Interviste Cinema

Incontro con Renzo Arbore, amante del cinema e della vita

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Alla Festa del cinema di Roma, prima dell'amico e vecchio collaboratore Roberto Benigni, è toccato al grande Renzo parlare della sua vita e carriera.

Incontro con Renzo Arbore, amante del cinema e della vita

Se c'è qualcuno che per la generazione degli over 40 e 50 ha rappresentato l'essenza della creatività, dell'umorismo surreale, della competenza musicale e della gioia di vivere, questo è proprio il signor Renzo Arbore, avvocato mancato per nostra fortuna e showman, musicista, talent scout, regista e innovatore dello spettacolo senza pari, nonché infaticabile collezionista di bizzarrie kitsch. Non poteva essere dunque che l'uomo che ci ha dato perle come Alto Gradimento, L'altra domenica e Quelli della notte, e al cinema due gioielli di puro nonsense, il protagonista del penultimo incontro ravvicinato della Festa del cinema di Roma. In quasi due ore, stimolato da Fabrizio Corallo e Alberto Crespi, Arbore ha dato prova della sua inesauribile verve, accolto dall'affetto del pubblico, a cui ha dato una straordinaria lezione di intelligenza e buonumore, con qualche attimo di commozione.

Arbore e il cinema. Tradisco la mia età se dico di essere uno di quelli che guardava il muro, come dice Frassica, perché non avevamo la televisione e dunque avevamo solo il cinema per far lavorare la fantasia. Noi siamo stati allevati coi film del maestri del cinema italiano del neorealismo, con De Sica, Zavattini, il primo film a cui ho pianto è stato Umberto D. Maturavamo con questo cinema straordinario. E poi c'era l'altro cinema, Totò, di cui l'anno prossimo ricorre il cinquantenario della morte. Totò raccoglieva tutti i tipi di umorismo: il nonsense, i doppi sensi, era animalesco o burattinesco, è stato uno dei miei idoli quando arrivai a Roma e tutti lo consideravano ancora un comico da farsa. Con la mia Cinquecento girai per ore sotto casa sua senza avere il coraggio di suonare il campanello e salutarlo.

Lattuada e il festival del cinema italiano al Cairo. Con Alberto Lattuada mi trovai al Cairo, al primo e unico festival del cinema italiano. C'erano Claudia Cardinale, Giovanna Ralli, Mariangela, e andammo in questo bellissimo cinema dove gli organizzatori non avevano l'inno nazionale egiziano e per farlo sentire misero un 78 giri. A un certo punto il disco si incantò e ripeteva sempre lo stesso pezzo, uno salì sul palco e lo fece smettere con una pedata. Il film era Cuore di cane con Cochi Ponzoni, l'operatore sbagliò rullo e all'improvviso il protagonista da cane diventava uomo. Lattuada si alzò in piedi oscurando lo schermo e gridando “la mia metamorfosi, la mia metamorfosi”! Venne preso per un pazzo da tutti gli egiziani che iniziarono a gridargli contro, Giovanna Ralli si scompisciava dalle risate e noi per salvarlo andammo dal proiezionista e gli facemmo capire che aveva sbagliato rullo. Lui rimise il primo ruolo. Ci fu un'insurrezione generale.

Benigni e L'altra domenica. Registravamo a casa mia e dissi a Roberto “che fai la domenica?” Mi rispose “Niente” "e allora vieni nel mio programma, ti faccio fare il critico". Lui venne a casa e gli dissi “tu come tutti i critici sei andato a vedere La febbre del sabato sera, ma non ci hai capito niente e forse neanche l'hai visto”. E lui cominciò ad arrampicarsi sugli specchi, rispondendo alle mie domande in modo assurdo. Registrammo 7 minuti e lui mi fece “ho capito, ora registriamo”, Ma io gli dissi “no, mandiamo questo, va benissimo”. Facemmo tipo 35 critiche, tutte inventate, ci siamo divertiti un sacco.

Il Pap'occhio. L'altra Domenica fu un grandissimo successo. Registi e produttori cominciarono a parlarmi del film, io non volevo fare la solita cosa della banda in vacanza, ma una notte me lo sognai: Il Papa mi aveva chiamato per fare Televaticano. Lo dissi al mio carissimo amico e cosceneggiatore Luciano De Crescenzo e decidemmo di fare questa cosa, era il primo film che prendeva un po' in giro non la religione, ma il Catechismo che si insegna da bambini, l'Ultima Cena, i miracoli... Ottenemmo di girare alla Reggia di Caserta grazie alla direttrice, convinta da un mio forbito baciamano. Non conoscevo le maestranze e non sapevo che il regista non deve guardare nell'obiettivo della macchina da presa. Come direttore della fotografia avevo il grandissimo Luciano Tovoli di Professione Reporter che cercava di spiegare a me che sono ignorante come faceva e io gli dicevo “basta che si veda”. Il primo macchinista che mi vide guardare nella mdp mi disse “Arbore stai a fa' due film in uno, er primo e l'ultimo”.

Mario Marenco. Ho dovuto dire action! a Scorsese, all'epoca marito di Isabella Rossellini, ho lavorato con persone straordinarie ma voglio ricordare il mio amico Mario Marenco, che io considero il capostipite di un certo tipo di umorismo dal quale tutti hanno attinto, anche se non lo hanno detto. Quello che veniva fuori sollecitato da me e Boncompagni era un umorismo surreale d'avanguardia, per me è il più grande umorista italiano. Se ne innamorò Federico Fellini che lo voleva per La città delle donne e cominciò a tallonarlo e lui mi telefonava e mi diceva “ma che vuole sto Fellini da me?”. Un giorno Federico mi chiama e mi dice che vuole fargli un provino e io gli dico che credo sia difficile farlo lavorare come attore perché è assolutamente irresponsabile. Sul mio Channel c'è la registrazione di quel provino. Federico non ce la fece e si decise ad affidare la parte a Marcello Mastroianni, che ne fece un film bellissimo.

Mariangela Melato. Giancarlo Giannini, che è stato il suo partner più abituale, sostiene che è stata la più grande attrice italiana di tutti i tempi. Lei ha fatto cinema, teatro, film drammatici come Dimenticare Venezia, Todo Modo e La classe operaia va in Paradiso, Caro Michele con Monicelli, e anche film come Saxophone, La poliziotta, quelli di Lina Wertmuller. Grazie a lei ho avuto l'opportunità di conoscere tutti gli inventori, i grandi registi del cinema italiano che avevano tutti una grande stima e affetto per lei, anche quelli che non ci hanno lavorato. Mariangela ha fatto film di tutti i tipi e la sua grandezza viene fuori da tante cose.

FF.SS cioè:... che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene? Per il film abbiamo usato un sosia di Fellini che gli somigliava molto, tanto che in certi posti in cui andavamo lo scambiavano per lui. Quando feci vedere a Federico per la prima volta il film alla Gaumont mi guardò e mi disse “non ci siamo, non ci siamo”. Per me fu una coltellata al cuore. Rimase sconcertato. Poi ho saputo da Sergio Zavoli che ce l'aveva col fatto dei capelli e che doveva andare a fare pipì, ma soprattutto coi capelli perché aveva un po' l'ossessione della calvizie, mi chiedeva sempre “mi hai fatto coi capelli?”. Giulietta fu molto carina e mi disse “non te la prendere, Federico è fatto così, tiene molto a questa cosa dei capelli”. Poi facemmo pace. Anche i grandi hanno le loro debolezze.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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