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L’Eldorado dei migranti: lo svizzero Markus Imhoof racconta il suo documentario fuori concorso alla Berlinale 2018

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Apprezzabile racconto fra ricordi del passato e tragedie di oggi.

L’Eldorado dei migranti: lo svizzero Markus Imhoof racconta il suo documentario fuori concorso alla Berlinale 2018

In conclusione di questa Berlinale smarrita, con un concorso abbondante e dal livello mediocre, è stato presentato fuori concorso un film che dialoga bene con un ex vincitore, Fuocoammare di Gianfranco Rosi. Eldorado, come i riflessi delle coperte termiche con il sole, mentre i migrante vengono salvati dalle navi italiani, o come il Paradiso da raggiungere, in benessere delle zone ricche del continente, dove magari hanno già un parente. Il regista è lo svizzero Markus Imhoof, che abbiamo incontrato a Berlino.

Come è nata l’idea di unire un suo ricordo personale di 70 anni fa ai i rifugiati di oggi?

La storia di Giovanna, ragazza profuga che è stata con la nostra famiglia alla fine della Seconda guerra mondiale, era già alla base di un film che ho fatto quasi quarant’anni fa, nel 1981, La barca è piena. Quella esperienza vissuta da bambino è poi sempre stata il punto di partenza per avvicinarmi a chi ha vissuto una guerra e viene da un’altra parte del mondo. Vedere le barche stavolta veramente piene di profughi mi ha spinto a tornare ad affrontare l’argomento oggi, andando a girare sulla nave della Marina Militare dell’operazione Mare Nostrum. Non pensavo di inserire la storia di Giovanna, ma quando poi durante una riunione di produzione l’ho raccontata, commuovendomi, mi hanno tutti guardato dicendo che sarebbe dovuto essere il cuore del film. Man mano ho quindi aperto il mio cuore e i miei collaboratori ne hanno tirato fuori i segreti. Anche io sono emigrato a Milano, dove ho scritto la sceneggiatura de La barca piena e ho poi montato il film, che ha ottenuto una nomination all’Oscar per il miglior film straniero. Mi sono sempre dovuto definire svizzero a Milano, attraversando il Gottardo diventavo straniero, una cosa che mi ha costretto sempre a riflettere su chi sono e perché.

Nel film si parla di Dante e di una struttura, effettivamente al centro del film, con Inferno, la traversata di queste persone, il Purgatorio, rappresentato dall’arrivo nei centri di raccolta e la speranza di un Paradiso, che dovrebbe essere l’arrivo verso L’Eldorado, l’Europa del Nord ricca. La sensazione è che, dopo il primo terzo, quello emotivamente più forte, ma che lei racconta con grande sobrietà, come spettatori ci rilassiamo perché sembra passato il peggio, ma con meno difese siamo puniti più duramente dalla tragicità kafkiana di questa situazione.

Lo ha raccontato in maniera molto bella, se funziona così sono molto felice. La situazione più orrenda è quella del ghetto in Italia, dove vengono sfruttati per la raccolta dei pomodori, vivono in uno slam, in condizioni anche peggiori di quelle da cui sono partite.

C’è la burocrazia che non vede l’essere umano dietro alla statistica.

C’è uno stato che lascia il campo allo sfruttamento della mafia. Il capo del primo campo di accoglienza ti dice che non sa dove abitano quelli che sono stati respinti, ma tutti lo sanno dov’è il ghetto.

È un film di incontri, qual è quello che l’ha più segnata?

In ogni stazione ci sono delle facce che mi toccano e non posso dimenticare. Per esempio c’è una donna dal vestito viola che viene salvata, sbarca e si mette a dormire. Penso spesso, quasi ogni giorno, dove sia finita: nel bordello del ghetto? Ha lasciato a casa dei bambini? Poi uno degli incontri più importanti è con un ragazzo nel ghetto che dice di aver scioperato perché non gli avevano pagato il lavoro nei campi. Ci ha raccontato la sua storia, davvero impressionante, ma l’abbiamo tagliata per stare nei 90’. A 16 anni ha attraversato il deserto, poi il mare, è venuto in Italia, dove è stato accolto da una famiglia, ha fatto la maturità e ora studia a Parigi. È un esempio felice, ma lui ha un’idea molto precisa: vuole tornare in Africa dopo gli studi e diventare un politico.

Si parla molto di aiutarli in Africa, prima di venire in Europa, e lei alla fine del film mostra un uomo che torna, con i soldi per comprare due mucche, ma si trova di fronte una situazione surreale.

In Europa c’è troppo latte, si parla anche di bruciare il latte in polvere in eccesso, che costa un sacco di energia prodotta nelle centrali nucleari, il tutto sovvenzionato, e poi ora con questo nuovo accordo con l’Africa occidentale viene venduto senza tasse, per cui costa meno del latte del poveraccio che nel film si vede comprare con l’aiuto svizzero due mucche.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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