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L'annuncio di un nuovo film del Monnezza e tanta commozione nell'incontro con Tomas Milian

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Tutti in piedi al Festival di Roma.

L'annuncio di un nuovo film del Monnezza e tanta commozione nell'incontro con Tomas Milian

Fresco di consegna ieri sera del Marc’Aurelio Acting Award, Tomas Milian ha incontrato il suo pubblico al Festival di Roma in una sala piena zeppa di entusiasmo e parole al miele, accolto da un entusiasmo sorprendente, diventato poi una standing ovation. Tutti in piedi per l’81enne attore cubano, nato Tomás Quintín Rodríguez Varona y Milian, che il cinema italiano ha accolto negli anni ’60 e Roma ha reso suo idolo come er Monnezza.

“Quando mi si parla di Roma e dell’amore che ho per lei mi viene da piangere. Provo tanta emozione e le lacrime mi rimangono dentro e alimentano l’amore immenso che nutro per questa città e per tutti voi."
Un po’ claudicante, molto commosso dall’amore degli appassionati presenti, ha voluto raccontarsi con sincerità disarmante, qualche incertezza, ma nessun filtro, suscitando l’approvazione del pubblico presente in sala.

Preso dall’entusiasmo ha annunciato che, “convinto dall’abbraccio vostro di questi giorni”, farà un nuovo film del Monnezza, con il figlio adottivo Mattia (che ha fatto salire sul palco) “che spero interpreti il mio personaggio e venga amato come lo sono stato io. Spero che dia tanta felicità negli anni a venire”.

Nato a Cuba, è cresciuto schiacciato dalla figura opprimente del padre scappando alla fine degli anni ’50 dall'isola, con Fidel Castro sul punto di conquistare il potere. Finì negli Stati Uniti dove ha poi vissuto dei mestieri più umili, imparato l’inglese nella marina americana in modo da venire accettato al prestigioso Actor’s Studio, quello di Marlon Brando, Elia Kazan, Montgomery Clift. Quindi il salto in Italia, prima nel cinema dei grandi autori degli anni ’60, poi con gli spaghetti western e i ruoli nel grande cinema popolare italiano fra gli anni ’70 e ‘80, quello che riempiva le sale e sfornava film a gettito continuo, senza troppa attenzione alla qualità. Il personaggio del Monnezza e quello di Nico Giraldi sono entrati nell’immaginario di tanta gente, anche grazie al caratteristico doppiaggio in romano di Ferruccio Amendola.

Tomas Milian ha scritto un’autobiografia, da poco uscita nelle librerie per Rizzoli, scritta insieme a Manlio Gomarasca. Della sua storia, della sua vita romanzesca, ha voluto parlare nell’incontro organizzato dal Festival di Roma. Di seguito vi presentiamo brani dei ricordi che ha condiviso con il pubblico.

Cuba

Da piccolo non ho avuto amore né da mia madre, che non si è mai comportata come tale, né da mio padre. Era fascista da morire e un piccolo dittatore [era un generale del regime di Gerardo Machado, arrestato dopo il colpo di stato di Fulgencio Batista e poi suicidatosi ndr]. All’epoca non sapevo cosa volesse dire fascista o comunista, ma sapevo che Fidel Castro stava entrando a Cuba e le cose sarebbero cambiate. Al cinema vidi La valle dell’eden e mi identificai con il  personaggio interpretato da James Dean, perché non aveva un buon rapporto con il padre come me.

Feci carte false per andarmene da Cuba a fare l’attore. Ne parlai solo con mia zia, che mi disse che mi avrebbe pagato il viaggio in America a patto che conoscessi quello che patisce un uomo comune per portare il pane a casa. Mi si aprì un mondo nuovo che non conoscevo. Ero un cretino che pensava solo a ballare.

Gli Stati Uniti

Me ne andai con pochi soldi, feci lavori molto umili come pulire per terra. Rividi La valle dell’eden e un film con Dustin Hoffman in cui andava con il Greyhound da New York a Miami. Io feci il contrario, arrivai a New York e come prima cosa andai all’Actors Studio, dove aveva studiato il mio punto di riferimento, James Dean, e dove c’erano Marlon Brando e tanti altri grandi. Chiesi cosa dovevo fare per entrare. Mi risposero che dovevo prima di tutto parlare meglio l’inglese e che accettavano solo attori professionisti che venivano a provare aspetti della recitazione in cui erano deboli. Non era una scuola, ma un laboratorio per perfezionare i talenti. Me ne andai con la coda fra le gambe. Mi arruolai nella Marina americana per imparare l’inglese. Dopo sei mesi già lo parlavo, poi mi ammalai ai reni. Mi mandarono in ospedale, con una febbrona alta e mi diedero un té caldo per abbassare la temperatura. Decisi che dovevo provare la mia prima scena drammatica lì e diedi una botta al vassoio. Mi hanno messo sotto una doccia gelata e poi castigato.

Chiesi un’infermiera con i capelli bianchi e gli occhi azzurri come mia madre, che non mi aveva mai dato amore, e cominciai a sfogarmi, a parlarle come fosse mia madre, chiedendole perché non mi avesse mai dimostrato amore. Avevo una bestia dentro, tanta rabbia; volevo fare l’attore perché doveva uscire da qualche parte. Dovevo tirarmi fuori tutte le frustrazioni che avevo dentro. Poi una commissione con uno psicanalista studiò il mio caso e mi disse che ero perfettamente normale per il servizio militare, ma nessuno mi obbligava. Dove decidere io se servire la Marina o essere un libero cittadino. Sapete già come risposi: allora mi augurarono buona fortuna, mi raparono a zero e mi mandarono via.

Tornai a New York, andai di nuovo a fare la stessa scena all’Actors Studio chiedendolo questa volta in un buon inglese. Dovevo fare una scena con un partner per vedere se avevo stoffa. Scelsi una scena a me vicina, in cui ero un marine nella Guerra di Corea in trincea con un amico che amava molto. Sparano e lui muore e io riuscii a rendere molto bene il mio senso di colpa, visto che ero convinto che mio padre si fosse sparato perché non gli piacevo.
Era Natale e la segretaria di Elia Kazan, che era il direttore dello studio oltre che regista de La valle dell’Eden, mi disse che stavo ricevendo un bel regalo di Natale. “Sei stato scelto tra tremila americani come membro dell’Actors Studio per l’anno 1958”.

L’Italia, fra cinema d’autore e popolare

In Italia venni messo sotto contratto da Franco Cristaldi quando mi vide nel ruolo di un omosessuale sul divano che seduce Jean Claude Brialy ne La notte brava di Mauro Bolognini. Lui era disperato e mi diceva di non esagerare, ma io gli rispondevo che aveva chiesto di fare il frocione e allora sennò che frocione era? Fu la scena che mi lanciò e mi trovai a lavorare con i migliori registi del cinema d’autore italiano come Lattuada, Visconti, Pasolini, Zurlini. Ci fu uno scrittore, non farò il nome ma era molto famoso, che davanti a tanta gente, al Club 84, disse che non era omosessuale, ma vedendomi sul divano in quella scena mi si sarebbe fatto anche lui.

Poi avevo bisogno di soldi, sono sempre stato uno spendaccione, e allora finii coi frocioni e cominciai con i cavalli, con i western all’italiana. Mantenni il mio nome, anche perché era già americano, mentre molti attori “intellettuali” per non sporcare i loro nomi altisonanti si facevano chiamare con nomi come Montgomery Wood.





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  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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