Interviste Cinema

L’avaro che fa ridere: Fred Cavayé ci parla di Dany Boon e di Un tirchio quasi perfetto

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Una commedia sincera dal braccio corto.

L’avaro che fa ridere: Fred Cavayé ci parla di Dany Boon e di Un tirchio quasi perfetto

Il talento comico di Dany Boon non è una sorpresa ormai anche per il pubblico italiano, dopo il successo di Giù al nord. A vederlo bene nei panni di un musicista dal braccio cortissimo, per Un tirchio quasi perfetto, è stato un regista abituato al thriller e al polar, Fred Cavayé. Il suo è un esordio alla commedia, dopo film tesi e di successo come Pour elle, con Vincent Lindon e Diane Kruger.

L’abbiamo incontrato a Parigi, in un hotel accanto all’Opéra, in occasione dei Rendez-Vous organizzati da Unifrance.

“Il tirchio è un gran soggetto, il film l’abbiamo fatto molto velocemente; avevo voglia di fare la commedia, vengo dal thriller. Mi sono divertito tantissimo a scriverlo, è incredibile che non sia stato ancora fatto in Francia un film su un tirchio: dopo L’avaro di Moliere non è mai stato trattato l’argomento. Il personaggio non è simpatico all’inizio, il che è un buon inizio per una commedia. Chi poteva interpretarlo se non il più simpatico di tutti, Dany Boon?”

Per lui come è andata?

Credo l’interessasse proprio di scegliere un personaggio mai fatto. Con lui c’è stato uno scambio di cose positive, dopo un mese che avevo iniziato a scrivere mi ha dato il via libera, ma abbiamo dovuto sbrigarci e andare di fretta. Una cosa che mi è piaciuta molto, ha dato a tutti grande energia.

Come lavora Dany Boon?

Propone delle cose, ma ascolta anche. Io che non avevo mai fatto commedie mi sono ritrovato con il campione francese del genere. Era come cercare di dribblare Zidane non sapendo giocare a calcio. Ascolta sempre i suggerimenti e riconosce quando sono corretti, dopo averli provati. Non mi sono detto al principio che avrei scritto una commedia classica, ma quello che mi faceva ridere, probabilmente ho il senso dell’umorismo di un vecchio [ride ndr]. Quello che è certo è che un tirchio rimane tale, non puoi cambiarlo veramente. La cosa eccitante di andare di corsa è che abbiamo girato solo quello che mi faceva ridere, per poi vedere alla fine se avevo ragione. È pericoloso, ma fantastico.

Il successo della commedia in questi mesi è legato al periodo che stiamo vivendo, decisamente drammatico?

Penso di sì, la gente ha voglia di ridere e soprattutto di umanità, di film che finiscono bene, con della positività. Spesso poi è il successo di un film a far trionfare uno specifico genere. Io prima facevo dei film polizieschi che avevano successo, permettendo ad altri di farne, poi il genere ha iniziato a incassare meno bene e non ne facciamo quasi più. Attendo con impazienza un nuovo successo thriller o poliziesco in Francia, per poter tornare a quel genere.

È successo qualcosa che non si aspettava nell’esordire alla commedia?

Ho realizzato il film come faccio con i thriller, solo che all’interno dell’inquadratura accadono cose diverse. Quando giro un thriller la camera si muove molto, perché sono i personaggi che lo fanno, nella commedia è tutto molto più statico. La regia è al servizio della narrazione e della storia, non il contrario. Quando concepisco una scena conosco solo un modo per farla: il mio. All’inizio il produttore era preoccupato della fotografia, diceva che sembrava Seven, che la gente non sarebbe andata a vedere una commedia che faceva paura. Alla fine è andata diversamente.

Come mai il protagonista è un musicista?

Ci voleva un personaggio molto chiuso, che solo quando suona la musica riesce a donare. Si ha un’idea seria e poco divertente della musica classica, ma ho voluto inventarmi una dimensione spassosa, credo abbastanza nuova.

È sempre difficile il rapporto fra la critica e la commedia, o qualcosa sta cambiando?

No, assolutamente. Mi dicevano tutti che me ne sarei reso conto, specie non venendo dalla commedia. Effettivamente è stato ancora più complicato di quanto avrei immaginato, ma il film ha portato al cinema tre milioni di spettatori, la cosa più importante. La commedia non è chic in Francia, la terra del cinema d’autore. Anche i miei amici, vedono il film e si divertono, ma poi su facebook mettono la foto del film ungherese, non Un tirchio quasi perfetto, se ne vergognano.

La sincerità è la cosa importante.

Esattamente, e noi l’abbiamo fatto proprio con uno spirito sincero. Non ridiamo tutti delle stesse cose, ma avevamo voglia di raccontare una storia sincera e divertente, del buon artigianato, con dei bravi attori. Poi se andate a una cena è più facile dire ‘adoro Malick’ che ‘adoro Dany Boon’. I fratelli Lumière hanno organizzato la prima proiezione cinematografica al mondo, di fronte a dove ci troviamo, e all’inizio era un’attrazione circense. Il cinema può cambiare la vita, ma ci sono film che sono importanti per la loro durata, e sono altrettanto lodevoli. Viviamo in un’epoca in cui la polemica, e dire male, fa vendere di più, quando quello di cui abbiamo bisogno nel mondo in cui viviamo è più amore e umanità.


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