Interviste Cinema

L’economia di coppia: Joachim Lafosse ci racconta Dopo l'amore

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Il regista belga sulle complesse dinamiche di una crisi di coppia.

L’economia di coppia: Joachim Lafosse ci racconta Dopo l'amore

Dopo 15 anni di vita in comune, Marie e Boris si separano. La condizione economica di lui gli impedisce, però, di lasciare la bella casa, da loro rinnovata con amore. Le loro bambine, due gemelle, vivono la quotidianità sperando che i genitori non si separino davvero, con il rischio che la tensione sempre più forte che contraddistingue le giornate in quella casa possa finire per traumatizzarle. Una storia semplice, quella scelta dal belga Joachim Lafosse per il suo Dopo l’amore, presentato a Cannes e Torino, ora arrivato nelle sale.

Un giovane autore, Lafosse, ma già stabilmente fra i più promettenti registi europei, che del doppio ha un’esperienza diretta. “Sono un gemello, ho dei gemelli come fratellastri, mio padre ha fatto dei gemelli. Nel fare il film mi sono reso conto quanto la coppia sia un luogo in cui potermi rifugiare, che per me contava e volevo osservare come cineasta.”

Il titolo originale, che suona L’economia della coppia, ci fa capire come qualche volta in casa contino questioni poco poetiche, magari quando l’amore finisce, lasciando il posto a calcoli matematici.

Cos’è l’economia? In greco è la gestione della casa. Inoltre, qual è la funzione del denaro, a cosa serve? Ai miei occhi serve a riconoscere gli investimenti fatti dalle persone con le loro azioni e quando ci sono difficoltà nel riconoscere questi investimenti per forza di cose si arriva al conflitto. Abbiamo inventato quindi questa dinamica fondamentale di scambio, non ho posizioni radicali per cui auspico la parità per tutti, rivendico invece la specificità e la differenza. Naturalmente bisogna lottare contro la povertà, ma non abbiamo tutti gli stessi mezzi e ognuno è particolare. È questo che dovremmo riconoscere, a questo serve il denaro. Se si osserva la coppia nella sua intimità, si può riflettere sulla maniera in cui viviamo collettivamente. Boris, il protagonista del film, ha meno soldi, ma ha fatto i lavori in casa; i greci hanno debiti, ma andiamo da loro in vacanza e sono la culla della civilizzazione. Non si può spazzar via tutto questo con un ragionamento politico sbrigativo. La ricchezza non è solo una questione finanziaria, si può essere ricchi di conoscenze, di curiosità, di cultura.

Tutto è messo in scena all’interno di una casa, molto luminosa e bella, che contrasta con la crisi di coppia che si aggrava.

Non volevo raccontare perché due persone si separano e a partire da questo la scenografia doveva trasmettere tutto quello che hanno vissuto in passato. Una casa piacevole fa capire che sono stati bene, c’hanno investito, inserito degli oggetti.

La madre di lei rappresenta un’altra generazione, un’altra idea sulla vita di coppia, dice ‘oggi gettiamo tutto via prima che sia rotto’.

Penso abbia ragione, la vita ce lo mostra. Per me, da alcuni punti di vista, la modernità è qualcosa di disgustoso. Detto questo, all’epoca della madre non ci si separava per ragioni morali. La generazione dei nostri nonni non lo faceva, poi i nostri padri sono stati i primi ad avere il divorzio e noi siamo ancora più cinici, possiamo arrivare a vivere per ragioni economiche nello stesso appartamento, anche se separati.

La preoccupazione principale della coppia è preservare la serenità delle due bambine gemelle, ma queste ultime subiscono la situazione.

Spesso il punto di vista dei bambini è quello che dimentichiamo, sono trattati come degli oggetti, degli animali da circo. Volevo invece che vivessero qualcosa. C’è una scena in cui iniziano a ballare e poi coinvolgono i genitori: credo sia commovente non solo perché i due adulti ballano insieme per un’ultima volta, ma soprattutto perché vediamo che le piccole gemelle decidono di accendere la musica e ballare, il loro modo di dire ‘vi prego non separatevi’. I bambini naturalmente non vogliono mai che i loro genitori si separino.

Dopo aver visto il film inizia regolarmente un dibattito su chi abbia ragione, sulla posizione che prende il film, se a favore di lui o di lei. È successo qualcosa di simile sul set?

Assolutamente sì. I grandi attori sono molto intelligenti, devono difendere il loro cuore, la loro immagine. Cedric Kahn è un grande regista, con lui abbiamo molto lavorato sui dialoghi, ha fatto delle proposte, con Bérénice Bejo la stessa cosa. Non potrei mai lavorare con degli attori che non proponessero qualcosa, non sono sufficientemente talentuoso. Sul set vivo molto più dubbi che certezze; sono io che decido, ma se ho un’incertezza domando agli altri cosa ne pensano e spesso le proposte sono magnifiche.

Ogni personaggio ha delle sfumature, dei lati oscuri, dei difetti come tutti.

Non posso vedere nero o bianco, per me è grigio. Amo quando dicono del film ‘Marie è insopportabile, no è Boris ad esserlo’. I miei genitori sono separati, ma a casa non ne abbiamo parlato, solo poche parole. Poi qualche settimana dopo in televisione hanno trasmesso Kramer contro Kramer, e dopo ci siamo messi a discuterne; ma parlando del film abbiamo parlato di noi. Mi sono poi reso conto che è stata quella sera là, dieci anni dopo, che mi ha spinto a diventare cineasta. Quando mi dice, come molti altri, che alla fine del film avete discusso, per me è il complimento più bello.

Come ha lavorato con gli attori, ha fatto delle prove prima, li ha fatti incontrare e conoscere per bene?

La sua domanda è molto interessante. Da grande amante di Chi ha paura di Virginia Woolf? di Mike Nichols, sognavo da tempo di poter girare un film solo con due attori e una sceneggiatura, senza preoccuparmi di altro, di dover passare da una location all’altra, potendo girare nella continuità. Le riprese contaminano sempre un soggetto, una sceneggiatura; non ho chiesto agli attori di rendere difficile per loro lavorare insieme, ma la finzione e la realtà si mescolano. Fortunatamente dopo il film tutti ci si ritrova vedendo il film e rendendosi conto che si trattava di cinema.

Qui la nostra recensione del film Dopo l'amore



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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