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Intervista ad Alix Delaporte, regista di Angèle et Tony

Far parlare a lungo Alix Delaporte non è un’impresa semplice, perché, prima di fare cinema, la regista della sorprendente opera prima Angèle et Tony era una giornalista, che si divertiva a subissare di domande i suoi interlocutori.

Intervista ad Alix Delaporte, regista di Angèle et Tony

Intervista ad Alix Delaporte, regista di Angèle et Tony

 Far parlare a lungo Alix Delaporte non è un’impresa semplice, perché, prima di fare cinema, la regista della sorprendente opera prima Angèle et Tony era una giornalista, che si divertiva a subissare di domande i suoi interlocutori, creando con loro quel feeling che per ogni intervistatore è la conditio sine qua non per la buona riuscita del proprio lavoro. Furbescamente, quindi, abbiamo domandato a questa bella signora bionda, che (udite, udite!) ha realizzato un lungo reportage su Zinedine Zidane, come ci si senta a stare dall’altra parte della barricata.
“Adesso bene” – ci ha risposto, mantenendosi un po’ sulla difensiva. “In fondo è passato un anno dalla fine delle riprese del film, e ho anche partecipato a diversi festival, a cominciare da quello di Venezia, dove mi hanno voluto ne La settimana della Critica. La promozione fa parte del mio lavoro e quindi non mi sottraggo. Accetto semplicemente il fatto che ho cambiato mestiere. Prima ero una giornalista, adesso sono una regista. Sono cose che succedono”.

Sulle analogie fra le due professioni Alix Delaporte si è limitata ad aggiungere, un po’ meno timidamente, che le differenze non sono poi molte. “Per alcuni anni ho fatto il cameraman, schiacciata da pesantissime telecamere Beta. Ho scritto i testi dei miei servizi e ho passato giorni, mesi e anni in sala di montaggio. Intervistare tante persone, poi, mi ha aiutato a rapportarmi con gli altri. Insomma, è così che mi sono fatta le ossa e quando, dopo due cortometraggi, mi sono finalmente messa al lavoro su Angèle et Tony, non mi sembrava assolutamente di essere alle prese con il mio primo lungometraggio”.
Se la parte tecnica del film non ha spaventato la regista, a richiederle maggiore concentrazione e una discreta quantità di tempo (circa due anni) è stata la scrittura della sceneggiatura. “Per me si tratta sempre di un momento lungo, complesso. Non scrivo per fare effetto sulle persone, per suscitare chissà quali reazioni, mi limito a raccontare le emozioni che mi toccano personalmente. Non mi chiedo perché, lo faccio e basta. Cerco però di non lasciare mai nulla al caso. Torno continuamente sui dialoghi per togliere tutto ciò che non è essenziale”.

Di fronte alla parola emozioni, non potevamo non domandare alla regista, con il rischio di risultare “marzulliani”, quali, fra le mille che l’essere umano prova, l’abbiano portata a inventare i personaggi di Angèle e di Tony. “L’amore” – ci ha rivelato senza esitazioni. “Desideravo raccontare una storia d’amore. Sono partita da una delle immagini finali del film: Angèle che corre sulla spiaggia con il figlio fra le braccia. Poi mi sono chiesta come sarei potuta arrivare a quell’immagine e mi sono accorta che il solo modo per far cambiare la mia protagonista femminile, portandola ad aprirsi, a lasciarsi andare, era farla vedere innamorata”.
“C’è molto di me in questo film” – ha continuato Alix dopo una piccola pausa, ormai rassegnata ad aprirsi. “C’è qualcosa di me nel personaggio di Angèle, che si muove come me e cammina come me, come del resto mi ha fatto notare Clotilde Hesme che la interpreta. Allo stesso modo, credo che Tony rappresenti l’insieme degli uomini che ho amato negli ultimi 10 anni. Entrambi non parlano molto, esattamente come me. Il film ha pochi dialoghi perché io per prima non sono una persona che ama le continue spiegazioni e i discorsi superflui”.
Di superfluo e soprattutto di ostentato, il film ha ben poco, soprattutto nello stile di regia, che mantiene costantemente una giusta sobrietà, imponendo alla macchina da presa di essere sempre al servizio della storia. “E’ come se il pudore dei personaggi avesse contagiato le mie scelte di ripresa. Volevo essere invisibile. Non volevo creare un movimento artificiale. Dovevo stare ferma e rispettare, per così dire, Angèle e Tony”.

Come ha osservato, durante la conferenza stampa del film, uno dei selezionatori de La Settimana della critica dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, Angéle et Tony è uno di quei film che sanno mescolare l’analisi d’ambiente alla descrizione dei sentimenti.
L’ambiente in questione, o meglio il contesto sociale, in cui si muovono i due protagonisti, è un villaggio della Normandia in cui l’attività principale è la pesca. “Conoscevo quel luogo perché da piccola ci andavo in vacanza. Sono sempre stata affascinata dai pescatori, a cui ho sempre guardato come se fossero degli eroi romantici. Eppure c’è anche un po’ di malinconia nella mia visione, perché si tratta di un mestiere destinato a scomparire. Per questo ho sottolineato anche le difficoltà che chi fa questo lavoro è destinato a incontrare. Mi sono concentrata sulla solidarietà che c’è in questo mondo ideale, solidarietà soprattutto femminile, un valore che nelle grandi città in cui viviamo, quasi in isolamento, sembra essere scomparso”.

Prima di salutarci, la regista di Angèle et Tony ha commentato la felice situazione del cinema francese, che ha la fortuna di godere di cospicue sovvenzioni statali. “E’ vero, fare i film, in Francia, non è difficile, ma non lo è in rapporto agli altri paesi europei. Non viviamo in una società ideale e le buone opere prime si trovano anche altrove, in America per esempio. Mi è piaciuto fare questo film, ma non pensate che avessi tutti questi soldi a disposizione. Il nostro budget era inferiore al milione di Euro, il che ci ha costretti a molti compromessi. Avevamo un’unica truccatrice per 30 persone. Non c’erano né roulotte né camerini e a volte gli attori erano costretti a cambiarsi per strada. E poi si mangiavano sempre le stesse cose …”






  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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