Interviste Cinema

Incontro con Céline Sciamma, regista di Diamante nero

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La regista di Tomboy ci porta nel mondo delle banlieu parigine per un'altra storia di adolescenza.

Incontro con Céline Sciamma, regista di Diamante nero

Céline Sciamma, la sensibile regista di Tomboy, nel suo terzo film, Bande de Filles (da noi Diamante nero) racconta un'altra adolescenza problematica, quella di un gruppo di ragazze di colore che vivono nella banlieu parigina. Grande successo in Francia, soprattutto tra il pubblico giovane, il film esce in Italia il 18 giugno distribuito da Teodora.

La regista ha incontrato la stampa a Villa Medici, rispondendo alle domande sul film, che a un primo sguardo sembra molto diverso anche nello stile da Tomboy. Lei però non è dello stesso avviso:  "Credo che lo stile sia molto simile, non volevo adottare un approccio documentaristico. In realtà trovo che questo film sia un'evoluzione dei miei precedenti e ho insistito in modo particolare sulla coreografia e sulla messa in scena, sull'aspetto spettacolare. E' il mio film più contemporaneo, più ancorato alla realtà, che può essere letto anche in chiave sociologica. Ormai il cinema delle banlieu è quasi un sottogenere, questo film non gli appartiene per la messa in scena, con l'uso dei carrelli, i movimenti di macchina, la musica di Rihanna e un'eroima quasi classica e a modo suo romantica, per cui credo che rifiuti un po' questa etichetta di film di genere".

Sembra molto attenta all'aspetto cromatico, in particolare al colore blu.  "E' vero che il blu è molto presente nei miei film ma non l'ho scelto come colore simbolico, piuttosto perché mi permette di passare dal realismo all'onirico e al surreale, come ad esempio nella scena in cui le ragazze ballano sulla musica di Diamonds di Rihanna: a un certo punto tutto diventa blu e c'è un passaggio al cinema senza soluzione di continuità, dal reale al fantastico".

Anche in questo film lei affronta il tema dell'identità. "Sì, anche se in Tomboy era più intimo e qui più sociale, lì la protagonista coi cambiamenti nel vestire, nel modo di porsi e di pettinarsi voleva cambiare la sua identità che qua nasce più che altro dalla pressione sociale. Credo che nei miei primi film il tema sia  più sotterraneo mentre qua l'aspetto sociale è più forte".

Conosceva questo mondo prima di girare il film e come si è documentata? "Anch'io sono cresciuta in una periferia, ovviamente sono bianca e quello del film non è il mio vissuto ma sono percorsi che ho incrociato e visto, dal momento che era una banlieu mista dal punto di vista sociale e razziale. Però io non guardo a queste ragazzine come a qualcosa di esotico, da comprendere razionalmente, sono solo ragazzine in fondo e dunque non mi sono documentata come una sociologa ma ho contato sulla finzione, anche perché racconto la storia di un'emancipazione femminile, di cui ci sono tantissimi esempi, da Jane Austen a Jane Champion. Durante il casting ho incontrato circa 300 ragazze e questa è stata la "documentazione" più forte".

Nel film ci sono molte dissolvenze al nero, perché questa scelta? "Ci sono stacchi di 10 o dodici secondi di nero, era una soluzione a cui avevo già pensato già prima del montaggio. Il film era scritto quasi a capitoli, perché avessimo una visione più ampia del destino di questa ragazza e avessimo voglia di sapere cosa le sarebbe successo "poi". Ho usato questo espendiente come si fa nelle serie tv, quando segui un personaggio e poi un altro, è come se ogni volta ci fosse un attimo di pausa prima dei titoli di coda e l'ho fatto per creare l'attesa da parte dello spettatore. A questo proposito, Tomboy inizialmente doveva essere un film tv, Bande de Filles l'avevo pensata come una serie. Amo molto la serialità e ho scritto per la serie Les Revenants. Chissà, magari la prossima volta scriverò direttamente un film e diventerà qualcos'altro, magari qualcosa per il web o per Netflix".

Che rapporto c'è tra la sceneggiatura e le scene improvvisate? "Era un copione molto scritto, con molti dialoghi, ma ci sono almeno 5 grandi scene legate all'improvvisazione, come quando vanno la prima volta in albergo e quando giocano al minigolf. Le ragazze sono state scelta per la loro capacità di imparare i testi ma anche per quella di improvvisare. C'era quindi una struttura drammaturgica molto forte all'interno della quale muoversi. Di ogni personaggio non descriviamo una sola energia e un solo aspetto, hanno anche momenti di solitudine, di energie diverse, necessari per arrivare a dare un ritratto giusto di questa generazione".

Come ha trovato la straordinaria protagonista al suo debutto? "Ho trovato solo lei come possibile eroina. Doveva essere molto concreta, saper stare sempre in scena, avere un viso indimenticabile e al tempo stesso saper cambiare identità come un camaleonte. Mi ha colpito molto perchè è stata l'unica al provino che si è messa subito a recitare, ha fatto finta di piangere e ho capito subito che avrei potuto lavorare con lei".

La colonna sonora è molto particolare. Rihanna ha visto il film? "Per questo film volevo una colonna sonora vera e propria e un tema originale che crescesse coi personaggi. Per questo oltre alla musica elettronica era necessario l'utilizzo di veri strumenti. Per la prima volta poi ho usato anche una hit, ho scritto quella scena pensando a quella canzone, perché è moderna ed è diventata subito un classico, una specie di inno generazionale. Se lei ha visto il film non lo so, una copia gliel'ho mandata, di certo il suo entourage ha dovuto vederlo per autorizzare l'uso della canzone".

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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