Interviste Cinema

John Goodman racconta John Goodman. E 10 Cloverfield Lane: Intervista Esclusiva

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Abbiamo incontrato uno dei protagonisti del misterioso 10 Cloverfield Lane, che Goodman con la sua impagabile, ironica indolenza, ci ha un po' svelato.

John Goodman racconta John Goodman. E 10 Cloverfield Lane: Intervista Esclusiva

Quando scrivendo a proposito di cinema americano viene fuori il termine caratterista i nomi a esso associati raccontano sempre di grandi attori, capaci di costruirsi carriere invidiabili lavorando su "tipi fissi" oppure su personaggi di supporto, in grado di impreziosire con la loro presenza scenica sia le prove dei protagonisti che ovviamente i film. Jason Robards e Walter Matthau erano considerati "caratteristi", tanto per citare esempi di un'epoca di cinema più vicina alla nostra.
L'attore dei nostri tempi che oggi possiamo accostare con pieno merito a tali nomi è senza dubbio John Goodman. Impossibile citare quante volte con la sua presenza scenica e la sua arte istrionica ha dipinto personaggi indimenticabili, anche solo con una scena o due. Basta prendere uno qualsiasi dei film che ha realizzato con i fratelli Coen.
Noi lo abbiamo incontrato grazie all'attesissimo e misterioso 10 Cloverfield Lane. Che Goodman con la sua impagabile, ironica indolenza, ci ha un po' svelato.

Partiamo proprio dal mistero che circonda 10 Cloverfield Lane. Come l'ha gestito?
Il film era talmente segreto che a me non hanno neppure detto che lo era! Lo sto scoprendo ora che parlo con la stampa. Ecco a cosa servono i giornalisti. A noi attori hanno semplicemente chiesto di non rivelare dettagli della trama, e penso che alla fine ci siamo proprio dimenticati di farlo. Mentre giravamo il titolo di lavorazione era Valencia, e prima di esso forse era Il Bunker, chi avrebbe voluto vedere un film con un titolo del genere?
Abbiamo girato in un magazzino appena fuori New Orlans, l'ho apprezzato moltissimo perché io vivo lì ed erano solo venti minuti di guida dal posto di lavoro, non mi capita mai. Potevo tornare a casa e dormire nel mio letto. Alla fine ho usato tutto questo per staccarmi dal resto del cast e aumentare il senso d'isolamento che secondo me serviva per creare il personaggio di Howard. O meglio, all'inizio ho provato a mantenere le distanze da John Gallagher e Mary Elizabeth Winstead, mi sono isolato più di quanto faccia di solito, ma sono due persone così divertenti che dopo un po' non me ne è fregato più nulla. Alla fine tutta la troupe era piena di persone allegre, isolarmi era l'ultima cosa che potessi fare.

Howard è piuttosto differente dai suoi soliti ruoli.
Per me è stato interessante, non avevo mai interpretato un tipo del genere prima. Mi trovo sempre in difficoltà quando devo entrare in psicologie che non mi piacciono, ma lo stesso ho provato a vedere la storia dal suo punto di vista. Ci sono delle ragioni per cui compie determinate azioni, così ho cercato di capirle. Non sappiamo chi è o cosa vuole all'inizio. Sappiamo per certo che salva veramente Michelle, ma per quale scopo è qualcosa che rimane oscuro. Forse neppure Howard sa bene cosa vuole, io l'ho subito inquadrato come un uomo disperatamente solo, uno che si scaglia contro le altre persone o se ne allontana perché si sente inferiore, sente di non meritare di ottenere la loro attenzione.

Raccontato così però ricorda un po’ il Charlie Meadows di Barton Fink.
Vero, non ci avevo pensato. Sia lui che Charlie hanno enormi segreti e fondamentalmente si sentono soli. A un certo punto nel film Charlie dice a Barton Fink: "Non sono pazzo, non mi piace quando la gente mi chiama pazzo, non sono matto in nulla." Non si sente capito, soprattutto si sente oppresso, così come capita ad Howard in questo film. Hanno entrambi un senso di persecuzione e paranoia. Questa alla fine è la natura di Howard, paranoica.

Come ha costruito una psicologia così complessa?
Il lavoro sui miei personaggi è affare mio. Non voglio sembrare ostile, ma credo che oggi si parli troppo del dietro le quinte, della vita degli attori e di cosa mettono di essa nei loro ruoli. A molti di noi non piace mostrare il loro mestiere, solo il prodotto finale che è l'interpretazione. Io ci tengo a mantenere un certo senso d'illusione. E comunque non ho avuto bisogno di molta preparazione, la sceneggiatura era così buona che tutto era spiegato. E' stato un bene perché sono estremamente pigro e non ho dovuto fare alcune ricerca precedente. Tutti gli indizi che mi servivano erano contenuti nello script, ho solo dovuto costruire per me stesso la backstory di Howard.

Quale è stata la scena più complicata da girare?
C’è un momento assurdo in cui compaio rasato e vestito a puntino, è davvero terrificante, soprattutto per la protagonista Michelle. Nessuno vuole vedere un personaggio come Howard presentarsi per un appuntamento al buio, con fiori e tutto il resto. Mi sono divertito a mettere in scena quel cambiamento, è una variazione sul personaggio che ne scopre un lato più inquietante.

Cosa può dirci della collaborazione con il regista Dan Trachtenberg e il produttore J.J Abrams?
Dan ha gestito tutto alla perfezione, ha lavorato magnificamente con noi attori e anche sui movimenti di macchina. Era pienamente preparato a raccontare questa storia, tutti gli sforzi compiuti insieme a lui erano diretti al racconto, allo storytelling. Per me niente conta di più di una buona sceneggiatura. E poi magari con un buon testo ti vai a cercare i nomi che contano per fare un buon film. Io preferisco un regista che lavori molto con gli attori perché ogni tanto divento confuso, mi perdo nelle piccole cose, nei dettagli. Ho spesso bisogno che qualcuno mi rimetta sulla carreggiata giusta. Abrams non l'ho mai visto sul set, era impegnato con Star Wars. Penso sia stato coinvolto soprattutto con Dan, avevano frequenti conversazioni al telefono o su Skype. Credo vedesse costantemente i giornalieri, cosa che adesso con cose come wi-fi e computer è molto più facile da fare anche se sei lontano. Come attore non mi sono troppo preoccupato di questo, mi sono concentrato su quelli che avevo di fronte a me, è così che lavoro. Onestamente non ho idea se fosse coinvolto nel mio casting. Mi piace pensare che morisse dalla voglia di prendere me.

Lei è appassionato di cinema fantastico?
Adoravo Ai confini della realtà, andava in onda ogni venerdì sera, a tarda ora, e non aspettavo altro che vederlo. Lavorava sempre su un concetto di base, un piccolo ma significativo stravolgimento della vita di tutti i giorni. Spesso il paranormale serviva soprattutto per dimostrare quanto la nostra realtà fosse già terrificante. E' un concetto che in parte può essere applicato anche a 10 Cloverfield Lane. L'approccio del film è stilizzato, non si può certo dire che punti al realismo, eppure in esso è contenuta una certa dose di verità. Per questo spaventa.

E John Goodman di cosa ha paura?
Molte paure sono contenute soltanto nella mia mente, ci combatto da anni, passo dopo passo. Quando riesco ad affrontarle capisco che in realtà non c'è nulla di cui essere spaventati. Quando guardi in faccia i tuoi demoni nella maggior parte dei casi si rivelano nulla, puoi sconfiggerli. Quello che mi spaventa è l'idea che mia figlia o mia moglie possano finire in qualche pericolo. Questa è la mia paura più grande.

Come mai ha scelto di vivere a New Orleans invece che ad esempio Hollywood o New York?
Una volta mi piaceva dire che alcune persone hanno perso una parte di DNA, e la ritrovano solo quando vengono a New Orleans. E' come riempire un buco nell'anima. Probabilmente ero ubriaco quando l'ho detto.
La prima volta che ci sono venuto ho sentito di appartenere a quel posto. Ci tornavo ogni volta che potevo, giusto per gironzolare in giro, ascoltare un po' di musica e gustarmi il cibo. Ma più di tutto per le persone. Non è la tipica città del sud, direi che è più nord del Costa Rica. Mi ci sono trasferito vent'anni fa, perché il comportamento delle persone qui semplicemente è diverso, migliore. Ho visto troppi bambini crescere nello show business in maniera non equilibrata, così ho deciso di venire a New Orleans soprattutto per mia figlia Molly, non volevo che succedesse anche a lei. E cosa mi fa lei? Appena diplomata sceglie di andare in una scuola di cinema, tornando esattamente al punto di partenza. Ma deve fare ciò che ama, che è essere dietro la macchina da presa.

Recitare però deve averla portata anche in posti stimolanti, no?
Certo! Grazie alla parte avuta in Kong: Skull Island sono appena tornato dal Vietnam, ed è stato incredibilmente interessante. Prima avevamo girato in Australia e alle Hawaii. E comunque più divento vecchio più voglio rimanermene a casa. Mi piace lavorare, ma diciamocelo chiaramente, girare film oggi è davvero noioso. Alla fine molto di ciò che è cinema non avviene più sul set, quello che ti resta da fare è andare lì e sperare di lavorare con qualcuno che sappia come comportarsi. Mi piace visitare posti adesso, questo è vero. In Vietnam e Australia avevo Brie Larson che praticamente organizzava tour per tutta la troupe! Adesso sono un po' meglio di prima, anni fa quando andavo da qualche parte a girare poi mi chiudevo nella camera d'albergo, a leggere o guardare la TV. Non mi sforzavo perché non m'interessava, oggi invece sento che è meglio cercare di apprezzare dove ti trovi quando ti ci trovi. Chissà se tornerò mai in Vietnam?
La verità è che adoro anche starmene a casa, sdraiato a giocare col telecomando. Non ho socializzato quanto avrei potuto sul set di 10 Cloverfield Lane perché chissà quando mi capiterà di nuovo di girare un film a New Orleans, ho sfruttato tutto il tempo a disposizione per starmene sul mio divano.

Insomma, alla fine di tutto, conta fare ciò che si vuole.
E ridersela un po'. Non ci si può prendere troppo sul serio quando si è un attore, altrimenti si diventa colpevoli di superbia. Ci sarà sempre qualcuno più bravo o divertente di te lì fuori, quindi prendi quello che puoi dal tuo lavoro e cerca di sfruttarlo al meglio. Arrivato alla mia età e con la mia carriera alle spalle oggi cerco solo di non annoiarmi, di provare cose nuove, anche se piccole. Imparare qualcosa.

10 Cloverfield Lane arriva nei cinema italiani il 21 aprile prossimo.

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