Interviste Cinema

L'arrivo di Wang, incontro con i Manetti Bros.

Incontrando la stampa per presentare la prossima uscita italiana di L'arrivo di Wang, i fratelli Marco e Antonio Manetti, meglio noti come Manetti Bros, hanno molta voglia di parlare.



Così vanno le cose nel nostro lavoro: un giorno dopo aver incontrato Paolo e Vittorio Taviani, che rappresentano l'aspetto colto e "alto" della nostra cinematografia, mi trovo di fronte a due fratelli che dei generi "bassi" hanno fatto la loro cifra stilistica. E' sicuramente una scommessa azzardata quella affrontata dai fratelli Marco e Antonio Manetti, meglio noti come Manetti Bros., ma i due dinamici fratelli romani non si fermano di fronte a niente, con la loro voglia di sperimentare col cinema a basso budget: nemmeno di fronte alla fantascienza, genere tradizionalmente "alieno" al cinema italiano.
Incontrando la stampa per presentare la prossima uscita italiana di L'arrivo di Wang, che ha girato il circuito festivaliero e ha suscitato un cospicuo interesse di Hollywood ("ma non possiamo ancora dire cosa c'è in ballo, per quanto lo vorremmo"), i fratelli - che hanno regalato al conformista pubblico tv la bella serie de L'ispettore Coliandro e a quello cinematografico horror più o meno riusciti - hanno molta voglia di parlare. Gli piace molto paragonarsi a "campioni di baseball in un paese dove si gioca solo a calcio", e rivendicano con fierezza l'artigianato, la sperimentazione e la visionarietà del nostro cinema, oggi persi e annacquati in film troppo raccontati in fase di sceneggiatura.

L'idea iniziale del film, racconta Marco, "è venuta ad Antonio, e tutto è partito da una ragazza al buio che traduce pensando di parlare con un signore cinese e quando si accende la luce si trova davanti un extraterrestre. Ci piaceva molto l'idea di mostrare come un essere umano possa reagire in maniera realistica e non hollywoodiana a un avvenimento così impensabile. E' un film che sta avendo all'estero dei riconoscimenti che vanno al di là delle nostre più rosee immaginazioni, ci stanno chiamando a manetta (sic) da Hollywood, esce in sala anche in Inghilterra e siamo stati invtati nei festival di tutto il mondo, da Bruxelles a Sitges, da Sidney a Glasgow. E noi siamo convinti di aver fatto un film, se non italiano, almeno europeo".
Antonio sottolinea un altro aspetto del film: "si finisce sempre per parlare o del genere o di altro, ma noi siamo orgogliosi di presentare un film che ha anche un contenuto e una storia importante, ci teniamo molto, e il fatto di essere stati accettati alla Mostra del cinema di Venezia ce lo riconosce".
Entusiasta dell'esperienza è il veterano Ennio Fantastichini, al centro della storia col personaggio di Curti: "L'incontro con questo copione per me è stato folgorante, sono un patito di fantascienza ma essendo italiano mi ero rassegnato a non farla mai, per cui quando i Manetti mi hanno contattato ero già entusiasta, poi mi sono innamorato di questo copione che aveva una shadowline molto interessante che usciva dai prototipi consueti. E' un film di “fantascienza da camera”, e mi piaceva l'idea di un personaggio come Curti che ha una facciata di autorità ma attraversa un'altalena emotiva, una sofferenza, una specie di La doppia vita di Veronica. E' stato un film molto faticoso, c'erano tanti dialoghi in un unico ambiente, e io sono anni – anche se putroppo sono stato preceduto dai francesi - che dico di voler fare un film muto. Il cinema ha più a che fare con l'immagine, la parola con la letteratura, ma in questo film ogni tanto queste due idee del racconto e del linguaggio si fondono . Inoltre ho trovato fantastico l'uso dei sottotitoli, che si interseca col racconto di quello che è stato tradotto. Dopo quasi 40 anni di lavoro mi dico che se un artista – che, come amo definirmi, è un manovale della poesia - perde l'entusiasmo e la passione vuol dire che è morto. E questa passione l'ho trovata anche in Marco e Antonio”.
Il film, aggiunge Marco, ha 4 attori principali, aggiungendo a buon diritto l'alieno, realizzato dalla Palantir interamente in digitale: “Non ci potevamo permettere il motion capture, quindi gli abbiamo chiesto di far recitare l'alieno come se avessimo il motion capture”. Gli fa eco Vito Picchinenna della Palantir: “ci tenevo a esprimere il grande piacere, per noi che facciamo questo mestiere in Italia, di poter fare un film del genere, dove abbiamo dovuto dare vita a una creatura che non esiste e farla recitare. Speriamo che la creatura che ha interamente rimpiazzato l'attore (Ly Yong) vi abbia convinto”.
Infine, dopo che l'attrice Francesca Cuttica, che interpreta la traduttrice Gaia, rivela di aver imparato a memoria tutte le sue battute in cinese mandarino in 20 giorni sotto la guida di Ly Yong, chiudiamo con una riflessione di Marco sul valore metaforico del cinema di genere: “Il genere è un modo per amplificare le riflessioni, qui c'è una riflessione sull'incomunicabilità, ma noi non siamo saggisti o politici, e di certe cose si può parlare anche facendo spettacolo. Noi cerchiamo di emozionare e di toccare certe corde. Siamo una generazione cresciuta prendendo sul serio un certo cinema e ci viene naturale riflettere, con dei film che fanno uso del mezzo cinematografico. in modo non sempre totalmente realistico”. L'arrivo di Wang sbarcherà nelle nostre sale, distribuito dalla Irisfilm, il prossimo 9 marzo.




  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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