Interviste Cinema

L'Immortale: Marco D'Amore ci racconta il ritorno di Ciro di Marzio

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Arriva al cinema il 5 dicembre il film che fa da ponte tra la quarta e la quinta stagione di Gomorra e che vede protagonista l'attore al suo debutto alla regia di un lungometraggio.

L'Immortale: Marco D'Amore ci racconta il ritorno di Ciro di Marzio

Finalmente ci siamo! Giovedì 5 novembre arriverà al cinema in 450 copie L’immortale, il film dedicato a Ciro Di Marzio, il personaggio interpretato da Marco D’Amore nelle prime tre stagioni di Gomorra – La serie, che diventa protagonista di un’opera autonoma che fa da ponte tra la quarta e la quinta e al tempo stesso è anche un’origin story, che ci racconta in flashback la carriera criminale in formazione del futuro boss, in un’operazione decisamente originale, specialmente alle nostre latitudini. Prima dell’uscita, il film (che non delude le aspettative e di cui vi parleremo più ampiamente in altro luogo) è stato presentato alla stampa da Marco D’Amore e dal cast il 2 dicembre in un’affollata conferenza stampa. Accanto al protagonista c'erano i produttori, Riccardo Tozzi di Cattleya e Nicola Maccanico di Vision, gli sceneggiatori Maddalena Ravaglia, Leonardo Fasoli, Giulia Forgione e Francesco Ghiaccio e il piccolo e bravissimo Giuseppe Aiello, undicenne, che interpreta Ciro di Marzio da bambino. Così D'Amore ha raccontato la sua scelta: “Il percorso dei provini è molto lungo e ha bisogno di qualcosa di magico per la scelta definitiva, ho incontrato tantissimi bambini delle zone più periferiche di Napoli, che sono in realtà floride e rigogliose di bellezza. Quando ho visto lui abbiamo un po' giocato poi gli ho detto di raccontarsi con una frase, dopo aver guardato fuori dalla finestra e pensato a cose belle. Lui si è preso un quarto d'ora poi si è voltato e mi ha detto “io sono buono”, e sgombrando il campo da tutto quello che c'è dietro, per me la bontà era il principio per raccontare questo personaggio”.

Riccardo Tozzi spiega l'operazione audace e inedita compiuta col film: “Esistono film correlati a serie, di recente abbiamo visto Downton Abbey, ma sono sequel con una storia a parte, qua abbiamo tentato una cosa più complessa, che va a innestarsi nella relazione tra nuova serialità e cinema e dialogando con la serie la cambia. È un tentativo di tenere insieme i due linguaggi sviluppandoli in piena autonomia, un'operazione arrischiata nata da un’intuizione in parte scandalosa, di Marco, che ha trovato negli sceneggiatori un testo in equilibrio miracoloso, anche dal punto di vista produttivo”. Come descriverebbe il film Marco D'Amore? “Una storia piena di conflitti, miserie, paure, soprattutto di paura. Un giorno nel confronto con un grande criminale lui mi disse “l’errore che può fare chi ci osserva di lontano è pensare che noi non abbiamo paura, mentre ce la facciamo sotto”. Si parla di paura di non sopravvivere, che qualcosa finisca, di essere scoperto, di affrontare un percorso così pericoloso e anche – da parte nostra - di tradire il pubblico. Quando c’è la narrazione, come diceva un grande poeta, per diventare immortali bisogna riuscire a superare anche la logica”.

C'è un omaggio a De Sica nel film? “Faccio molta fatica – continua D'Amore - a parlare delle ispirazioni, ciascuno di noi è il frutto di tutto quello che ha amato nella vita. De Sica lo cito spesso, sia per rendere giustizia a uno dei più grandi del nostro cinema, sia perché ha saputo coniugare innovazione e capacità di parlare sempre al pubblico. Credo che questo film unisca la sperimentazione tecnologica e il fatto di essere anche popolare e poter parlare a tutti”.

Per un certo periodo ci aveva fatto pensare di aver chiuso con questo personaggio, perché ha scelto di debuttare con un film proprio con questo protagonista, non ha paura di essere intrappolato in Ciro? “Le scelte hanno a che fare con i percorsi, io non mi sono mai sentito un attore tout court, non ho mai sognato i personaggi, mi ossessionano le storie e soprattutto i temi, ho sentito che c’era una parte da raccontare di molto profondo in lui ed è un personaggio che alza l’asticella della mia professionalità. Ho avuto la fortuna nella mia carriera di incontrare maestri come Ferruccio Soleri, che per 50 anni ha fatto Arlecchino e mi ha detto: “ci sono delle cose che non ho ancora capito”. E lo aveva fatto per cinquant'anni”.

In quello che Marco D'Amore sottolinea più volte essere un film corale, in cui i talenti maturati in Gomorra – La serie assumono un ruolo di primo piano, non ci sono state sfide particolarmente difficili da affrontare, perché: “Sono molto competitivo, se giocavo a pallone con quelli scarsi facevo pena, ma coi più bravi mi esaltavo, qua ho lavorato solo con quelli bravi e questa competizione mi ha eccitato, ero e sono consapevole dei conflitti che possono nascere intorno a un progetto del genere, io ho sentito una grande vertigine legata alla narrazione che poteva emozionare, far riflettere, spero che questa competizione duri a lungo e che il film rimanga due anni nelle sale e diventi, appunto, immortale”.

Dal momento che la quinta stagione di Gomorra è al momento in fase di scrittura ed è probabile che dovremo aspettare il 2021 per vederla, dovrete per forza vedere al cinema L'Immortale, e ci sentiamo – da appassionati della serie italiana di maggior successo al mondo – di assicurarvi che vi darà le stesse emozioni.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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