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Intervista a Sylvain Chomet, regista de L'illusionista

Dopo un avventuroso viaggio in macchina, Sylvain Chomet è arrivato all’ambasciata di Francia, nel cuore di Roma, per presentare alla stampa il suo secondo film, L’illusionista, che arriva in sala a sette anni di distanza dal funambolico, esplosivo e modernissimo Appuntamento a Belleville.

Intervista a Sylvain Chomet, regista de L'illusionista

Intervista a Sylvain Chomet, regista de L'illusionista

Dopo un avventuroso viaggio in macchina, Sylvain Chomet è arrivato all’ambasciata di Francia, nel cuore di Roma, per presentare alla stampa il suo secondo film, L’illusionista, che arriva in sala a sette anni di distanza dal funambolico, esplosivo e modernissimo Appuntamento a Belleville. A firmarne il copione, poi rivisto e modificato, è stato nientemeno che Jacques Tati, icona del vaudeville e del cinema francese già citata e omaggiata nell’opera prima di Chomet. “Quando ho girato Appuntamento a Belleville” – ci ha rivelato – “ho inserito quasi casualmente, nella seconda parte, una scena di Giorno di festa di Tati. Per farlo, ho dovuto contattare sua figlia Sophie Tatischeff , che in seguito mi ha proposto di trasformare in un film una sceneggiatura scritta dal padre subito dopo Mio zio. Mi ha detto che non voleva che i personaggi venissero interpretati da attori in carne ed ossa e che solo l’animazione avrebbe potuto rendere giustizia allo spirito poetico del testo. Poi Sophie è morta e io non ho accettato di dirigere L’illusionista per questa ragione, ma perché le parole scritte da Tati e il finale della sua storia mi avevano colpito profondamente”.

Nell’adattare una sceneggiatura non sua, Chomet si è preso qualche libertà. “Innanzitutto ho cambiato l’ambientazione” – ci ha spiegato. “Inizialmente la vicenda avrebbe dovuto svolgersi a Praga, ma io ho optato per la Scozia perché era il paese in cui abitavo all’epoca. Era una realtà che mi corrispondeva e ho scelto Edimburgo perché mi era familiare esattamente come lo era stata la città di Montreal che nel 2003 avevo messo nell’immaginaria Belleville. Ho voluto poi cambiare alcune caratteristiche del personaggio della ragazzina incontrata dall’Illusionista. Tati la voleva quasi adulta e comunque sensuale, un tipo alla Brigitte Bardot. Io le ho abbassato l’età, perché volevo che il rapporto fra i due personaggi principali restasse platonico e perché, già da qualche anno, mi interessava indagare a fondo la relazione padre-figlia. Anche io ho una figlia, e vederla crescere e diventare una donna, come accade alla nostra protagonista femminile, è stato un momento importante, quasi un trauma”.

Mentre metteva mano a un materiale tanto illustre, Sylvain Chomet si è sempre sentito all’altezza del compito. “L’illusionista è talmente dissimile dagli altri film di Tati, che sono stato libero di farlo a modo mio fin dall’inizio. Ciò non significa che io non abbia rispettato lo stile di Jacques Tati. Rivendendo Mio zio, mi sono resto conto del fatto che si vedevano sempre i piedi dei personaggi, perché il regista metteva la macchina da presa alla sua altezza e non curava più di tanto la composizione dell’inquadratura. Ricordiamoci che Tati è nato come artista di vaudeville e che la sua idea di regia è sempre stata molto semplice. Nella mia mise en scene ho rispettato questa semplicità, limitando il numero dei movimenti di macchina e delle inquadrature, che alla fine sono solo 400”. L’impianto teatrale della messa in scena ha consentito a Chomet di aiutare lo spettatore a entrare nella quotidianità dei personaggi, che ogni giorno ripetono gli stessi gesti e percorrono le stesse distanze. “Volevo mantenere lo stile un po’ voyeuristico di Tati, che era un grandissimo artista ma anche un uomo difficile. Pensate che, in un certo senso, distruggeva gli attori, perché se, per esempio, un’attrice doveva interpretare una hostess, lui si vestiva da hostess e le faceva vedere come doveva recitare. Una vera e propria tortura, che nel mio caso hanno dovuto subire solo personaggi disegnati”.

A proposito di disegno, Sylvain Chomet si è servito dell’animazione classica bidimensionale, chiedendo però aiuto anche al digitale, soprattutto per le scene in esterno. “Com’era già accaduto per Appuntamento a Belleville, ho incaricato i miei animatori di occuparsi degli esseri umani, perché amo che il tratto si veda. Ma per il passaggio delle automobili nelle città e in generale per tutte le scene in cui c’era molto movimento, era fondamentale avvalersi del computer”. Moderatamente entusiasta dell’animazione in 3D e dei prodotti della squadra Disney/Pixar, Chomet non è attratto dai fasti hollywoodiani. Dopo aver rifiutato un progetto irrealizzabile propostogli da alcuni guru della Mecca del cinema (non sappiamo di cosa si tratti), il regista ha proseguito nella strada che meglio conosce e che gli permette di agire in libertà. “Già girare un film d’animazione è un’impresa lunga e titanica” – ha detto. “Se poi bisogna continuamente scendere a compromessi, allora diventa impossibile fare questo mestiere. Non mi sono mai lasciato pestare i piedi, e se fossi uno che si lascia pestare i piedi, mi darei per esempio alla ceramica”. Siamo contenti che Sylvain Chomet non sia diventato un ceramista, perché nessuno come lui è capace di raccontare, facendo appello solo alla sua matita, la struggente malinconia di un mondo che non esiste più, il mondo dei prestigiatori e degli artisti di avanspettacolo. “Quello che sento è una grande rabbia per questo mondo in cui la magia dell’arte sembra essere scomparsa. Me ne accorgo io adesso e se ne accorgeva Jacques Tati nel ’59. Lui osservava protestava e lottava, mentre noi possiamo solo prendere coscienza di un cambiamento ormai irrimediabilmente intervenuto”.

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  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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