Interviste Cinema

Io che amo solo te: parlano Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Michele Placido

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Presentato a Roma il film di Marco Ponti tratto dal romanzo di Luca Bianchini.

Io che amo solo te: parlano Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Michele Placido

Mentre la mattinata romana offre un cielo coperto e qualche goccia di pioggia, le prime immagini di  Io che amo solo te catapultano in un'assolatissima ed estiva Polignano a mare, teatro delle vicende del film che Marco Ponti ha tratto a partire dal romanzo omonimo dell'amico Luca Bianchini, e che racconta di un matrimonio (quello tra Laura Chiatti e Riccardo Scamarcio) che coinvolge e sconvolge le vite  di chi gli ruota attorno. O forse sarebbe meglio dire il contrario.
“Tutto nasce il giorno in cui Luca mi racconta la storia del romanzo a voce, prima di scriverlo,” racconta il torinese Ponti, che ha all'attivo film come il celebrato esordio di Santa Maradona o il più recente Passione sinistra. “Da lì, da quella conversazione, nasce una piccola cosa tutta nostra, che necessiterà di qualche anno prima di diventare il film, ma che lo diventerà in maniera implicita e spontanea, senza dichiararlo mai come intenzione, passo dopo passo.”
“Quando ho scritto il romanzo pensavo non lo avrebbe letto nessuno,” prosegue Bianchini, con modestia non del tutto sincera. “Mi chiedevo 'ma a chi potrà interessare la lite sullo scollo di un abito da sposa' e invece l'hanno letta in 200mila persone. Quando è capitata la possibilità di fare questo film ho preso un po' tutto sottogamba, con una certa incoscienza, e ancora oggi non so bene come siano andate le cose.”

A smentire col sorriso la versione di Bianchini è Federica Lucisano, produttrice insieme a papà Fulvio tramite la loro IIF. Lei sostiene, al contrario, che sia stato Bianchini a “provinare” lei in quanto produttrice, alla ricerca del partner giusto per portare il romanzo sullo schermo, e che sia stato lui a volere come protagonista Riccardo Scamarcio, mentre lei sosteneva non avrebbe mai accettato.
L'attore, dal canto suo, ha voluto sottolineare come in realtà il suo ruolo, più che un vero protagonista, era quello di un “personaggio che fanno parte di una storia corale. A me, come a Laura Chiatti, è stato chiesto di fare quello che in gergo chiamiamo 'il lavoro sporco': essere parte di un contesto, essere in balia delle situazioni, di fare un passo indietro e non in avanti, cosa che come attore è molto interessante.”
“Se sei una donna, questo discorso del passo indietro e di fare parte di un contesto lo conosci molto bene,” sottolinea la Chiatti col sorriso, raccontando poi di come sia stata la sua agente a pressarla per leggere il libro di Bianchini (“ma solo perché io sono lentissima a leggere, e altrimento non avrei fatto a tempo”) e concordando con Scamarcio sul fatto che “i veri protagonisti del film sono i nostri genitori, e la cosa mi ha fatto piacere: per noi sono state solo minori pressioni e responsabilità.”

I genitori in questione sono Michele Placido e Maria Pia Calzone, rispettivamente padre dello sposo e madre della sposa, costretti da questo matrimonio a fare i conti con il loro amore, interrottosi da ragazzi per volontà della famiglia di lui ma mai sopito nei loro cuori.
“Io che sono nato nella Puglia peggiore, quella dell'interno, del Tavoliere, conoscevo poco Polignano, che è un posto strepitoso, abitato da persone meravigliose,” ha raccontato Placido. “E il mio personaggio mi ha ricordato figure che conoscevo da bambino, questi commercianti agricoli dai modi spicci e con il rotolo dei soldi in tasca, e mi ha riportato anche a quella dimensione affettiva e emotiva che vivo ancora oggi, quando torno a casa e vedo per strada il mio primo amore.”
Di rievocare il suo primo amore, invece, non aveva alcuna voglia la Calzone: “Non lo ricordo e non lo voglio ricordare, perché mi ferì e mi dispiace pensare che l'amore fa male. Per la mia parte non ho cercato ispirazione nella mia vita, ma solo di riprodurre la bellezza di un amore inespresso e di rendere vivo il ritratto di una donna rimasta sempre nello stesso posto, in un piccolo paese che ti fissa per un'onta che non ti levi mai di dosso.”

Ma oltre all'amore e al passato, per Marco Ponti sono anche altre le parole chiave di questo Io che amo solo te: “Nel film ci sono parole che tornano, dette da tutti i personaggi: parole come felicità, tristezza, coraggio, mancanza di coraggio,” spiega. “Sono il vero tessuto di questo film, sono temi di cui oggi abbiamo un bisogno spasmodico, per la nostra sopravvivenza: è fondamentale chiederci come essere felici, e come avere il coraggio di farlo.” E pur di farlo, pur di essere felici, a volte il fine giustifica i mezzi, secondo Ponti: “La commedia può essere solo volemose bene buonista o solo grottesco cinico: forse c'è uno spazio da occupare nel mezzo, dove per esempio si può tradire e mentire ma perché si cerca di far del bene e di migliorare.”

Bugie a fin di bene, come quelle che Michele Placido racconta di aver raccontato anni fa, sostenendo la campagna elettorale di Nichi Vendola nella sua Puglia: “Quando mi chiesero di aiutare Vendola in campagna elettorale, alcuni politici locali mi dissero 'ma che fai, quello è ricchione', e io stesso ebbi qualche dubbio. Conoscendo Nichi mi sono convinto, ma è stata tosta, perché il pregiudizio era forte. E io per convincere la gente delle sezioni, raccontavo che da ragazzo avevo avuto qualche relazione un po' così. Se avessi un figlio gay, come mi accade nel film? Sarebbe il più amato di tutti, perché il più coraggioso: che mi frega degli altri, che sono normali? Al Sud siamo aperti più di quel che si pensa: noi, con quel mediterraneo aperto davanti a noi, e tutte le genti che sono approdate sulle nostre coste, ne abbiamo viste di tutti i colori.




 

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