Interviste Cinema

"Io li amo questi sdraiati": Francesca Archibugi e Claudio Bisio sull'adattamento del libro di Michele Serra

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Due generazioni a confronto.

"Io li amo questi sdraiati": Francesca Archibugi e Claudio Bisio sull'adattamento del libro di Michele Serra

Generazioni a confronto. Un padre separato e un figlio si barcamenano in un quotidiano estremo e divertente, ma in cui molti si sono identificati. Prima i lettori de Gli sdraiati di Michele Serra, poi gli spettatori dello spettacolo teatrale con Claudio Bisio, che ora è protagonista di una versione cinematografica scritta da Francesco Piccolo e Francesca Archibugi, con quest’ultima dietro alla macchina da presa. Una squadra di lusso per raccontare quella che originariamente è “una lunga lettera privata e senza risposta di un padre a un figlio”, come sintetizza il romanzo breve di Serra la regista, incontrando la stampa. “Un matrimonio finito e un padre single, un racconto del tutto individuale che, nonostante il titolo lo possa far pensare, non ha intenti sociologici. Quando si racconta una storia si raccontano pezzi unici”.

Il lavoro di scrittura dei due sceneggiatori, come ha raccontato Francesco Piccolo, ha cercato di “dare un punto di vista doppio, quello del padre, presente del libro, aggiungendo anche quello del figlio, non più il giudizio di una generazione nei confronti dell’altra, ma un’analisi doppia e reciproca. Cosa, ne siamo convinti, sia presente anche nel libro di Serra. Il padre cerca un’intimità col figlio, senza accorgersi che questa intimità fra loro in realtà esiste già.”

Una dinamica, quella fra padre e figli, che gli autori de Gli sdraiati avevano ben presente, da genitori, come anche il protagonista Claudio Bisio, che leggendo il libro si identificò così tanto con la storia da chiamare l’autore chiedendogli se avesse sbirciato a casa sua.  “Tutti abbiamo figli, sappiamo cosa vuol dire essere padri in un’epoca difficile”, ha aggiunto il comico milanese. “Sono stato figlio negli anni Settanta a Milano, vivendo le occupazioni e le rivolte di quegli anni contro l’autorità. Mio padre non era uno stronzo o un fascista, ma ricordo che quando volevo fare qualcosa dovevo andare da lui, una figura autorevole che fumava la pipa in salotto, superare una nuvola di fumo e ascoltare il suo sì o no, mai spiegato, regolandomi di conseguenza. Oggi che lo scettro del potere ce l’ho io non riesco, ma neanche voglio, dare ai miei figli risposte immotivate, cerco di spiegarle, anche se gli psicologi dicono che è sbagliato, che bisogna dire dei sonori no.”

Alla domanda sulla reazione al progetto di Michele Serra, la Archibugi precisa che “quando ha letto la prima versione ha detto, ‘ma io che c’entro?’, poi piano piano ha capito che dal libro avevamo preso un cuore interno, lo sguardo malinconico di Michele. Sul film sarebbe inelegante dire che gli sia piaciuto moltissimo”. “Ma è così, l’ho sentito io e mi ha detto che l’ha molto amato”, aggiunge con una risata Bisio.

Un dialogo fra generazioni o la critica dei padri nei confronti dei figli? Molto si è dibattuto su questo, anche in occasione dell’uscita del libro, che contiene importanti elementi di autocritica nei confronti della propria generazione da parte dello scrittore. Chi meglio per farlo, quindi, dell’autrice tradizionalmente più abile del nostro cinema a raccontare i giovani, come la regista di Mignon è partita e Il grande cocomero. “C’è qualcosa nelle relazioni che è costantemente in moto, nonostante passi il tempo. La gelosia trovo sia la stessa dell’antica Grecia di Saffo, sono dinamiche che non cambiano con le contingenza o perché ora si usa sempre lo smartphone. La sfera intima non può essere banalizzata per quello che succede tutti i giorni nella pratica quotidiana, non credo che il telefonino sia il demonio che non ci fa comunicare, se vuoi parlare trovi il modo di farlo.”

Se il padre è Claudio Bisio, il figlio Tito è Gaddo Bacchini, allievo del Liceo Manzoni di Milano, una delle scuole in cui è stato girato il film. Sdraiato come il suo protagonista, dice però che non si ritrova molto in Tito, è schivo e intimidito dalla platea di giornalisti e dai loro discorsi sociologici e seriosi. Più sbarazzina la sua fidanzata dark nel film, Ilaria Brusadelli, che ha in comune con il suo compagno di set - e coetaneo - un certo timore nel ritrovare se stessa nel film.

La Archibugi riconosce il dialogo importante sul set che ha aiutato a rendere credibili le situazioni che coinvolgevano i ragazzi. “C’è una scena in cui i due ragazzi sono in camera da letto e si dicono cose molto intime, ognuno guardando nel proprio telefonino, come per non noncuranza. Gaddo mi ha detto, ‘ma non è che così raccontate come fanno gli adulti che stiamo sempre a pensare al telefonino e siamo superficiali?’. Gli ho risposto che spesso cose così intime non le racconti guardandoti negli occhi, capita anche a me che sono timida; ci sono vari modi per essere (apparentemente) distratti. Non volevo certo giudicare i ragazzi, ma scivolare dentro alla loro pratica quotidiana, io ho tre figli, li amo questi sdraiati, spero che si veda. Certo, sbagliano, come sbagliano i padri. Ci sono i rapporti perfetti, ma al cinema sono di una noia mortale. I miei personaggi sono estremizzati, romanzati come dice Gaddo, non sono rappresentanti della classe giovanile. Abbiamo lavorato tanto di sottrazione, cercando di non dare informazioni, una cosa che amo molto fare, lasciando che siano gli spettatori da soli a rintracciare i legami. Il dire troppo è un problema enorme del dialoghismo italiano, specie in televisione”.

Una pattuglia al femminile (“nei ruoli importanti di solito riservati agli uomini”) per un film al maschile. “È stata un’esperienza molto bella, tanto che posso dire che anche Francesco Piccolo è una donna”, ha scherzato Francesca Archibugi. “Visto che era sempre in modalità multitasking mi sembrava di lavorare con una donna”. 

Bisio ha confessato di essersi per la prima volta commosso, rivendendo un suo film. “Ho un figlio e una figlia, come Serra, che però ha deciso di raccontare il rapporto con il maschio, questa cosa bisognerebbe approfondirla. Tornando a mio figlio, mi sono reso conto che qualcosa era cambiato quando non sono più riuscito a toccarlo, lui che prima era sempre coccolone. Da un’esagerazione all’altra, ma spero che poi tornerà a farsi abbracciare. Nel film viene detta una frase bellissima, verso la fine, quando io e Gaddo passeggiamo in montagna e lui mi chiede perché la mamma sbagli; io rispondo ‘perché poteva perdonarmi.”

Gli sdraiati uscirà in 300 sale italiane il prossimo 23 novembre, distribuito da Lucky Red.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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