Interviste Cinema

Kevin Spacey a Roma: "La sola cosa che mi spaventa è la stupidità"

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L’attore ha presentato Baby Driver di Edgar Wright, di cui è uno dei protagonisti.

Kevin Spacey a Roma: "La sola cosa che mi spaventa è la stupidità"

Se interpretare un cattivo è liberatorio perché fingendo di prevaricare, corrompere, rimproverare sonoramente o addirittura uccidere si possono sfogare ed esorcizzare rabbia e frustrazione, allora Kevin Spacey è l’uomo più pacificato del mondo. L’immenso Frank Underwood di House of Cards (amatissimo nonostante la sgradevolezza e il pelo sullo stomaco) - di villain ne ha infatti collezionati un gran numero. Dopo aver esordito davanti alla macchina da presa nei panni del ladro che rapina Meryl Streep in Hearthburn - Affari di cuore, Spacey è stato il Roger "Verbal" Kint alias Keyser Söze de I soliti sospetti, il serial killer John Doe di Seven, il Lex Luthor di Superman Returns, il sadico David Harken di Come ammazzare il capo… e vivere felici, il burbero e corrotto Richard Nixon e, a teatro, un portentoso e diabolico Riccardo III° per la regia di Sam Mendes. Meno sanguinario di quest’ultimo gigante del male, più autoironico e gioiosamente fumettistico è il genio della rapina Doc che l’attore si è divertito a impersonare nel centrifugato di cultura pop targato Edgar Wright Baby Driver, heist-movie al ritmo di musica in uscita il 7 settembre. Spacey è venuto a promuoverlo a Roma in una di quelle domeniche d’agosto in cui in città non c’è quasi nessuno, a parte noi naturalmente, che per incontrare il Lester Burnham di American Beauty avremmo detto bye bye perfino alle Maldive. Vestito di blu e sorridente, ma alquanto imperscrutabile, l’attore ha evitato di rispondere a qualsiasi domanda riguardante la politica americana, limitandosi a parlare del film e del proprio mestiere.

Edgar Wright
Adoro Edgar Wright, è sveglio, brillante e divertente. Amo il suo modo di usare la musica. Il personaggio di Doc sarebbe stato perfetto per Michael Caine, quindi non potevo non accettare.

Doc è cattivo?
Non giudico i miei personaggi, non sta a me stabilire se siano buoni o cattivi. E' un compito che tocca ad altri. Il mio lavoro consiste nell’interpretare un personaggio, nel dire ciò che gli viene messo in bocca e nel fare ciò che fa. Non so se Doc sia veramente un bad guy, io non lo vedo così. Al pubblico piacciono i tipi come lui, è attratto dagli uomini machiavellici, dagli antieroi. E' un fenomeno relativamente recente, cominciato secondo me con I Soprano.

Recitare a tempo di musica
Prima di inviarci la sceneggiatura, Edgar Wright ci ha mandato un CD con la colonna sonora del film. Così ho letto il copione al ritmo di musica ed è stata una lettura sexy. Quando poi siamo andai sul set, abbiamo dovuto recitare, in alcune scene, seguendo il ritmo di brani che ascoltavamo nelle cuffiette. Dicevamo mentalmente: "Uno, due, tre" e poi cominciavamo a parlare o a muoverci. Era come una danza. Magnifico.

Accettare un ruolo
C’è stato un momento della mia carriera, abbastanza al principio, in cui per passare a un livello successivo ho dovuto cominciare a smettere di accettare ruoli secondari. Adesso invece mi interessa ricostruire una carriera cinematografica. Quando mi sono trasferito a Londra per dirigere un teatro, sono uscito dalla mente di tante persone, e naturalmente di Hollywood. Così oggi voglio soprattutto essere una parte, anche piccola, di una storia e contribuire a renderla importante.

Mele e arance
Stabilire quale tipologia di personaggio mi piaccia di più è come fare un confronto fra arance e mele. Ma se proprio dovessi fare un paragone fra arance e mele, direi che se le arance fossero in un teatro, sarei la persona più felice del mondo.

Parti da non scegliere
Le uniche parti che non intendo accettare sono quelle scritte male. Io non mi censuro per nessun tipo di ruolo. A volte la gente crede che gli attori stiano là a dividersi i ruoli: questo lo fa George Clooney, questo lo faccio io, questo lo fa Brad Pitt. Mi ritengo aperto a ogni ruolo. La sola cosa che mi spaventa è la stupidità.

Modelli
Ho avuto la fortuna di avere una mamma che amava molto il cinema e il teatro e che mi ha fatto conoscere una gran varietà di talenti: Spencer Tracy, Henry Fonda, Katharine Hepburn, Jimmy Stewart, Cary Grant. Ho avuto il privilegio di incontrare Jack Lemmon e recitare con lui. La sua influenza su di me è stata enorme.

Essere un produttore
Amo fare il produttore perché mi permette di essere un "facilitatore". Mi piace mettere insieme lo sceneggiatore giusto, il regista giusto, l’attore giusto e poi vedere il film - o lo spettacolo - prendere forma e accorgermi che in un modo o nell’altro le cose vanno. Funzionava così anche quando lavoravo all’Old Vic di Londra.

Un lavoro difficile?
La scena della masturbazione in American Beauty è stata difficile, ma trovo stupido che un attore dica: "Oh quanto è stato difficile questo ruolo". Il nostro lavoro non è difficile, è fottutamente divertente, è una gioia unica guadagnarsi da vivere facendo finta di essere un altro. Io vado tutti i giorni al lavoro animato da grandissimo entusiasmo. Ricordo di aver recitato in un monologo in cui c’era un uomo che raccontava che da ragazzo il padre lo aveva mandato a lavorare in un campo di patate ed era faticosissimo perché faceva un caldo terribile. Poi un giorno il tizio aveva cambiato mestiere ed era stato impiegato in uno studio legale. Quando parlava del cambiamento diceva: "Da quel momento non ho più lavorato un solo giorno in vita mia". Ecco, per me è lo stesso: non ho mai lavorato un giorno in vita mia.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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