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Iris: Jail Lespert presenta al Noir in Festival il suo thriller con Romain Duris

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La nostra intervista al regista di un film anche intimo fatto di chiaroscuri e ben costruito.

Iris: Jail Lespert presenta al Noir in Festival il suo thriller con Romain Duris

Una femme fatale che sembra uscita da un film di Brian De Palma, bellissima, longilinea e con gli occhi da cerbiatta. Un’altra donna, più fragile e più dolente, che incredibilmente le somiglia. Un eroe del "popolo" che ricorda il migliore Jean Gabin (anche se ha il volto dello "Spaccacuori" Romain Duris) e un banchiere a cui improvvisamente rapiscono la moglie. Due poliziotti, infine, che casualmente si amano e che forse non hanno gli strumenti per sbrogliare la matassa e acciuffare il cattivo. Sono questi i personaggi del secondo titolo francese del concorso del Noir in Festival, thriller hitchockiano di Jalil Lespert intitolato Iris e basato su una sceneggiatura che si rifà al poco conosciuto Chaos del giapponese Hideo Nakata.

Formalmente elegante e narrativamente coerente, il film è certamente la storia di una manipolazione a tre che passa per il sadomaso, ma più di ogni altra cosa si impone come una riflessione sui i corti circuiti della coppia, che entra in crisi non per mancanza d’amore, ma per desideri diversi, legami altri, vite pratiche ingombranti. Al regista, presente a Como e a Milano, abbiamo chiesto cosa lo abbia spinto a mettere mano a una sceneggiatura scritta da altri e così intricata.

"Il film è stato scritto da uno sceneggiatore australiano perché diventasse una produzione americana" - ci ha risposto - "ed è stato destinato alla Universal Pictures. Ne ho acquistato i diritti perché non aveva ancora un produttore. Mi piaceva perché rispetta le regole del thriller, del film noir, perché gioca continuamente con il doppio e con le somiglianze fra i personaggi, e perché risolve con maestria l’enigma che racconta. Da spettatore ho sempre amato il noir e questa volta potevo sia lanciarmi nell’esplorazione del genere che fare un film molto intimo, a tratti cerebrale e con una tensione sessuale che andasse a sostituire una suspence più classica, magari legata all’azione. Mi piaceva l’idea di avere a che fare con qualcosa di strano, un po’ ambiguo. Sentivo che questa storia, nelle mie mani, avrebbe potuto prendere una direzione tutta sua, completamente nuova".

Al di là delle sparizioni, delle morti violente e delle frustate, Iris ha anche un lato tenero, malinconico. Seppure impegnati a nuocere all’altro o a fuggire, i personaggi sembrano a volte sopraffatti dalla propria umanità, il che li porta inevitabilmente a cedere: "Ho cercato di insistere sull’emotività dei personaggi" - spiega il regista" - "di avvicinarli allo spettatore. Quello che mi piace dei sei protagonisti è che nessuno è completamente positivo o negativo, sono tutti un po’ buoni e un po’ cattivi. Amo la zona grigia in cui ciascuno si muove. Perfino la fine del film è un po’ immorale, perché in fondo non trionfa la giustizia".

Se il meccanico Max (che si fa colpevole del rapimento) ha il volto di Romain Duris, il banchiere è interpretato dallo stesso Lespert, che a un certo punto ha capito di non potersi sottrarre alla propria macchina da presa: "All’inizio non dovevo essere io a interpretare il mio personaggio. Ho deciso di farlo all’ultimo momento perché Romain Duris mi ha convinto dicendomi: dai, lavoriamo insieme, ti aiuto. Non avevo mai recitato in un mio film. Ho trovato ANtione magnifico ed è per questo che ho accettato di impersonarlo. Ho capito che, se me lo avessero proposto in un altro film, di certo non l’avrei rifiutato. Quello che mi ha colpito subito del personaggioè che si tratta di un uomo molto strano, freddo, che vuole manipolare il prossimo, ma che nello stesso tempo ha delle debolezze, è molto fragile e in un certo senso lotta per sopravvivere. Questo suo secondo lato mi ha spinto a provare empatia nei suoi confronti, ecco perché l’ho fatto mio".

Uno dei punti di forza di Iris è certamente la fotografia, che gioca sui chiaroscuri, sottolinea la sensualità di alcune scene e la glacialità di altre: "Con il direttore della fotografia Pierre-Yves Bastard avevamo già lavorato insieme su Versailles, una serie francese su Luigi XIV° e quindi in costume, piena di scene di battaglia e che ha richiesto un grande lavoro scenografico. Su quei set mi sono reso conto di quanto fosse bravo e, quando ho cominciato a pensare a Iris, ho capito che non avremmo avuto molto tempo a disposizione e che quindi avrei avuto bisogno di qualcuno come lui. L’esperienza televisiva aveva insegnato a entrambi a essere rapidi e precisi. Gli ho chiesto di creare un’atmosfera dominata dai chiaroscuri, che fosse sensuale ma nello stesso tempo inquietante, fredda, quasi metallica. Volevo mescolare tonalità invernali come il verde e il blu a colori più caldi come il rosa della pelle. Abbiamo lavorato su una luce in continuo mutamento, ispirandoci talvolta ai fumetti e più alla cinematografia asiatica, soprattutto coreana, che non ai film francesi".

Abbiamo chiesto infine a Jalil Lespert qualcosa sull’originale di Hideo Nakata, noto ai più come il regista di Ring: "Ho visto il film giapponese appena prima di cominciare le riprese del mio, e mi sono subito sentito rassicurato, perché si trattava di qualcosa di completamente differente. Abbiamo conservato l’intrigo che ruota intorno al personaggio di Iris, ma la storia e la regia sono diversissime. Un altro elemento comune ai due film è la tensione sessuale, che in entrambi i casi crea il mistero".



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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