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Invictus, intervista con Matt Damon e Morgan Freeman protagonisti del film di Clint Eastwood

A quasi 80 anni, l'infaticabile Clint Eastwood continua a fare film. Il merito è delle storie che gli vengono proposte, che parlano sempre di grandi uomini e grandi cambiamenti. Con 2 candidature all'Oscar, il suo nuovo Invictus ci racconta un inedito Nelson Mandela. Produce Morgan Freeman, che abbiamo incontrato insieme a Matt Damon ...

Invictus, intervista con Matt Damon e Morgan Freeman protagonisti del film di Clint Eastwood

Invictus, intervista con Matt Damon e Morgan Freeman protagonisti del film di Clint Eastwood

Non capita tutti i giorni di parlare, seppure brevemente, incalzati da implacabili publicist, con due star del calibro di Morgan Freeman e Matt Damon. Noi ci siamo riusciti, perché inclusi nella rosa dei pochi fortunati giornalisti internazionali radunati dalla Warner Bros nell'Hotel Claridges di Londra.
L'occasione era la presentazione di Invictus, il nuovo film di Clint Eastwood che ha regalato sia a Freeman che a Damon la nomination all'Oscar (al primo come protagonista, al secondo come non protagonista). Tratto dal romanzo del giornalista John Carlin "Ama il tuo nemico", Invictus si sofferma su un episodio significativo della vita di Nelson Mandela, e cioè il suo sforzo, in occasione dei campionati mondiali di rugby del 1995, per portare alla vittoria gli Springboks, squadra nazionale sostenuta soltanto dalla minoranza bianca.
Questa vicenda, che ha contribuito a mitigare l'odio interraziale, ha colpito per primo Morgan Feeman, che da diversi anni accarezzava l'idea di interpretare Nelson Mandela in un fim. E questo perché lo stesso Mandela – o meglio Madiba, come lo chiamano gli amici – aveva indicato proprio nell'attore feticcio di Eastwood il suo unico possibile alter-ego cinematografico.
“Quando qualcuno, diversi anni fa, ha domandato a Mandela da quale attore avrebbe accettato di farsi ritrarre” - ci ha raccontato orgogliosamente lo stesso Freeman - “lui ha fatto il mio nome, e per me era come se mi avesse dato la sua benedizione. In realtà l'argomento è venuto fuori quando un produttore sudafricano che deteneva i diritti del dell'autobiografia di Madiba ha ipotizzato di trasformarlo in una sceneggiatura. Quel libro, però, era molto difficile da adattare, così abbiamo lasciato perdere. Poi, un giorno, è arrivato "Ama il tuo nemico" di John Carlin. Ne abbiamo acquistato i diritti perché ci sembrava perfetto per raccontare la grandezza di Mandela e per capire a fondo la sua persona. Se ci pensate, non c'è bisogno di seguire Madiba fin dalla nascita. Questa breve storia ci spiega perfettamente la sua generosità, la sua profonda pietà e la sua abilità politica”.
Colpito dunque dalla grandezza d'animo di Nelson Mandela e d'accordo con uno dei suoi assunti fondamentali, e cioè “il perdono libera l'anima”, Morgan Freeman ha scherzato con noi sull'ego smisurato di alcuni critici che pretendono di spiegare la filmografia di Clint Eastwood individuando evoluzioni, involuzioni, cambiamenti e temi ricorrenti. “La gente che scrive di cinema, parla di cinema e intellettualizza i film è la stessa che pretende di analizzare i quadri o qualsiasi altra forma d'arte. Vi spiego. Picasso dipinge qualcosa e subito dopo tutti si chiedono: Cosa ci vedo? Cosa significa? … Ed ecco che partono infinite disquisizioni sulla sua poetica, lunghe dissertazioni che non hanno nulla a che vedere con ciò che realmente Picasso ha avuto in testa . La stessa identica cosa accade con i film di Clint. Se una storia attrae Clint, lui la trasforma in un film e basta. Quando ha fatto Flags of our Fathers, tutti hanno detto: ma che film ha fatto? … per non parlare di Lettere da Iwo Jima, che è arrivato subito dopo. Erano storie fantastiche, tutto qui. Quei film, così come Invictus, non avevano nulla a che vedere con il il metodo di scelta di Clint, con la sua poetica registica. Clint cambia, si evolve, proprio come facciamo tutti noi, e sono convinto che, se Invictus gli fosse arrivato 5 anni fa, l'avrebbe fatto ugualmente”.

Se Invictus è il terzo film in cuio Morgan Freeman lavora con Clint Eastwood (gli altri sono Gli spietati e Million Dollar Baby), Invictus segna invece la prima collaborazione fra il regista e Matt Damon. L'attore ha dovuto interpretare un personaggio che nella recente storia sudafricana è stato importante quasi quanto Nelson Mandela, e cioè il capitano degli Springkoks François Pienaar.
La sfida più grande imposta dal ruolo è stata parlare con un perfetto accento sudafricano. “Appena mi hanno offerto la parte” - ha cominciato Damon - “ho accantonato per un momento la questione rugby e mi sono concentrato sull'accento, a cui ho lavorato per 6 mesi. Voi italiani vedrete la versione doppiata del film, ma vi assicuro che l'accento sudafricano è molto diverso da quello americano e difficile da far proprio”. Per prepararsi adeguatamente al personaggio, Matt Damon ha incontrato sia il vero François Pieneer che Chester Williams, unico giocatore nero degli Springboks. “In verità, Chester ha allenato la nostra squadra, ci ha aiutato per tutte le scene di rugby. Quanto a François, ho visto e ascoltato delle sue registrazioni, e l'ho fatto per diversi mesi prima di conoscerlo. Le sfide erano molte: il modo in cui parlava, il suo aspetto fisico. E' un uomo grande e grosso, alto quasi un metro e novantacinque, mentre io sono un metro e settantotto. Clint mi ha detto: possiamo imbrogliare un po' con la macchina da presa, non sembrerai come lui, ma se facciamo le cose per bene, la gente non se ne accorgerà”. Una volta superate le difficoltà fisiche, grazie a un allenamento che gli ha permesso di aumentare la massa musicolare, Matt Damon si è concentrato sulla psicologia del personaggio, cercando di non cedere all'insicurezza che di solito deriva dal fatto di interpretare una persona che esiste realmente. “Ho avvertito fin dal principio un grande senso di responsabilità. Quello che i ragazzi della squadra hanno fatto è stato incredibile. Anche Mandela è stato fantastico. Lo sforzo che ha compiuto per dare unità alla sua nazione è, secondo me, una grandissima dimostrazione di intelligenza politica.

Riportando in auge gli Springboks, Nelson Mandela ha attenuato in Sudafrica la distanza fra bianchi e afroamericani. Abbiamo chiesto a Matt Damon se Barack Obama stia facendo lo stesso in America, un paese che agli occhi di noi europei, è sempre stato culla di democrazia e libertà. “C'è ancora un po' di razzismo negli Stati Uniti, ma credo che sia veramente un buon segno il fatto che gli americani abbiano eletto presidente Barack Obama. La generazione che sta crescendo adesso non metterà mai in discussione la sua leadership. Ai miei figli, per esempio, non importa affatto il colore della sua pelle. E con il succedersi delle generazioni, si farà caso sempre di meno a queste cose. Nessuno dirà più che avere un presidente di colore è insolito, strano, raro”.


  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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