Interviste Cinema

Intervista a regista e attori de I più grandi di tutti

Carlo Virzì torna dietro la macchina da presa per narrare, ne I più grandi di tutti, una realtà che conosce molto bene, la scena musicale di quelle band non certo maistream che pure hanno avuto, negli anni '90, il loro pubblico affezionato.



Dopo aver raccontato i turbamenti di una ragazzina minuta e spiritosa ne L'estate del mio primo bacio, Carlo Virzì torna dietro la macchina da presa per narrare, ne I più grandi di tutti, una realtà che conosce molto bene, una realtà della provincia toscana, per la precisione, è cioè la scena musicale di quelle band non certo maistream che pure hanno avuto, negli anni '90, il loro pubblico affezionato. Il gruppo (inventato) su cui il regista concentra la sua attenzione e in cui suonano due veri musicisti, vale a dire Dario Kappa Cappanera e Marco Cocci, si chiama Pluto e non ha esattamente la classe dei Pink Floyd.
"Ho fatto questo film per affetto “ - ci ha spiegato, comodamente seduto in una stanza d'albergo con indosso una bella giacca scura e occhiali da vista anni '60. “L'ambiente dei gruppi rock che non sono veramente riusciti a sfondare, nonostante si siano esibiti nei locali di mezza Italia, è un contesto che mi è particolarmente familiare, anche perché come musicista rock ho suonato in una band di quel genere, un complesso che giocava un po' nello stesso campionato in cui giocano i Pluto. Non avevo scelta, insomma, ed è inutile dire che sarebbe stato complicatissimo per me fare un film , per esempio, sugli assicuratori brianzoli”.

Nel film, che è decisamente una commedia, permeata però di una certa nostalgia, i 4 musicisti non sono certo delle icone o degli intellettuali. Sono dei mezzi falliti piuttosto, che si barcamenano fra le difficoltà del vivere contemporaneo.
“Volevo raccontare” - ha  continuato Virzì - “quello che c'è dietro un musicista rock, ciò che uno si aspetta di trovare e ciò che invece non trova. Spesso si resta delusi. C'era un mio amico giornalista che una volta andò a intervistare Mick Jagger. Pensava di trovare una cosa, e invece gli capitò di conoscere un settantenne conformista e un po' noioso. Se accade con i Rolling Stones, figuriamoci con i Pluto. In genere succede questo: quando si parla di rock, c'è sempre un filo di retorica, se non addirittura di mistificazione. Io invece volevo dissacrare, desideravo narrare la vicenda di 4 inadeguati. Sono i miei 'soliti ignoti' un po' rocchettari”.

Il solo componenete dei Pluto che non aveva dimestichezza con gli strumenti musicali, visto che Claudia Pandolfi suona qualsiasi cosa, era Alessandro Roja, noto ai più come Il Dandy della serie Tv Romanzo criminale. A lui è toccato l'arduo compito non solo di imparare a suonare la batteria, ma anche di apprendere il livornese.
“Con il livornese è stato più semplice che con la batteria” - ci ha detto, con una grazia e una dolcezza che sono decisamente estranee all'iconico elegantone della Banda della Magliana. “Prima di girare, Carlo mi ha dato delle indicazioni su che tipo di livornese volesse. In realtà non voleva proprio quello di Livorno, perché era un po' troppo forte, un po' troppo aggressivo, un po' troppo rozzo. Cercava un dialetto più dolce, che fosse in contrasto con la parlata degli altri personaggi. Con la batteria è stata più dura, perché è uno strumento difficile. La produzione mi ha mandato una batteria elettronica a casa. Ho preso diverse lezioni e ho avuto come maestro Rolando Cappanera, il cugino di Dario Cappanera, che è il batterista dei La strana officina. E' stata una full immersion totale, poi un giorno qualcuno mi ha detto: 'hai una bella pacca', che significa che batto bene sulla batteria, batto forte, in maniera rozza, come si addice a un vero batterista rock”.

A proposito di rock, abbiamo domandato a Claudia Pandolfi, che non è nuova ai film corali in cui è l'unica donna in mezzo a tanti uomini, di darci una definizione di questo genere musicale.
“Si tratta di una parola che non si può definire rapidamente. Credo che sia un atteggiamento nei confronti della vita che è sul filo della sovversione, della contentazione, anche di una contestazione più spiccia , casalinga, domestica. E' un voler sempre sorprendere se stessi. Io mi definisco una donna rock, non sono una tipa posata, certo non sono jazz, non sono particolarmente sofisticata, non sono neanche pop … sono proprio rock”.

Dopo averci assicurato che anche lui è un ragazzo rock, anche se ne I più grandi di tutti non fa il musicista ma il giornalista, Corrado Fortuna ci ha parlato delle differenze fra i due fratelli Virzì. Come la maggior parte del cast, anche lui ha lavorato con entrambi.
“Li distingue il peso innanzitutto. Paolo ha un peso nel cinema italiano piuttosto importante, Carlo ancora no. Io sono molto amico di Carlo, e quando l'ho visto all'opera, non sembrava che fosse solamente alla sua opera seconda. Era molto attento, molto preciso, aveva le idee chiare, zompettava … e in questo è simile a Paolo. Paolo e Carlo sul set zompettano da una parte all'altra . Paolo è come una pallina rimbalzina di gomma, non si ferma un attimo, ti fa vedere esattamente come fare una scena e, se c'è da baciarti in bocca, lo fa tranquillamente davanti a tutti, e ci mette pure un pezzetto di lingua. Carlo è più tranquillo, più riservato, meno esuberante”.

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