Interviste Cinema

Italia 1982 - Una storia azzurra, i campioni del mondo a Taormina: "Eravamo un gruppo che amava la maglia"

Marco Tardelli, Fulvio Collovati, Giuseppe Dossena e Franco Selvaggi hanno presentato al Taormina Film Fest il documentario Italia 1982 – Una storia azzurra, dedicato ai Mondiali di calcio in Spagna vinti dalla nostra nazionale.

Italia 1982 - Una storia azzurra, i campioni del mondo a Taormina: "Eravamo un gruppo che amava la maglia"

Zoff, Bergomi, Cabrini, Gentile, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Oriali, Graziani. Chi ama il calcio, o semplicemente chi tifava per l'Italia durante i Mondiali in Spagna del 1982, sa benissimo che questo elenco di nomi è la formazione della squadra azzurra schierata in campo dall'allenatore Enzo Bearzot per la finale contro la Germania, che si concluse con il punteggio 3 a 1. Quella vittoria fu per la nazione un momento importante, la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra, nonché un profondo mutamento dello status e dell'iconicità di un giocatore di pallone.

Di questo trionfo e di tutto il mondiale, in cui l’Italia faticò a dimostrare, nel girone iniziale, la sua forza e la sua grinta, parla il documentario Italia 1982 - Una storia azzurra, diretto da Coralla Ciccolini e in uscita l'11 luglio. Il film è stato presentato al Taormina Film Fest 2022, dove sono arrivati, felicissimi di raccontarsi e rivivere quei mesi memorabili, Marco Tardelli, Franco Selvaggi, Fulvio Collovati e Giuseppe Dossena. Vederli sul palco del teatro antico e poi nella sala della conferenza stampa è stata un'emozione fortissima e una gioia immensa. Non erano poi tanto cambiati, anche se Collovati non portava più i capelli ricci, e avevano l'aria di quattro gentiluomini. Tutta un'altra cosa, insomma, rispetto ai calciatori di oggi, che in campo sfoggiano tatuaggi, acconciature alla moda e muscoli alla Rambo. 

A prendere per prima la parola nell'incontro con i giornalisti è stata la regista, che ha detto: "Credo che il calcio non debba essere solo un affare da uomini ma un affare per tutti. Anzi, questa nazionale ha permesso all'Italia di riconciliarsi con la sua storia. C'è una parte del documentario in cui si dice che finalmente le bandiere tricolori erano tornate a rappresentare il paese. Il calcio è di tutti, è un romanzo popolare, gli azzurri dell’82 l'hanno interpretato e noi abbiamo provato a raccontarlo, sperando di essere state alla loro altezza”.

Quando ha detto "noi", la regista alludeva alla produttrice televisiva Simona Ercolani, che subito ha voluto aggiungere: "Abbiamo raccontato lo sport in televisione, mentre questo è un documentario per il cinema, un racconto diverso, con immagini di repertorio inedite e nuovi punti di vista. Non so se definire lo sguardo del doc femminile, anche perché sinceramente non credo che ci sia uno sguardo femminile e uno maschile, diciamo che c'è uno sguardo individuale. Tuttavia di solito il cronista sportivo è un uomo. Noi abbiamo eliminato questa barriera tanti anni fa togliendo il per esempio il gergo. Anche io penso che lo sport sia di tutti e che questo film sia di tutti perché è una storia nazionale. Abbiamo voluto narrare l’Italia degli ultimi quarant’anni, a cominciare da quella dell’82, che era gioiosa e guardava avanti, e quindi era molto diversa dal nostro paese di oggi, che guarda all’indietro, non ha certezze ed è un posto meraviglioso lasciato a se stesso".
Anche Marco Tardelli ha avuto qualcosa da dire sull'Italia di inizio anni '80: "La società italiana, in quel momento, era abbastanza in difficoltà. Le persone stavano chiuse in casa. I genitori non permettevano di uscire ai figli. Se andavi in un quartiere o un rione della tua città, magari vestito in una maniera che era in contraddizione con l'idea politica di quei luoghi, rischiavi grosso. Ce ne siamo accorti non appena siamo tornati in Italia. Abbiamo visto la vera Italia, l’Italia che cercava di rinascere, l’Italia che, con Sandro Pertini come alfiere, è diventata un paese con delle possibilità. Noi siamo fieri di aver partecipato al cambiamento. Spesso lo sport ha questa funzione, e mi viene da pensare alle ultime olimpiadi con tutte le vittorie italiane. Lo sport è una materia che dovrebbe entrare nelle scuole, perché c'è tutto nello sport: il rispetto, la voglia di fare, la passione, cose importanti per dei giovani che crescono".

"C'è un'immagine che mi è rimasta impressa" - ha spiegato Fulvio Collovati - "e che racconta anche un cerimoniale diverso, un'epoca diversa, che è quella di Pertini, che arriva alla partita tra Italia e Brasile ben dopo il calcio di inizio. Questo vi fa capire le difficoltà del paese di allora. Prendete l'esempio degli Europei di un anno fa. Il Presidente viene e vede tutta la partita. Quando Pertini ha raggiunto lo stadio, l'Italia stava vincendo 1 a 0. Evidentemente era stato trattenuto, perché c'erano dei grossi problemi politici".

Il più brioso e spiritoso dei quattro ex campioni del mondo è Franco Selvaggi, che insieme ai compagni di squadra di un tempo ha visto per la prima volta Italia 1982 - Una storia azzurra proprio al Teatro Antico di Taormina: "Il film mi è piaciuto molto. Devo ringraziare la regista perché il documentario tocca tanti temi, e poi mi sono reso conto che noi, oltre a i calciatori, potevamo benissimo fare anche gli attori. Nel film ci sono cose piacevoli ma ci sono anche cose tristi, come il fatto che gli anni passano. Ne sono trascorsi quaranta e c'è sempre un angolo di malinconia in tutti noi. Italia 1982 racconta non soltanto il terrorismo, ma anche la crisi economica. In un simile contesto, la vittoria dell'Italia cosa ha rappresentato? La speranza. Ho sempre pensato che l'arte sia tutto ciò che suscita emozione, anche il calcio può essere arte proprio perché suscita emozioni, e quella vittoria ha suscitato, oltre all'emozione, la grande speranza di un'Italia diversa. Per la prima volta dopo tanti anni, l'Italia si è trovata insieme e ha scoperto di essere un grande paese".

"Ci sono poche cose che mettono le persone in condizione di abbracciarsi" - ha precisato Fulvio Collovati - "ad esempio lo sport, i concerti e i film, naturalmente. Ha ragione Marco, lo sport può veramente diventare uno strumento di formazione e di coesione, quindi siamo felici di essere degli sportivi".

Gli sportivi a cui allude la maglia numero 5 dei Mondiali in Spagna, sono anche uomini generosi, come ha spiegato Giuseppe Dossena: "Permettetemi di fare il cronista: Marco è nel consiglio di amministrazione di un’associazione (Special Team Onlus ndr) il cui presidente è Paolo Maldini. Noi aiutiamo gli atleti in difficoltà. Sono atleti che non hanno sperperato il proprio patrimonio: hanno sbagliato un'amicizia, un investimento e un matrimonio. La cosa triste è che, nel momento in cui interrompono la loro carriera, moltissimi sportivi vengono immediatamente abbandonati, quindi mi auguro che tutto questo serva a riconsiderare lo sport e i personaggi dello sport".

Durante i mondiali di calcio in Spagna, il rapporto fra i giornalisti e i calciatori era diverso da quello attuale. E a scendere in campo era un gruppo di persone molto unite fra loro, e chissà se quello spirito di corpo abbia contribuito al raggiungimento del titolo di campioni del mondo. Tardelli ha avuto qualcosa da dire in proposito: "Non so se lo vinceremmo ancora oggi quel mondiale, è difficile prevederlo. Certamente eravamo un gruppo che amava la maglia, e questo è importante. La maglia prima veniva molto considerata da parte dei giocatori. Quanto al rapporto con la stampa, è cambiato totalmente. Prima ci vedevamo negli spogliatoi a fine gara e parlavamo. Oggi tutto questo è impensabile, perché ci sono gli addetti stampa che non permettono cose simili. Sono molto lontani i giornalisti dai calciatori e non mi piace, perché manca quel rapporto giornaliero che invece sarebbe importante, anche per discutere. Purtroppo il calcio di oggi è questo, e non serve a nulla rimpiangere il passato. Spero però che i giovani calciatori tengano presente ciò che accadeva nel passato".

Del calcio oggi hanno parlato anche gli altri, e dopo Tardelli ha detto la sua Dossena: "Io non conosco l'invidia né la gelosia, per cui giudicare è per sempre spiacevole, così come fare paragoni. La nuova generazione dei calciatori ha perso il controllo di sé. Ho l'impressione che questi ragazzi stiano demandando la propria vita e le proprie azioni a qualcun altro. Lo sapete in Spagna quanti politici sono arrivati? Quanta gente è salita sul carro? Noi a un certo punto abbiamo deciso per il silenzio stampa, ed è stato un gesto coraggioso. Questo coraggio manca ai giovani assi del pallone di oggi".

"L'Italia di allora" - ci ha tenuto a sottolineare Franco Selvaggi - era fenomenale dal punto di vista tecnico. Se pensate a quel mondiale là, vi vengono subito in mente MaradonaRummenigge, Zico, Falcao. Li abbiamo battuti. Diciamocelo, tranne qualche eccezione tipo Messi, non ci sono giocatori al livello di quelli che ho appena nominato. Quei calciatori avevano una classe immensa. Hanno fatto la gioia del calcio. Quindi quando sento dire che il calcio adesso è più atletico, più veloce, non mi trovo assolutamente d’accordo".

L'ultima domanda dei giornalisti ai quattro campioni riguarda l'immagine o le immagini simbolo di quei mondiali. Qualcuno suggerisce l'urlo di Marco Tardelli dopo aver segnato il gol del 2 a 0 alla Germania, ma il calciatore preferisce attribuire iconicità al bacio del portiere Dino Zoff all'allenatore Enzo Bearzot.
Collovati la pensa diversamente: "Per me le immagini simbolo dei nostri mondiali sono: Pertini che fa il numero 3 con la mano durante la finale, la partita a scopa sull'aereo e l'urlo di Tardelli. L’urlo di Tardelli è rimasto nella storia perché è stato genuino, spontaneo, non era calcolato, è una liberazione, uno sfogo, per non parlare di Pertini che con il suo gesto sembra dire: non ci pigliano più. Sono quelle le immagini che probabilmente tra vent'anni ancora resteranno mitiche. Il bacio di Zoff è una cosa bellissima, però esprime un sentimento e non certo l'emozione che c’è nelle altre due immagini:.

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