Interviste Cinema

Incontro con il regista e i protagonisti di Tatanka

Arriverà nelle sale il 6 maggio, l'opera seconda del regista Giuseppe Gagliardi, Tatanka, liberamente ispirata al racconto di Roberto Saviano. In occasione della presentazione alla stampa, abbiamo incontrato regista e interpreti del film.

Incontro con il regista e i protagonisti di Tatanka

Incontro con il regista e i protagonisti di Tatanka


Arriverà nelle sale il 6 maggio in 189 copie (di cui 38 solo in Campania), l'opera seconda del regista Giuseppe Gagliardi, Tatanka, liberamente ispirata al racconto di Roberto Saviano, Tatanka Skatenato, tratto dal suo libro L'inferno e la bellezza. E' un film davvero interessante, per vari motivi, non ultimo dei quali è che a interpretarlo è proprio Tatanka, ovvero il pugile Clemente Russo, vicecampione olimpico a Pechino e campione mondiale dilettante dei pesi massimi nel 2007 a Chicago. Bello, simpatico ed estroverso, estremamente spigliato al suo debutto davanti ai critici cinematografici, nonostante all'inizio si scusi per gli errori che sicuramente commetterà, Russo sarà in lizza il prossimo 27 maggio per il titolo mondiale di categoria WSB, in match che si svolgono su un totale di 7 round da 3 minuti l'uno, e soprattutto per le prossime Olimpiadi (dove conta di conquistare finalmente l'oro).
Il pugile racconta quale è stata la principale difficoltà che ha incontrato nel suo esordio di attore (dove, va detto, non interpreta se stesso): "nel film il personaggio di Michele rappresenta un po' tanti pugili che a Marcianise e a Napoli si riscattano col pugilato. La difficoltà maggiore è che voi vedete un Tatanka cupo ma io sono estroverso e allegro, e sono sempre pronto a ridere e scherzare, e perciò è stata dura mantenere sempre quell'aspetto arrabbiato e chiuso. Adesso io vado poche volte a Marcianise, due o tre volte l'anno, ma quando scendo a trovare i ragazzi e chiedo loro cosa vogliono fare loro mi rispondono che vogliono diventare come me, mentre io dico che devono diventare ancora più bravi, visto che io sono arrivato solo secondo". Scherzando sul suo soprannome, bisonte, Russo ci dice che "è un soprannome che mi hanno dato quando ero all'inizio di carriera, e compensavo alla mancanza di tecnica con la forza e la potenza. Adesso però oltre a quella ho acquistato anche altre doti, sul ring sono diventato velocissimo, sguscio via come un'anguilla...però mi parrebbe brutto passare dal nome di Tatanka a quello di Anguilla".

Per fare questo film, Russo, che milita nelle Fiamme Gialle della Polizia di Stato, ha rischiato grosso. Ecco come ha spiegato l'incidente che lo ha portato a sei mesi di sospensione dal Corpo: "Quando sono stato contattato per il film, abbiamo presentato la sceneggiatura alla polizia e l'autorizzazione non arrivava. E' passato del tempo, stavamo per iniziare a girare, e alla fine ci hanno detto di tagliare un paio di scene, ma il regista ha risposto che non si poteva, forse una ma non entrambe, perché mancava poco all'inizio delle riprese e avrebbero dovuto riscrivere tutto il film. Allora io mi sono messo in aspettativa sindacale non retribuita, ma il procedimento disciplinare è andato avanti. Inizialmente volevano darmi quella che si chiama la "deplorazione", l'articolo 7, cioè mandarmi via per sempre dal corpo, poi invece per meriti sportivi mi hanno tolto un articolo, mi hanno dato il numero 6 e sono stato sospeso per sei mesi senza stipendio, ma per fortuna posso continuare a fare attività sportive".

La scena incriminata, molto forte, è quella della morte di un ragazzo interrogato in questura e sottoposto al waterboarding (tecnica di tortura resa tristemente famosa da Guantanamo, ndr). Il regista Giuseppe Gagliardi precisa: "è una scena che non si trova nel racconto di Saviano, ma è accaduta realmente, in Sicilia, dove nel 1985 Salvatore Marino, scambiato per l'assassino di un poliziotto, venne interrogato con la tecnica della cassetta o waterboarding fino a portarlo alla morte. A noi interessava perché volevamo far vedere il contesto in cui la vicenda si svolgeva. Volevamo raccontare come la vita dei due protagonisti potesse prendere strane strade perché crescevano in un contesto "bizzarro". Per noi era una scena essenziale. Di questo episodio parla Adriano Sofri in un libro, "La notte che Pinelli", e noi ci siamo ispirati a questo per raccontare il substrato del film". Scritto a 10 mani, il film, dice il regista, ha richiesto molti tagli e adattamenti, ed è partito dal desiderio "di raccontare questi ragazzi di Marcianise, un posto piccolissimo che ci ha dato ben 3 campioni del mondo, e dove le palestre sono davvero palestre di legalità, l'unica alternativa che hanno i ragazzi alla vita di strada, e dove la camorra non si arrischia ad entrare. Mi piaceva l'idea di un classico film sulla boxe, anche volutamente schematico, che adoperasse, per raccontare un mondo reale, la storia di due amici le cui strade si biforcano. La cosa bellissima del racconto di Saviano, che non ha una storia, è proprio la descrizione degli ambienti. Quando abbiamo deciso di girare nelle location vere del film abbiamo trovato un universo molto interessante, palestre con docce distrutte e porte divelte magari, ma con una grande energia, che traspare nelle scene del film ambientate nell'Excelsior Boxe. Sono luoghi di reale alternativa, dove fare a cazzotti sul ring non significa prendere a pugni un uomo, ma prendere la strada della boxe. Era bello sentire i pugni in cuffia, ed avendo un campione mondiale sul set è stato possibile fare incontri reali". Russo - che confessa di non vedere mai film sulla boxe - conferma "gli incontri che ho fatto nel film erano veri, avevo dei veri sparring partner e tutto il pugilato che vedete nel film è vero". Quanto al valore salvifico della boxe ci dice "capisci che quando ti alzi alle 6 e vai ad allenarti, e passi tutto il giorno a farlo, la sera alle nove sei distrutto e non ti resta tempo per altro che per andare a dormire, perché sai che il giorno dopo tutto si deve ripetere".
Gagliardi loda proprio la grande disciplina dei ragazzi sul set: "gente abituata a 15 anni di straordinaria disciplina riesce a sopportare di tutto: 12 ore di set, notturne, e gli ettolitri di acqua che gli abbiamo fatto piovere addosso. E' stato importante per l'effetto realistico anche lasciarli parlare in dialetto".
Nel ruolo dell'allenatore Sabatino (vagamente ispirato al vero allenatore di Russo, Mimmo Brillantino) c'è l'ottimo caratterista Giorgio Colangeli, che ci ha confessato che lavorare con non attori "è una grande sfida, ti tiene sempre sul chi vive e ti dà molto. E' un investimento che dà grandi frutti, con loro puoi lavorare sull'improvvisazione, ad esempio, un lusso che raramente puoi permetterti". Poi scherza "nel film quello che doveva essere il mio allievo mi insegnava tutto, sulla boxe, ma anch'io forse ho insegnato qualcosa a lui, anche se è stato di una creatività e una velocità sorprendenti e mi ha anche dato delle dritte! E' stata un'esperienza di lavoro molto divertente e molto dura, abbiamo girato in un'estate torrida, indossando tute felpate, abbiamo sofferto il caldo da morire. Ci siamo mossi in un set apparentemente fuori controllo. A volte mentre recitavo non sapevo da dove mi inquadravano, e questo ha contribuito ad ottenere una verità quasi rilassata. L'aver girato coi ragazzi della Marcianise è stato un continuo training, un lavoro ininterrotto che contribuiva alla vicenda raccontata. Nelle scene dentro al furgone ad esempio, tra un ciak e l'altro stare lì dentro con quei matti, era come un film dentro il film. Anch'io ho avuto delle emozioni fortissime nel conoscere il maestro Brillantino che era il mio modello, e sono rimasto sorpreso dalla mitezza caratteriale di questi ragazzi e dal fatto che lo chiamano maestro: era da tempo che non sentivo questa parola usata normalmente".
Nel ruolo dell'amico che prende la strada sbagliata, ma in fondo si riscatta, c'è il bravissimo Carmine Recano (visto in un ruolo più leggero in Mine Vaganti), napoletano, che condivide con Clemente Russo l'emozione per la scena in cui i due amici si trovano fronte a fronte, dicendosi la verità in un fondamentale momento di resa dei conti. Secondo lui i due amici "sono entrambi vincenti. Clemente perché insegue i suoi sogni a dispetto di tutto, e Rosario perché si riscatta con quello che fa nel finale". Del ricco e impeccabile cast del film fa parte anche il noto cantante Raiz, leader dei mitici Almamegretta, a cui è toccato il ruolo non facile del piccolo boss camorrista: "Giuseppe mi ha offerto questo ruolo, e sapevo che era una prova, per me che sono un cantante, e che non avevo moltissimo spazio per esprimere una personalità, ma in poche scene dovevo far venire fuori qualcuno. Salvatore è un cattivo, ma non è nemmeno cattivissimo, è uno che fa un lavoro, perché purtroppo da noi quello è un lavoro come un altro, fa l'imprenditore come ce ne sono anche al Nord, e in più è un camorrista. Trovo che anche la fine che fa gli renda giustizia perché è anche un po' fesso, è uno che si mette in un guaio assurdo. In quel personaggio, in piccolo, c'è anche la tragedia della Campania. Magari uno così, messo in altre condizioni, potrebbe fare qualcosa di diverso. Ricordate il libro di Hannah Arendt La banalità del male? Ecco, lui è banalmente cattivo”.





  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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