Interviste Cinema

L'amore a domicilio: Miriam Leone, Simone Liberati e la paura delle cose belle

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Nel film di Emiliano Corapi L'amore a domicilio, dal 10 giugno su Amazon Prime Video, Miriam Leone e Simone Liberati sono una bad girl e un bravo ragazzo ansioso. Li abbiamo incontrati insieme al regista.

L'amore a domicilio: Miriam Leone, Simone Liberati e la paura delle cose belle

Può sembrare uno strano scherzo del destino ma L'amore a domicilio, che si svolge quasi interamente in un piccolo appartamento di San Lorenzo dove una bella ragazza un po’ femme fatale e un po’ dark è agli arresti domiciliari, esce on demand poco dopo il lockdown a cui ci ha costretti il Coronavirus, precisamente il 10 giugno su Amazon Prime Video. E’ una cosa su cui questa mattina hanno scherzato e anche riflettuto il regista Emiliano Corapi e i protagonisti Miriam Leone e Simone Liberati. Avevamo incontrato i primi due vis à vis durante l'edizione 2019 del Bari International Film Festival e oggi, per forza di cose, li abbiamo ritrovati su Zoom, dove la prima a raccontarci dei terribili 55 giorni di quarantena nazionale è stata Miriam Leone: "Durante il lockdown mi sono ritrovata a rivivere la condizione fisica e psicologica della mia Anna. Come lei ho fatto tantissimo sport e mi sono accorta della centralità del rapporto tanto con me stessa quanto con la noia, una noia produttiva però, positiva. Siamo abituati a correre, non abbiamo questo movimento orizzontale che ci allarga lo spirito, seguiamo solo un movimento verticale che ci fa aspirare a qualcosa. Fermarsi è stato sorprendente, la confusione è andata via ed è rimasto l'essenziale".

Il punto di partenza de L'amore a domicilio, ha spiegato Emiliano Corapi, è la voglia di esplorare "un personaggio pavido che ha sempre evitato il coinvolgimento e che a un certo punto decide in maniera paradossale di cedere perché ha l'impressione di poter controllare l'oggetto del suo amore. Però poi viene risucchiato, diventa lui il vero prigioniero, la vera persona agli arresti domiciliari. E allora non gli resta che esplorare la sua prigione, che è quella della paura, mentre per il personaggio di Miriam la prigione è la solitudine".
Anna e Renato (così si chiama il trentenne con il volto di Simone Liberati) si somigliano dunque, anche se sembrano diversi come il giorno e la notte. In Renato Liberati riconosce un po’ se stesso e un po’ la generazione alla quale appartiene: "Renato è un giovane adulto che condivide le angosce e fragilità di molte persone che hanno la sua età e che io chiamo la generazione dei neo-lavoratori. Renato crede in quello che fa, nell'idea che nella vita sia necessario avere sempre un riparo. L'incontro con Anna è l’elemento di imprevedibilità che sfugge al suo calcolo, alla sua scienza esatta. Renato prova a non volare troppo alto per evitare una caduta dolorosa, ma si trova in balia del destino senza avere una scialuppa di salvataggio".

Renato, dunque, ha paura di "tenere tra le mani" una cosa bella, bella come quella bicicletta che da bambino aveva finalmente ricevuto in dono salvo poi morire di angoscia all'idea che gliela rubassero. Simone Liberati in questo è diverso dal suo personaggio: "Ho avuto spesso la paura che qualcosa di bello potesse poi subire un rovesciamento e tramutarsi in qualcosa di insidioso e pericoloso. E’ capitato molte volte e ho cercato il più possibile di far prevalere la propensione alla ricerca di cose sane e positive".
"Noi tutti abbiamo paura di perdere le cose importanti" - ha dichiarato Miriam Leone - "ma col tempo impariamo a lasciarci andare e quindi il fatto che non siamo eterni e che le cose passano e cambiano diventa meno traumatico".
"Questa paura" - ha detto Emiliano Corapi - "appartiene più o meno a tutti: il timore di avventurarsi una relazione che può essere fonte di felicità ma anche di sofferenza. Tante commedie romantiche parlano di questa doppia scelta: giocare o restare ai margini del campo".

Se Renato nel film è tenero, ansioso e imbranato, Anna è a tutti gli effetti una bad girl, ed è rock, molto rock. Ovviamente ha un'ambiguità di fondo che ha stregato Miriam Leone: "Anna è un personaggio in bilico e il bilico è la ragione per cui faccio questo mestiere. Quando trovo un personaggio scritto con luci e ombre, con forti contrasti, si accende dentro di me qualcosa che mi fa dire: lo voglio fare. Quando ho letto la sceneggiatura di Emiliano ho pensato: mi interessa molto questa cattiva ragazza per la sua dimensione di animale in gabbia, di guinzaglio lungo, e poi è un personaggio moderno, smaliziato, senza maschere, che ha un'evoluzione interessante. Anna, come Veronica Castello di 1992, 1993 e 1994, è lontana da me e io adoro fare al cinema o in tv cose che non farei mai nella realtà. Non credo che diventerò una rapinatrice, e comunque Anna è diventata una criminale perché è sola. Mi affascina nel video della vita chi prende la strada sbagliata e poi magari ha una redenzione. Attorialmente è un percorso affascinantissimo".
Anna, nel film, parla con accento siciliano e viene da Catania proprio come Miriam Leone. E’ stata l’attrice a volerle dare queste origini: "Ho scelto il dialetto perché mi sembrava interessante raccontare un personaggio immaturo sentimentalmente tornando al mio passato, alla mia storia, al mio periodo universitario. Sono andata a cercare anche persone che ho conosciuto, magari non rapinatori, ma ragazze originali della Catania dei primi anni Duemila".

Uno dei temi fondamentali del film è la famiglia, che è croce e nello stesso tempo delizia, che aiuta e sostiene i giovani protagonisti del film ma che contemporaneamente li ostacola, facendo diventare Anna un'autarchica e Renato un fifone. Per Simone Liberati la famiglia è sì un punto di forza, ma ha i suoi svantaggi: "Credo sia giusto slacciare certi legami, è salutare e a volte salvifico allentare o spezzare i vincoli. La famiglia è la sede per eccellenza dei conflitti interiori, le figure genitoriali sono figure con cui ci si confronta sempre, ma che a volte ci complicano molto la vita, quindi bisogna combattere l'idea della famiglia come valore unico e assoluto".

Prima di salutarci, Miriam Leone e Simone Liberati ci hanno parlato di questi mesi senza sale cinematografiche e di film consumati sul divano di casa: "L'esperimento della sala che lascia il posto al divano di casa" - ha detto la prima - "era già avvenuto prima del lockdown con film come Roma e Sulla mia pelle, film che non penso abbiano tolto qualcosa alla sala, perché l'esperienza della condivisione del cinema sarà sempre amata da chi la ama. Io amo andare al cinema, quindi adesso spero nei drive-in, nelle arene. Detto questo, credo che la tecnologia abbia fatto sì che durante il lockdown la gente non impazzisse".
L'ultima parola è stata per Simone Liberati: "Io ho stabilito un rapporto intimo con il cinema grazie alle piattaforme digitali. Durante il lockdown è stato possibile a tutti fare incetta di film. I film sono stati i nostri migliori compagni di viaggio”.

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  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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