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Janus Metz racconta il suo Borg McEnroe, film su due campioni alla ricerca della perfezione, dell'intensità, della vita

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Il regista danese ci racconta il film, il rapporto con gli attori e con i campioni che interpretano, quello che cercava e vedeva nel tennis.

Janus Metz racconta il suo Borg McEnroe, film su due campioni alla ricerca della perfezione, dell'intensità, della vita

Per il regista Janus Metz, 43enne danese fino a questo momento poco conosciuto (ma in America ha diretto un episodio di True Detective), Borg McEnroe non era tanto un film su una rivalità sportiva ma un film "su Björn che guarda a John e su John che guarda a Björn, accorgendosi di quanto sono simili, di appartenere alla stessa tribù di persone che hanno a che fare con un demone interiore analogo e che hanno la stessa determinazione."
Più che una storia sportiva, o oltre a una storia sportiva, il film, per il suo regista "esplora una condizione umana, parla di persone che cercavano la perfezione, l'intensità e il sentirsi vivi in modi, apparentemente, completamente opposti. Non è un caso," sottolinea, "che inizi con un personaggio che flirta in qualche modo con la morte, una scena che instaura una sorta di sfondo ideale per tutta la storia."

Poi, certo, spiega Metz con aplomb tutto scandinavo, "il dramma è tutto costruito attorno all'ultimo tentativo di Borg di entrare definitivamente nella leggenda del tennis vincendo il suo quinto Wimbledon di fila, e sull'irrompere in scena di un McEnroe che cerca di rovinargli la festa."
Ma a interessare il regista "era il tennis da un punto di vista filosofico ed esistenziale. Non avevo un gran rapporto con questo sport prima, anche se ricordo il tennis di quegli anni come qualcosa di sspettacolare, ma ho una grande ammirazione per il regista Jorgen Leth, che sul tennis ha lavorato in maniera interessante, e mi ha fatto venire voglia di approfondire quel mondo. Così ho letto "Open" di Agassi, e "Essere John McEnroe" di Tim Adams, che mi hanno fatto capire come funzioni uno sport prima di tutto mentale. Per il film," prosegue, "ho pensato allora al gioco come a una analogia della vita, a un tentativo di fare ordine nel caos. Ho tentato un'interpretazione ermeneutica della scienza del tennis, pensando a cosa capirebbero degli alieni di questo sport e di questi due personaggi."

I personaggi sono ovviamente Björn Borg e John McEnroe, interpretati rispettivamente da Sverrir Gudnason e Shia LaBeouf. "Sono personaggi reali, e ancora vivi, e io volevo rispettarli il più possibile. L'opposizione tra i loro due caratteri nel film era centrale e doveva essere rispecchiata dagli attori, e credo che sia Sverrir che Shia siano stati perfetti in questo senso. Si sono applicati al film con intensità fin dal primo giorno, fin da quando è iniziata una preparazione fisica fatta di tennis ma anche di diete: si sono dovuti allenare per diventare gli atleti che erano i loro personaggi, e la trasformazione fisica è stata impressionante. Ma anche mentalmente sono stati molto intensi, e per Shia in particolare, che veniva da un periodo difficile, penso che il film, girato anche in un ambiente meno stressante di quello hollywoodiano, in Scandinavia, sia stato in qualche modo catartico."

Proprio perché battente bandiera svedese, il film, ammette Metz, "è vantaggio-Borg nello storytelling", anche se lui si ricordava più di McEnroe e del suo personaggio, perché Borg smise di giocare quando era troppo piccolo.
Ma il vantaggio-Borg c'è anche, forse, perché il campione svedese ha seguito da vicino la produzione ("ma senza interferire"), mentre "l'americano non ha voluto avere alcun contatto con noi, ed è stato molto riservato sulle impressioni avute una volta visto il film".
Borg è stato così vicino al film da permettere che suo figlio Leo, giovane stella del tennis svedese, interpretasse il giovane Björn. "È stato molto bello avere Leo con noi," racconta Metz. "La storia di suo padre è reale esperienza di vita per lui, e a tratti mi sembrava di girare un documentario. C'era vita, dolore e intensità in questo ragazzo."
L'unica volta che Borg ha interferito con le riprese, prosegue il regista, è stato proprio in occasione di una scena che vedeva protagonista suo figlio: "Era una scena in cui doveva pattinare sul ghiaccio, e Björn non voleva per paura che cadesse, si rompesse un braccio e rovinasse così la sua promettente carriera."

Per la scena è stata trovata una soluzione, ovviamente. A conferma anche di quanto Metz dice di sé come regista: "Sono uno che ascolta prima di ogni altra cosa. Penso che quello del set sia un lavoro collaborativo, uno sforzo comune per cercare una verità tutti assieme. E questa verità magari non è lì dove a volte posso pensare io che sia, magari gli sta solo vicino, e la scopro grazie all'ascolto e alla collaborazione."



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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