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"L'America è una voragine intorno alla quale si cammina": Roberto Minervini ci racconta Louisiana

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Il documentario è stato presentato in Un Certain Regard.

"L'America è una voragine intorno alla quale si cammina": Roberto Minervini ci racconta Louisiana

Dopo aver ottenuto grandi riconoscimenti con i suoi documentari Roberto Minervini prosegue il suo racconto dell’America profonda della bible belt esordendo nel cinema di finzione con Louisiana.

Dopo la trilogia del Texas, conclusa due anni fa con l’apprezzato Stop the Pounding Heart, il regista marchigiano trapiantato in America ha diretto il suo nuovo documentario, presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes.

“Volevo fare film più complesso”, ci ha detto in un incontro sulla Croisette, “che presentasse più realtà in dialogo fra loro, sconnesse narrativamente, spostando il piano della discussione da quello narrativo a quello concettuale e politico. Ho messo a frutto l’approfondita conoscenza sul territorio. Poi il mio obiettivo era fare un lavoro non regionalista o troppo limitato, che potesse rappresentare la fascia centrale degli USA. Un luogo dove si decidono elezioni presidenziali, dove si soffre e si è ultimi a giovare delle riprese economiche.”

Louisiana è un duro spaccato di vita americana, fra tossicodipendenti e miliziani pronti alla rivolta contro il governo, che si esercitano con le armi con lo slogan, Legalizzare la libertà, caro al candidato presidenziale Ron Paul. “Racconto di un paese in corto circuito” prosegue Minervini. “Paga le scelte guerrafondaie in politica estera, durante le quali le nuove generazioni sono cresciute; i veterani oggi hanno 20 anni. A differenza del Vietnam e delle guerre centro americane l’immaginario è da spot pubblicitario, letteralmente. Reclutano al centro commerciale, dove porto anche i miei bambini a giocare. I soldati vengono considerati ‘eroi che salvano le nostre vite’. Tanto che l’unica scena in cui ce la siamo vista davvero brutta, in cui abbiamo rischiato il linciaggio, è stata il giorno dei veterani, quando siamo stati visti come un’arma del nemico, degli intrusi che violavano l’altare sacro dei caduti”.

Il modo di lavorare di Minervini prevedeva tre persone, fra cui il regista, che si alternavano dietro una camera molto pesante, con dei lunghi ciak della durata concessa dalle riprese in digitale di 30 minuti. “Ho girato per cinque mesi nel corso di un anno. La rabbia contro Obama nasce dalla svolta el 2008, vista come momento di rottura che portò la destra, non avendo il presidente una chiara maggioranza, verso una politica ostruzionistica di opposizione al cambiamento epocale. Per la prima volta l’obiettivo era uno solo: far cadere Obama a tutti i costi. Per la destra sono in corso delle riforme preoccupanti: gli interventi sull’educazione, sui diritti degli omosessuali, l’aumento delle tasse.”

Il regista italiano vive da quasi quindici anni negli Stati Uniti, e da alcuni anni nel Texas, a Houston. Vive a stretto contatto quotidiano con le persone che racconta nel suo film, tanto da non poter definire una netta cesura fra momento delle riprese e vita reale. Un’immersione totale e rigorosa del cineasta che sta mettendo a dura prova la serenità dell’uomo. Come ci ha detto, “non me ne tiro fuori, sono scelte di vita difficili, convivo in queste realtà e ci sono dentro fino al collo, i miei figli con me. Continuo un dibattito con i paramilitari, i drogati, i fondamentalisti religiosi. Vivo una vita così ogni giorno, è difficile. Sono comunità che si sentono abbandonate, è gente senza voce. La paura reciproca ci unisce. Viviamo tutti con le spalle al muro. Sicuramente esiste la paura di non tirarsene fuori, di essere coinvolto fino in fondo, con le conseguenze di presentare dei lavori del genere. Mi sento un militante del cinema, ma del resto alla sera devi guardarti allo specchio. Non so come facciano certi regista a fare certi film; non sono Rossellini, ma nel mio piccolo cerco l’integrità.”

Nel girare Louisiana non si è partiti da una sceneggiatura. “Osservavamo, giravamo, poi con la coautrice facevamo un riepilogo della giornata analizzando le varie storie che si generavano. Abbiamo collezionato 150 ore di girato. Decidevamo come portare avanti le storie e quali al mattino, a colazione, mettendo le carte in tavola con i soggetti protagonisti del film. Lo definisco un film di osservazione, un documentario che rappresenta la loro vita, ma la organizza. Le scene di sesso sono state chieste da loro, dal loro esibizionismo, dalla loro voglia di sentirsi vivi, attivi. Era forte la componente disinibitrice della metanfetamina, inebriante.”

La ricerca della comunità era fondamentale per i tossicodipendenti del film, per cui la droga diventa uno stile di vista. “La mia vocazione è quella del foto reporter di guerra e la cosa mi condiziona a raccontare una storia con un’immagine forte, che deve scuotere”. Parole di Minervini, che nella vita si mantiene costruendo case ecologiche, non certo realizzando i suoi film rigorosi. Per questo film il budget ha aggiunto uno zero, arrivando a quasi mezzo milione di euro.

“L’america dell’abbondanza? Io non l’ho mai vista così, ci vivo da quasi quindici anni e i cicli economici arrivano con forza di uno tsunami. Ho visto la tragedia dei mutui spazzare via interi quartieri, che poi sono ripartiti. È anche la terra della carestia. Io non me la passo male, sono un privilegiato, ma se perdessi il lavoro non avrei neanche l’assistenza medica. L’America è una voragine intorno alla quale si cammina, su un terreno molto fragile.”

Lo stile visivo di Minervini è molto curato. A sentire lui, “giro sempre solo una camera che si sposta continuamente. A volte dicevo di non guardare in camera, molte altre qualcuno lo faceva e quelle scene non sono nel film. Il mio intervento fortissimo avviene in fase di montaggio. Non lavoro con la camera leggera del documentarista, la mia è pesantissima, ha una cortissima profondità di campo e lavoriamo in varie persone. Non voglio una forma che io considero sciatta, così come non mi interessava essere presente in campo, creare una situazione metacinematografica”.

Louisiana, presentato nel Certain Regard del Festival di Cannes, uscirà nelle sale italiane il prossimo 28 maggio.





  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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