre sentito un poco fuori da qualunque cultura io abbia vissuto. In medio oriente c’è tanto materiale da cui attingere, perché è ricco di conflitti. E il cinema ama i conflitti”.

Il regista, trasferitosi negli Stati Uniti a 19 anni, si è formato in una scuola di cinema a San Diego per poi lavorare a Hollywood come assistente operatore. Si è fatto le ossa con Tarantino sui set di Pulp Fiction e Jackie Brown. “I film ambientati in tribunale gli americani li sanno fare bene. Prima di girare L’insulto ho rivisto molti legal thriller come Il verdetto, La parola ai giurati, Philadelphia e Vincitori e vinti e mi sono chiesto, il pubblico di oggi fosse ancora interessato ai film giudiziari, ma come filmmaker ho seguito il mio cuore. La cosa importante in questi film è che le scene non devono riguardare aspetti giuridico-tecnici, devono essere rivelatorie per i personaggi”.



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