Interviste Cinema

James Vanderbilt, regista di Truth, parla di Mary Mapes, giornalismo e verità

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L'esordiente regista presenta alla Festa del Cinema di Roma il suo film tratto dal Rathergate.

James Vanderbilt, regista di Truth, parla di Mary Mapes, giornalismo e verità

Il personaggio più atteso, alla conferenza stampa di Truth (qui la nostra recensione), film che ha aperto la Festa del Cinema di Roma 2015, non c'era: Mary Mapes, la giornalista americana protagonista dello scandalo del Rathergate e della trasposizione cinematografica di quegli eventi firmata da James Vanderbilt, atterrava a Fiumicino proprio mentre il regista si presentava alla stampa italiana, con un ritardo di quattro ore rispetto al previsto. Quale fosse la compagnia aerea responsabile del ritardo, non lo sappiamo.
Ma il regista si è fatto in quattro per rispondere alle domande, parlando con un elevatissimo numero di parole al minuto. “Negli Stati Uniti c'è stato un grande clamore attorno a questa vicenda,” ha spiegato, riferendosi a una puntata di 60 Minutes, di cui la Mapes era producer e Rather anchorman, che attaccava George W. Bush sulla base di documenti la cui autenticità non era stata dimostrata comprovabile. “Non vidi in tv la puntata incriminata, ma ho seguito tutti gli sviluppi sia sulla CBS che su altri network. Quanto poi, alcuni anni dopo, ho letto il libro di Mary Mapes, mi sono convinto che era necessario trarne un film.”

Inizialmente, racconta Vanderbilt, la giornalista è rimasta molto sulla difensiva, quando contattata, ma si è presto convinta della bontà delle sue intenzioni, collaborando con Vanderbilt e coinvolgendo anche lo stesso Dan Rather e gli altri membri del team dietro quella puntata di 60 minutes.
“Per il film abbiamo letto il libro approfonditamente, abbiamo analizzato i fatti, abbiamo parlato con Mary, con Dan, col il team: ho cercato di essere giornalistico, nel mio approccio,” spiega il regista. “Volevo raccontare la vicenda dal punto di vista di questi protagonisti, ma al tempo stesso cercare di essere il più oggettivo possibile. Non abbiamo inventato praticamente nulla, nella sceneggiatura, nemmeno gli aspetti più “cinematografici”, come l'infanzia di Mary o il suo rapporto con Dan. Stabiliti i fatti, la parte più difficile è stato restituire la parte emozionale: anche perché dall'umanità di Mary Mapes sono rimasto immediatamente conquistato.”

Parlando di fatti, il regista ammette che riguardo una storia come questa “ci sono molte diverse opinioni”, che sapeva ci sarebbe stato quindi qualcuno di inevitabilmente insoddisfatto, ma ribadisce la scelta di un punto di vista, “quello di di Dan e Mary, per avere uno sguardo dall'interno nella storia che ha comunque comportato la distruzione delle loro carriere: non capisco proprio chi dice che siamo stati troppo morbidi con loro.” In fondo, dice Vanderbilt, anche i giornalisti come loro sono umani: “Dan Rather dice che il giornalismo è la bozza, la brutta copia della Storia: è un lavoro sporco. Parlo di personaggi che cercano di fare il meglio possibile, anche se non sempre ci riescono: per questo abbiamo chiamato il film Truth, “verità”: tutti la inseguono, ma la verità è sfuggente, complessa.”

Vanderbilt, che ha detto di aver sempre amato il giornalismo, tanto da considerarlo una professione alternativa nel caso nel cinema non avesse sfondato, vede nel Rathergate che racconta il momento cruciale del passaggio da un paradigma di giornalismo a un'altro, quello nato con l'esplosione di Internet. “Sono cresciuto col mito di Dan Rather, l'uomo che per me e la mia famiglia era “la notizia”, assieme agli altri anchor dei grandi network. Oggi non è più così, non esistono questi punti di riferimento: esistono abbiamo decine di voci, l'informazione è cambiata completamente. Quella società, giornalisticamente parlando, non esiste più: i Mary e Dan sono stati i primi a farne le spese.”

Per Vanderbilt, che come sceneggiatore ha raccontato al cinema l'Uomo Ragno, i giornalisti sono comunque degli eroi: la loro è una professione incredibilmente importante, che mantiene in salute la società con il loro fare domande. Peccato che, in questo nuovo mondo dell'informazione, oggi sia così difficile fare giornalismo investigativo, primariamente per motivi di tempo. In Truth, racconto che la puntata incriminata su messa su in fretta e furia in cinque giorni: oggi, cinque giorni sono un periodo di tempo lunghissimo, per il giornalismo, impraticabile.”





  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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