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Interviste Cinema

James Marsden e Francesco Facchinetti raccontano Hop

Abbiamo incontrato il protagonista in carne ed ossa del film mix di live action e animazione targato Universal, e anche il doppiatore italiano del suo protagonsita "virtuale".

James Marsden e Francesco Facchinetti raccontano Hop

James Marsden e Francesco Facchinetti raccontano Hop

E’ davvero un piacere raro incontrare un attore simpatico, modesto e disponibile come James Marsden. Aria da perenne ragazzino, nonostante i suoi 37 anni, l’attore ha iniziato la sua carriera in televisione, per poi passare al cinema e ricoprire ruoli amati come quello di Ciclope in X-Men e del Principe Azzurro di Come d’incanto. L’abbiamo visto anche in Superman Returns, Hairspray e The Box, e lo vedremo prossimamente nel remake di Cane di paglia di Sam Peckinpah, in un ruolo altamente drammatico.
In Italia arriva per la prima volta - rammaricatissimo perché gli impegni di lavoro lo richiamano subito in patria - per presentare in anteprima Hop, il secondo film prodotto da Chris Meledandri per la Universal, mix di animazione e live action, che racconta le avventure di un Coniglio Pasquale adolescente, che discende da una lunga stirpe di Easter Bunnies e invece di subentrare al padre vorrebbe diventare batterista rock. Quando gli chiediamo quanto sia difficile recitare in un film del genere, dividendo la scena con creature inesistenti, Marsden ci risponde a lungo, dimostrando come per un attore non sia certo una passeggiata:

“E’ stato molto difficile, ho dovuto imparare un procedimento totalmente nuovo. Lavoro al cinema e in tv da quasi 18 anni e credo che questa sia stata la cosa più difficile che ho mai fatto. E’ già abbastanza difficile essere un buon attore in un film, visto che è un processo molto tecnico: c’è la troupe, 50 persone che ti fissano, le luci, bisogna stare attento a occupare la posizione giusta, a non impallare i colleghi, devi ricordare le battute… ci sono moltissime cose che rendono difficile creare qualcosa che sembri naturale. E se a questo aggiungi un coprotagonista assente, e il dover immaginare che ci sia… è molto difficile. Non c’è stata una sola volta che ho lasciato il set con quella gratificazione che un attore ottiene quando lavora con qualcun altro e sente che la scena prende vita. Questo non è mai successo perché è come cantare un duetto senza sentire la voce dell’altro”.
Considerando la sua carriera, ci sembra che l’attore abbia una certa preferenza per le commedie e i ruoli brillanti, e gliene chiediamo conferma: “Credo che sia qualcosa che mi appartiene. La cosa strana è che adesso faccio più commedie che all’inizio della mia carriera, e non perché non volessi, ma perché all’epoca Hollywood non sapeva che avevo delle capacità comiche, quindi ho dovuto lavorare e trovarmi dei ruoli per dimostrare che si poteva scegliermi per una commedia e avrebbe funzionato. Sono felice di trovarmi in un periodo in cui mi riconoscono queste capacità e mi scelgono per questo. Mi piacciono le commedie, io prendo il mio lavoro molto sul serio a prescindere dal film che faccio e sul set mi diverto sempre e comunque, ma ultimamente mi è piaciuto molto interpretare più ruoli brillanti”.
Il suo personaggio nel film, che a oltre 30 anni non lavora e vive ancora in famiglia, in Italia, gli spieghiamo, sarebbe chiamato “bamboccione”. Ma più che di sindrome di Peter Pan si tratta di difficoltà oggettive…o no? “Penso che tu abbia ragione e sia sempre più difficile trovare quello che è il proprio lavoro. E’ “bello” sapere che succede anche in Italia, perché pensavo fosse solo un fenomeno americano. Ma è una specie di epidemia, e io so che se non facessi quello che faccio starei ancora dai miei. Guardando il fenomeno in positivo, credo che significhi che ci sono molte persone che non vogliono accontentarsi di qualcosa per cui non provano passione, ma d’altro canto è importante avere un lavoro. Questa è la dura realtà, bisogna lavorare e non tutti hanno la fortuna di poter fare quello che amano. Forse sarebbe un bene per queste persone che hanno superato i 30 anni, come il mio personaggio nel film, e vivono ancora coi genitori, trovarsi un lavoro qualsiasi per mantenersi, pur continuando a coltivare le proprie passioni. Ma non so cosa sta succedendo, è un fenomeno che si sta diffondendo sempre di più. Ma io ho un debole per quelle persone perché, come ti ho detto, se non facessi l’attore non posso escludere che sarei sul divano a casa dei miei”.
Ma il Coniglio Pasquale è davvero così popolare in America? “Negli Stati Uniti è sicuramente molto popolare, anche se forse non come Babbo Natale. E’ un po’ come paragonare Elvis Presley con Michael Jackson - ci dice ridendo – ma sono entrambi estremamente popolari. Mi ricordo che alla vigilia di Natale non volevo andare a letto perché aspettavo da un anno la visita di Babbo Natale, però mettevo sempre delle mele alla porta per il Coniglio Pasquale, che nella mia famiglia è molto popolare”.

Lasciato Marsden, incontriamo la voce italiana del Coniglio Pasquale (in originale Russell Brand), Francesco Facchinetti, poliedrico personaggio che di persona si rivela simpaticissimo e vivacissimo, che conosce e ama il cinema e l’animazione, e che se l’è cavata alla grande con questo compito che un po’ – nonostante un’esperienza in Robots – lo terrorizzava:
”Ho chiesto, ma perché proprio io? In Italia ci sono doppiatori straordinari, quando ho incontrato Dario Penne, che doppia Anthony Hopkins, sono rimasto a bocca aperta. Non volevo rovinare tutto, ed è stata dura. Mi ha aiutato il fatto che io e il personaggio ci somigliamo molto, non solo per il colore degli occhi, ma perché entrambi siamo appassionati di musica e ci piace viaggiare, e per me questo film rappresenta un po’ la rivincita del lato B delle cose: la Pasqua è stata sempre considerata una festa di serie B, e a me invece piace più del Natale. E si dice sempre ‘sei un coniglio’ come a dire, sei un codardo, uno sfigato. E invece questo è un coniglio figo”.
Quanto alle difficoltà incontrate, Francesco ci racconta che soprattutto all’inizio è stata dura: “capirai, io sono mezzo brianzolo, un po’ svizzero e un po’ sardo… un disastro! Quindi all’inizio ho faticato parecchio, e ogni volta che sbagliavo il direttore del doppiaggio, Fiamma Izzo, mi fermava e mi faceva ricominciare da capo. Però pian piano ho preso il via, e anello dopo anello mi sono identificato col personaggio riuscendo proprio a entrare nella storia e a farla mia. Ma pensa che io non riesco neanche a dire coniglio! Dico “conijo”, e quindi ho dovuto lavorare proprio partendo dalle basi”.
Infine Francesco, che a settembre avrà una bambina da Alessia Marcuzzi, ci racconta che una parte importante del doppiaggio è stato proprio “trovare degli equivalenti a delle tipiche espressioni di gergo giovanile americano che in Italia non volevano dir niente. Alla fine è stato proprio il figlio della mia compagna a suggerirmi le espressioni che uso nel film, come “togo”, ecc., mi è stato molto utile”. Questa attenzione al mondo infantile e l’entusiasmo che mette nelle cose traspare dal suo lavoro in Hop, e fa onore a un personaggio di cui fino ad ora conoscevamo solo il lato televisivo, e di cui abbiamo apprezzato la voglia di affrontare e vincere nuove sfide.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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