Interviste Cinema

L'America di riserva: incontro con Babak Jalali sull'italiano Land presentato alla Berlinale 2018

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Uno sguardo sulla disperazione delle riserve indiane più remote.

L'America di riserva: incontro con Babak Jalali sull'italiano Land presentato alla Berlinale 2018

Nelle pieghe del programma della 68° Berlinale, nella prestigiosa sezione collaterale Panorama, si può trovare un film, produttivamente maggioritariamente italiano, che mantiene viva la speranza di un nostro cinema capace anche di coinvolgere talenti stranieri. Non sembra facile, nel paese in cui si è scatenata una cagnara da campagna elettorale, con la giusta dose di disinformatia, visto che siamo a Berlino, sulla nazionalità di Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino. Da qualche parte i francesi sogghignano per l’ennesima volta, dall’alto del loro dominio come co-produttori nei grandi festival internazionali.

Ma torniamo a noi e a Babak Jalali, iraniano cresciuto e formatosi a Londra, il cui primo film, Frontier Blues, ha girato per molti festival, così come il secondo, Radio Dreams, premiato a Rotterdam.

Arriva ora, prodotto da Ginevra Elkann, sviluppato attraverso il Torino Film Lab e con le sovvenzioni anche di MiBACT e Rai Cinema, l’affresco di una riserva nativa americana, dal titolo Land. Una storia profondamente americana, ma finanziato da europei, senza un soldo statunitense, come ci confessa il regista nel corso di un incontro con la stampa italiana alla Berlinale. “Il cinema americano non vuole realmente parlare della situazione contemporanea dei nativi, al massimo propone l’ennesima cretinata sugli indiani e i cowboy. Mi sono chiesto con quale legittimità, come iraniano che vive a Londra, potessi raccontare una loro storia. Poi mi sono detto che se anche una manciata di persone vedrà questo film avrò reso loro onore.”

Un progetto che parte da lontano, anni fa, quando Jalali, sempre interessato ai nativi americani, ha letto “un articolo di giornale sul Guardian, un reportage fotografico che mi ha fatto conoscere i problemi di povertà e alcolismo di quelle zone remote del cuore degli Stati Uniti, un mondo a parte, che sono le riserve. Pensiamo sempre alla due coste, a New York o San Francisco, ma nel cuore del Paese ci sono realtà come queste, che mi hanno ricordato il piccolo paese di frontiera in cui sono nato, al confine nord fra Iran e Turkmenistan. All’inizio sono rimasto sorpreso e scioccato, durante mesi di scoperta e casting in questi luoghi, ho trovato panorami magnifici, ma condizioni molto dure. Sono comunità molto isolate, con la sensazione di essere state dimenticate, come la mia realtà di confine in Iran; mio nonno non ha mai lasciato il suo paesino, non ha mai voluto andare neanche a Tehran. Ora che sempre più persone abbandonano questi luoghi, rimane solo la terra; la cultura e i ricordi rischiano di svanire”.

In Land si racconta di due fratelli, uno dei quali viene ucciso in Afghanistan e torna per la sepoltura nella terra dei suoi avi, sottolineando come questi nativi vengono considerati solo quando si tratta di sacrificare la vita per il Paese. Babak Jalali ha ritratto un mondo in cui l’alcol è un problema generalizzato, “ognuno ha almeno un familiare alcolista, o che ha avuto quel problema. Mi ha sempre interessato la mentalità un po’ bizzarra delle zone di confine, il loro flirtare con l’illegalità, col contrabbando, le realtà di confine sono folli, e da iraniano - europeo d’adozione - mi ha sempre appassionato la questione migrazione. Per Land abbiamo fatto un casting aperto di sei mesi, scegliendo qualche professionista, c’è anche uno stunt man e molti non avevano mai recitato.”



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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