John McEnroe e il rapporto fra cinema e tennis: incontro con Julien Faraut

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John McEnroe e il rapporto fra cinema e tennis: incontro con Julien Faraut

John McEnroe è un genio, uno dei maggiori artisti del Novecento, che ha usato come strumento una racchetta, per la maggior parte della sua carriera di legno. Come ogni genio aveva un lato folle, spesso improvviso e violento, che l’ha portato a litigare con gli arbitri durante praticamente ogni partita di tennis, spaccando una quantità industriale di racchette. Attaccante dal braccio benedetto, non amava le superfici lente come la terra battuta, il cui tempio era, ieri come oggi, il Roland Garrros di Parigi, sede di una delle quattro prove del Grande Slam, i più importanti tornei dell'anno per un tennista.

Proprio il suo rapporto combattuto con Parigi, cercando di vincere finalmente una volta su quel campo così lento, è al centro di un lavoro davvero particolare, un documentario che utilizza del materiale d’archivio in pellicola 16mm girato negli anni ’80 durante varie edizioni del Roland Garros, per raccontare qualcosa di nuovo sul rapporto fra cinema e tennis. A dirigere questo film, John McEnroe - L’impero della perfezione, è il francese Julien Faraut, un ricercatore che all’INSEP (l’istituto nazionale dello sport francese) si occupa proprio dell’archivio in 16mm legato allo sport. Un documentarista, quindi, che si occupa proprio di esplorare, nel suo lavoro artistico, il carattere eccezionale degli sportivi di élite attraverso il cinema.

Com'è nata l’idea di raccontare un campione del tennis come John McEnroe da questo punto di vista così inusuale, da dove arriva questo materiale?

Non volevo fare un film su McEnroe, tutto è partito dal ritrovamento di questo girato. Ho cominciato a visionarlo ed ecco il primo shock: vedere un match di tennis in 16mm. Gli anni ’80 sono quelli in cui tutto cambia, dal punto di vista tecnico, le televisioni già da tempo girano in video, e siccome la pellicola ci rimanda al cinema e al documentario di creazione, il fatto di vedere un avvenimento sportivo in 16mm crea un’ambiguità, da cui è nato il soggetto del film; tennis e cinema, realtà o finzione? Lo sbobinamento, fatto per forza di cose all’antica, ha richiesto tre anni. Un lavoro fastidioso, ma allo stesso tempo molto ricco. Ho ritrovato l’inerzia che permette una grande maturazione, di cui i vecchi montatori parlavano, un procedimento molto manuale. Poi ho lavorato al servizio del girato, con la scrittura sviluppata successivamente. La ricchezza del materiale era il fatto che documentavano le riprese che erano in corso, non prima o dopo l’azione filmata, ma allo stesso momento. È stato reso possibile dalla disposizione spaziale dello stadio del tennis. Quando McEnroe era seduto, si trovava nell’asse del fonico di presa diretta, che normalmente è fuori campo, specie in un documentario, ma in questo caso si trovava per forza di cose in campo. Così possiamo vedere chi filma e chi è filmato nello stesso momento, il che fa esplodere tutta la teoria del cinema su quello che deve essere in campo e fuori. Non sappiamo mai se stiamo vedendo un filmato su McEnroe o un film che si sta girando. La costruzione è stata fatta al montaggio, momento che adoro. La sua genesi dice molto del lato ibrido e inusuale del film.

In più c’è un lato molto interessante, quello della ripetizione che vede coinvolto lo stesso giocatore, alle prese con una superficie a lui non congeniale, sempre nello stesso torneo, cercando di vincere. Nel farlo ogni anno invecchia senza riuscire nella sua impresa.

Si avvicina sempre più a vincerlo, nonostante la superficie non adatta a un attaccante come lui, fino ad arrivare al punto della sua consacrazione, che sarebbe dovuta arrivare nel 1984, quando dominò senza perdere un set, fino alla finale di più di quattr’ore contro Lendl. Ci sono vari livelli di lettura del modo di fare di McEnroe, come quello dell’americano che viene nella vecchia Europa, perché McEnroe faceva parte di quella classe di newyorkesi molto sgradevoli nei confronti dell’Europa, sull’organizzazione di ogni cosa, molto accondiscendente e anche maleducato. Il pubblico parigino è sempre combattuto fra amarlo per il suo lato da genio creativo e detestarlo come americano dalle cattive maniere che disprezzava tutti. Era sempre in tensione ed è curioso vederlo ogni anno poco a suo agio.

E se la prende con gli spettatori, con il microfonista e l’operatore, perché la pellicola fa rumore.

Ci sono varie ragioni. È un perfezionista che vuole controllare tutto e se qualcosa è fatta senza il suo consenso è la fine. Poi è ipersensibile, con un’acutezza sensoriale straordinaria, il motivo per cui può trovare all’ultimo momento il giusto angolo in un colpo, ma per farlo deve sempre essere attento. È molto sensibile al rumore, poi c’è un lato più fisico, con cui ho discusso con alcuni amici musicisti, un aspetto quasi bestiale. Sono sul campo di tennis, è il mio territorio, non venire con un microfono a invaderlo. Questo problema di coabitazione è nuovo, perché la televisione non lo mostrava, faceva vedere semmai le discussioni con l’arbitro. Trovavo affascinante questo rapporto di forza che lui stabiliva.

McEnroe ha visto il film?

Sì. Avrei voluto uno scambio più approfondito con lui, ma non è stato possibile. Non ho mai sentito il bisogno di incontrarlo, di associarlo al film, perché per me era il girato che offriva qualcosa di nuovo e straordinario sul rapporto fra tennis e cinema. Ma per correttezza ho voluto tenerlo sempre al corrente, passando per il suo agente, che ci ha un po schifato, considerando che è ancora un marchio importante, testimonial e personaggio televisivo. È più abituato ad avere a che fare con grandi marchi come McDonald’s o Nike che con il cinema. Non ci ha risposto, se non dopo la Berlinale quando ci ha scritto, lapidario, senza buongiorno o buonasera, ‘he liked it’, gli è piaciuto. Poi il film è uscito nelle sale americane durante gli US Open ed è uscito un bell’articolo sul New York Times, che deve essere arrivato fino a lui, perché ha scritto una lettera al produttore chiedendogli un link video per farlo vedere ai suoi familiari, visto che aveva molto amato il film.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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