Interviste Cinema

Jean-Pierre Jeunet: Harvey Weinstein mi fece perdere l'Oscar per Amélie

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Il regista francese ha incontrato il pubblico al Festival di Roma parlando senza freni.

Jean-Pierre Jeunet: Harvey Weinstein mi fece perdere l'Oscar per Amélie

Non ha mai avuto peli sulla lingua Jean-Pierre Jeunet e non ha motivo di averne neanche all’incontro con il pubblico organizzato da Alice nella Città. Il regista francese non nasconde un certo astio nei confronti degli studios americani, colpevoli di limitare la libertà creativa degli autori di cinema per assecondare le logiche di marketing. “Sono stato fortunato al debutto negli USA con Alien: La clonazione” racconta Jeunet, “non parlavo inglese ma ho avuto massima disponibilità dalla produzione. Ho capito la storia del film soltanto quando ho ricevuto a casa il DVD che aveva i sottotitoli in francese, e questa è una battuta ma fino a un certo punto”. “Ho avuto coraggio ad accettare quel lavoro, così come ho avuto coraggio a rifiutare di dirigere un Harry Potter, che mi era stato proposto una decina di anni fa, perché era già tutto pronto, costumi, scenografia, casting, e non avrei avuto modo di personalizzare nulla”.

Jeunet è al Festival di Roma per accompagnare il suo ultimo film Lo straordinario viaggio di T.S. Pivet. Uscito in Francia un anno fa (ancora incerta la data italiana), il film è tratto dal primo romanzo “Le mappe dei miei sogni” dell’autore americano Reif Larsen. Il film però sul territorio americano ancora non si è visto, congelato dal produttore Harvey Weinstein. “La questione è semplice” spiega il regista senza troppo risentimento, “io non gli permetto di fare tagli al film e lui, per ripicca, non me lo distribuisce”. Jeunet ricorda che il braccio di ferro con i fratelli Weinstein (ma soprattutto con Harvey) inizia nei primi anni 90 quando la Miramax acquista i diritti per distribuire Delicatessen sul mercato USA. “Mi sottoposero una serie di scene da tagliare dal film, tutte le più stravaganti e divertenti. Il mio socio, co-regista Marc Caro disse: va bene, che ne dite di fare ancora un taglio ai titoli di coda, così cancelliamo direttamente i nostri nomi?”. 

Il discorso arriva a Il favoloso mondo di Amélie. “Weinstein non poté chiedere aggiustamenti in quel caso, perché il film aveva già riscosso molto successo in Europa, però ci fece perdere l’ Oscar. Avevo già una lettera in tasca di Steven Spielberg che si congratulava per la vittoria, ma quell’anno la Miramax fu boicottata in quanto usava metodi non proprio ortodossi per promuovere i propri film… non posso dire quali, perché non ho le prove”. Era il 2002 e l’Oscar come miglior film straniero andò al bosniaco No Man’s Land. “Ho sentito dichiarare da Harvey Weinstein che la democrazia va bene per i governi, ma al cinema serve la dittatura”, e con questa frase l’autore di Amélie completa il ritratto sul produttore americano.

Jean-Pierre Jeunet, tra i ricordi della propria adolescenza da filmmaker e i consigli ai giovani che devono imparare la tecnica per poi dimenticarla in favore della creatività, rivela di aver lavorato per due anni all’adattamento di Vita di Pi. “Scrissi con il mio collaboratore Guillame Laurent una versione del libro che piacque molto alla Fox, ma costava troppo. Allora mi chiesero di entrare nella produzione. Feci molte ricerche, disegnai vari storyboard, intervistai domatori di tigri e alla fine riuscii ad abbassare il budget. Purtroppo, a causa del cambio euro/dollaro sfavorevole per gli americani, il costo restava troppo alto. Dopo tutti quei mesi non me la sentii di ricominciare da capo, e uscii dal progetto. Alla fine la Fox fece il film con Ang Lee, il quale portò nel progetto un produttore taiwanese che versò la metà di 150 milioni di dollari. Il mio budget era di 60 milioni”.



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