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"L’appetito per l’altrove di un giovane in cerca d’amore": Incontro con il regista francese Arnaud Desplechin

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Con lui abbiamo parlato del suo splendido I miei giorni più belli.

"L’appetito per l’altrove di un giovane in cerca d’amore": Incontro con il regista francese Arnaud Desplechin

Aveva poco più di trent’anni Arnaud Desplechin quando ha portato sullo schermo per la prima volta, in Comment je me suis disputé... (ma vie sexuelle), il personaggio di Paul Dedalus: un animo inquieto, segnato dal grande amore per una ragazza, Esther, con cui però sembrava non ci fosse mai veramente sintonia. Un antropologo interpretato da Mathieu Amalric, allora giovane promessa, ora attore più che affermato. Ne I miei giorni più belli lo ritroviamo cinquantenne che ricorda tre momenti chiave della sua giovinezza, svelando molti dettagli sulla nascita della sua grande storia d’amore con Esther. Paul Dedalus ragazzo è intepretato, in maniera eccellente, da un giovane esordiente, Quentin Dolmaire, in pausa dal lavoro di commesso in un negozio di articoli sportivi, arrivando fino alla candidatura ai César come giovane speranza. Esther ha il volto pallido e formoso di Lou Roy-Lecollinet.

Arnaud Desplechin in questi anni ha dimostrato grandi qualità da narratore dei sentimenti umani, con sensibilità e discrezione. Lo abbiamo incontrato a Parigi, nel corso degli incontri di Unifrance. I miei giorni più belli è in sala in pochi cinema e disponibile in streaming sulle principali piattaforme.

Il film è un’operazione particolare: fra prequel e sequel

È stato molto commovente per me ritrovare Dedalus, e attraverso di lui Mathieu Amalric. Non avevo mai affrontato il modo di essere al mondo di Paul da giovane, se non nella prima scena di Comment je me suis disputé... (ma vie sexuelle), in cui si vede questo ragazzo molto giovane che vuole raccontare sotto forma di romanzo la sua vita. Volevo però vedere il suo incontro con Esther, è questo che mi ha spinto. Una voce fuori campo diceva poi ‘Paul e Esther stanno insieme da più di dieci anni e sono più di dieci anni che non vanno d’accordo’. Mi sono sempre chiesto come potessero essere allo stesso tempo un disastro totale e un connubio perfetto.

Nel corso degli anni aveva già avuto occasione di parlarne con Amalric, di pensare di realizzare un nuovo film su Dedalus, o magari con l’età le è venuta nostalgia?

Non è venuto da un dialogo con Mathieu, visto che scrivo in completa solitudine. Non invito gli attori nel mio laboratorio, amo sorprenderli. È curioso il fatto che non sia venuto neanche da un moto nostalgico nei confronti della mia giovinezza, ma da un elemento tipico della mia età: l’appetito. Mi sono detto che sono capace di scrivere delle cose buone per degli attori di talento, ma il mio lavoro di scrittore sarebbe stato all’altezza di una nuova generazione, di giovani attori non ancora professionisti? Sarebbero riusciti a utilizzare i miei dialoghi, che sono piuttosto difficili, dicendo delle verità su loro stessi? Nella vita sono uno zio incompetente, sono pessimo con i miei nipoti, ho molta paura di loro. Certe volte non riesco a parlarci per niente e dicono che sono sinistro, di colpo inizio a parlare e pensano sia imbarazzante. Avendo questo malessere nei confronti delle giovani generazioni, mi sono chiesto se sarei riuscito a instaurare un rapporto di amicizia lavorativa con Quentin o Louise. Avevo un desiderio di scrivere per una nuova generazione e d’essere alla fine capace, alla mia età, di lavorare con loro, alla pari.

Il film filtra il ricordo di una vita attraverso le esperienze amorose.

Penso sia una cosa che appartiene al personaggio, non a me. Paul Dedalus è un uomo che pensa di essere stato inventato dalle donne che ha amato, anche se l’ha fatto maldestramente, o non le ha sapute amare. Accetta di farsi definire da qualcun altro, sono le donne che lo hanno reso l’uomo che è diventato, che lo hanno cambiato.

Nel film si verifica un continuo tira e molla fra l’amore e la famiglia, nella vita del protagonista.

Per come la vedo io, Paul inizia il film con un peccato, aggredendo la madre con un coltello. La madre poi muore tempo dopo e lui non è in grado di piangere per lei. Una circostanza che rompe qualcosa in lui che non cessa di cercare di riparare, attraverso le donne della sua vita, pur non riuscendoci totalmente. Questa interminabile riparazione della sua incapacità di amare la madre condiziona tutto il suo rapporto con la famiglia, pur restando vicino ai suoi cari: è un cattivo figlio, ma un buon fratello.

Come mai ha diviso il film in tre capitoli, con i primi due molto brevi?

Cercavo un lato fiabesco e nel corso della scrittura è venuta l’idea di costruire il film come una matrioska, e attraverso queste tre matrioske esplorare tre generi differenti. All’inizio ci sono delle scene lapidarie, più poetiche che romanzesche, che sono solo brevi momenti della sua infanzia, poi un cortometraggio un po’ lungo che sembra un film di spionaggio che ruota intorno alla sua vertigine sull’identità. Poi Esther prende il potere rispetto al film, così come nella vita di Paul, fino alla fine in cui è Esther stessa che diventa il film, perché Paul le ha lasciato quel posto nella vita. Trovavo elegante e scherzosa l’idea di costruire il film mettendo il piccolo nel medio, il medio nel grande. Mi sembrava più vicina alla struttura di un cervello o alla mia percezione dei ricordi, piuttosto che raccontare un unico Bildungsroman.

Sono passati anni, ma l’antropologia rimane il cuore della vita professionale di Paul Dedalus. In questi anni è cambiato il modo di guardare l’altro, dall’Europa a quello che c’è intorno? Interpreta l’antropologia nella stessa maniera?

Leggo varie cose nella sua domanda. Prima di tutto Paul studia antropologia e il film è un saggio antropologico su questa giovinezza hobbesiana negli anni della caduta del muro di Berlino. Un’altra cosa che amo molto è che il film è molto francese, Comment je me suis disputé... (ma vie sexuelle) è molto parigino, e nonostante questo c’è un appetito della fuga verso l’altrove. È un elemento in Paul che trovo molto importante: queste tre storie, queste tre matrioske, lo portano all’esilio, perché lui ha desiderio d’esilio. Da piccolo lascia la casa dei genitori per andare dalla zia, da ragazzo parte verso l’Unione Sovietica, e pur essendo cattolico va in Sinagoga. Anche quando insegue l’altrove - lascia Roubaix e arriva a Parigi -, anche lì vive come un provinciale in città. Tutto il film è una canzone d’esilio che ben si conciliava con il mestiere di antropologo.

Lei è abituato, specie recentemente, a lavorare con grandi attori, star riconosciute, questa volta ha lavorato con dei ragazzi senza esperienza, scrivendo per loro quelli che ha definito “dialoghi austeri e poetici”; un notevole cambiamento.

Un cambiamento enorme, e ne avevo davvero bisogno. Credo sia un beneficio della maturità, questo appetito non me lo concedevo a trent’anni, ma ora a cinquant’anni mi autorizzo. Se sono capace di scrivere solo per degli attori affermati e talentuosi non serve a niente quello che faccio. Avevo bisogno di questa novità, per mettermi in gioco, ascoltandoli. È stato fantastico.




  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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