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Intervista a Raoul Bova e Roberto Burchielli, protagonista e regista di Sbirri

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Raoul Bova è non soltanto il protagonista, ma anche il produttore di un film di natura molto particolare. Né docu-iction né film inchiesta, Sbirri è un'incursione nel mondo della droga e dell'antidroga. Insieme al regista Roberto Burchielli, l'attore ci ha parlato della genesi del progetto della sua esperienza sul set.

Intervista a Raoul Bova e Roberto Burchielli, protagonista e regista di Sbirri

Intervista a Raoul Bova e Roberto Burchielli, protagonista e regista di Sbirri

Al cinema la realtà può essere rappresentata, e succede nei film di fiction, oppure può essere mostrata così com'è, mentre accade, ed è il caso del documentario.
Sbirri di Roberto Burchielli percorre contemporaneamente entrambe le strade, e a una vicenda inventata, con attori che interpretano dei personaggi, mescola fatti veri, in questo caso le operazioni notturne della Squadra Antidroga di Milano. E' stato il regista a spiegarci per primo il perché di una simile scelta, in occasione della presentazione del film alla stampa romana. “Volevamo raccontare la realtà e amplificarla. Abbiano capito che potevamo farlo perché avevamo a disposizione l'attore più popolare d'Italia, un attore disposto a mettersi in gioco totalmente, entrando nella realtà e vivendola minuto per minuto, con adrenalina, entusiasmo”.
Raoul Bova, che ha prodotto il film insieme alla moglie, si è ritagliato il ruolo del giornalista televisivo Matteo Gatti, che dopo aver perso il figlio per l'assunzione di una pasticca di ecstasi, decide di fare un'inchiesta sullo spaccio e sui giovani e la droga. Insieme al suo cameraman, affianca così per un breve periodo di tempo alcuni poliziotti, che però sono poliziotti veri che arrestano spacciatori veri. Parlando delle differenze fra Sbirri e un qualsiasi film di finzione, l'attore ha detto: “La forza di un film cinematografico consiste nella storia che racconta, nei sentimenti che esprime, nell'arco narrativo che prevede un inizio, una crescita e una fine. Il bello di un reportage, invece, è che ti fa vedere la realtà così com'è. Il problema è che il reportage non ti racconta da dove nasce il personaggio, cosa ha fatto prima, dove va e da dove arriva, come si rapporta a quella realtà”.
Ci voleva dunque un protagonista inventato, secondo l'attore, per rendere la storia più vicina al pubblico e per scatenare l'immedesimazione. “Dovevamo creare un personaggio ipotetico che fosse il più vicino possibile a ognuno di noi, un cittadino normale, in questo caso un giornalista che si trova di fronte a una disgrazia. Volevamo capire, attraverso lo sguardo di Matteo Gatti, cosa succede nel mondi di oggi, chi combatte contro la droga, come combatte, cosa pensa”.
Senza essere moralista, Sbirri cerca di insegnare ai genitori i rischi che corrono trascurando i propri figli o lasciando loro un'eccessiva libertà. Allo stesso modo, il film cerca di comprendere cosa possa spingere un ragazzo di 16 anni a sballarsi. “Ci siamo chiesti” - ha continuato Raoul Bova - “cosa pensano i giovani?Perché spacciano? Si sentono forse più fichi, più grandi, più forti? O forse è una questione di potere nei confronti del branco”. Raoul Bova non è nuovo alle storie di crimine e polizia. Lavorare a contatto con poliziotti veri in scene che potevano essere lunghe anche 40 minuti ha influenzato molto il suo lavoro sul personaggio e il suo coinvolgimento emotivo. “Ho rivissuto le azioni di polizia finte degli altri miei film, per esempio quando sali le scale o ti metti in appostamento per fare un'irruzione. All'inizio questo generava un po' di confusione in me … sto girando un film, o sono nella realtà? Ma a la realtà che avevo davanti ed era una cosa scioccante, perché lo stop del regista non arrivava mai, bisognava continuare ad andare avanti e cercare di sfruttare quella situazione il più a lungo possibile. I poliziotti con cui abbiamo lavorato sono diversi da quelli dei film e delle fiction, che sono sempre accentuati, caricati, esagerati”.
L'ultimo argomento che abbiamo toccato nella nostra intervista a Raoul Bova e Roberto Burchielli è stato il rapporto fra la macchina da presa e la realtà filmata. “Abbiamo fatto in modo che la realtà non reagisse di fonte a noi, siamo stati quasi trasparenti, era tutto molto filtrato, erano camere nascoste, piccole, molte volte non dichiarate. In questo senso Raoul è stato bravo, si è inserito in questo gruppo e pian piano è diventato uno di loro, è diventato parte della realtà, e per me è stata una cosa eccezionale, anche da riprendere”.


  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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