Interviste Cinema

John Travolta, e la libertà di essere sempre diverso, sul tappeto rosso della Festa di Roma

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L’attore celebre per i film musicali protagonista di un incontro bilancio sulla sua carriera.

John Travolta, e la libertà di essere sempre diverso, sul tappeto rosso della Festa di Roma

John Travolta sembra essere felice, lo dice lui stesso; sorridente e a suo agio con i ricordi di una carriera intera, dopo momenti non semplici, con la morte del figlio adolescente nel 2009 e gli ultimi anni segnati da ruoli non certo indimenticabili. L’attore oggi è alla Festa di Roma, protagonista oggi di un incontro con il pubblico. Per l’occasione ha parlato con la stampa anche del suo ultimo film, The Fanatic, in cui interpreta un fan sfegatato di un attore di film d’azione. Inutile dire che questa passione sfocerà in qualcosa di morboso e violento. 

“È un ruolo diverso”, dice, “riflette alcune mie passioni poco conosciute, che custodisco gelosamente. Sono un fan appassionato e quindi capisco bene cosa voglia dire essere un fanatico, non ho paura di essere perseguitato, non ho mai avuto problemi di questo tipo”. Un film girato in soli venti giorni, nato grazie alla volontà e alla passione di Travolta per il progetto, diretto da Fred Durst, frontman dei Limp Bizkit.

Sicuramente, però, il suo nome è ricordato per i film dei primi anni di carriera, che hanno segnato una e più generazioni e fatto ballare milioni di persone: da La febbre del sabato sera a Grease e Staying Alive, con il ritorno in auge in grande stile negli anni '90 grazie a Pulp Fiction e Quentin Tarantino. “Sono orgoglioso di aver partecipato a film che hanno lasciato il segno e a distanza di decenni rimangono ancora fra i preferiti di tante persone. Come attore sogno di fare film che il pubblico possa amare, a prescindere da quando li guarda. È un grande privilegio avere fatto parte di film senza tempo, è bellissimo. Se dovessi selezionare alcuni di questi titoli direi: Grease, Pulp Fiction e La febbre del sabato sera, di tutti e tre sono particolarmente orgoglioso. Tutti noi viviamo tante esperienze diverse, riempiamo le nostre vite come fossero un puzzle di arte, vita privata, ogni cosa”.

Alla domanda sulla difficoltà a gestire l’improvviso successo con La febbre del sabato sera, da giovane poco più che ventenne a inizio carriera, ha così risposto: “Non è stato difficile, la mia famiglia veniva dal teatro e dall’arte, penso che le persone nascano con i geni adatti a certe cose, ho abbracciato tutto quello che è accaduto, ho dovuto accogliere il mondo, facendolo entrare nella mia vita, come una persona cara, domandandomi invece cosa sarebbe successo dopo. Ho cercato di spingermi oltre, di fare cose diverse grazie al successo di quei film. Le mie origini rimandano al sud Italia, mia nonna veniva da Napoli, mio nonno dalla Sicilia. Sono arrivati in America fra il 1902 e il 1906, sono stato da quelle parti ma non ho trovato le origini dei Travolta, mi sento unico con questo cognome”.

Attore e ballerino, non certo un unicum, visto che “anche Jim Cagney sapeva ballare e cantare, ma parlando da fan ho sempre amato Sophia Loren, chi non la ama, ma anche Fellini, i Beatles, Il Padrino, Brando, che era un amico e lo adoravo, così come Liz Taylor. Non mi vergogno certo di ammirare altri artisti, come Bertolucci. L’importante è vivere oggi costruendo il domani, non mi dispiaccio mai per il passato. Ho detto no ad American Gigolò, Splash, Il miglio verde, Ufficiale e gentiluomo, non ho accettato per una ragione o per l’altra, ma di ruoli e film ne ho fatti tanti altri, non ho rimpianti. Il viaggio più interessante è stato quello di Pulp Fiction. Quentin rappresentava una novità, aveva una sua visione che è stato interessante osservare come attore. I suoi consigli erano corretti, sofisticati, mi ha consentito molta libertà e dato fiducia. Suggerimenti efficaci e potenti, ma semplici”.

Un rapporto con i suoi registi che rivendica come cruciale. “Noi attori abbiamo un compito diverso, il pubblico mi ha permesso di essere diverso in ogni ruolo, la libertà più grande che possa esistere per un attore, ma gran parte della mia carriera si è basato sul fatto di aver ispirato, come musa, l’immaginazione di sceneggiatori e autori. Ho deciso di essere interprete più che creatore. Mi sento fortunato per questa libertà”.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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