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Incontro con Abel Ferrara e Willem Dafoe

Incontrare Abel Ferrara fa sempre un certo effetto. Pur avendo visto tutti i suoi film da The Driller Killer e L'angelo della vendetta a quelli meno riusciti – o forse proprio per questo - ci si chiede come si presenterà, se avrà voglia di parlare o se si limiterà a bofonchiare risposte con aria annoiata. L’occasione di parlarci ce la...

Incontro con Abel Ferrara e Willem Dafoe

Nato nel Bronx nel 1951, dopo una carriera diseguale ma sempre interessante e divisa in varie fasi - dai suoi primi, estremi film alla lunga collaborazione con Nicholas Saint John con qualche sporadica e infelice incursione a Hollywood – Abel Ferrara è stato recentemente “adottato” dal nostro Paese dove ha realizzato già due film: il docufiction Napoli Napoli Napoli e questo Go Go Tales, girato interamente a Cinecittà.

Dovrebbe seguire prossimamente Pericle il Nero, dal romanzo di Giuseppe Ferrandino (aveva già provato a portarlo sullo schermo Francesco Patierno) con Riccardo Scamarcio protagonista. Ma proprio su questo progetto Ferrara in conferenza stampa ha messo le mani avanti: “Penso sia impossibile sradicarlo da Napoli e dalla lingua napoletana, è un progetto molto difficile. Riccardo potrebbe farlo ma in questo momento ha dei problemi famigliari, stiamo cercando finanziamenti, ogni euro è bene accetto.”
E ad ogni modo è già pronto un piano B: “stiamo lavorando col produttore del Padrino e di Million Dollar Baby per un western con Willem DafoeThe Fastest Gun in the West. Sempre che entrambi decidiamo di tornare a Hollywood.”

Abel Ferrara ci sembra in gran forma, rilassato e allegro, ha voglia di parlare, scherza, sembra contento di trovarsi circondato dai suoi fidi amici e colleghi (tra cui anche la sua giovane fidanzata, Shanyn Leigh, una delle interpreti del film). Abito blu, occhiale da sole d’ordinanza, prima di sedersi sulla poltrona del cinema Adriano per l’intervista controlla il numero. Quando scopre che è il 23, si siede soddisfatto con una risata. Del resto il film parla di gioco, di sognatori, di una persona che scommette su se stessa, un po’ come ha sempre fatto lui, figlio di un allibratore e con una madre che sognava un lavoro regolare per il marito e per il figlio.“Ma io ho scelto di fare un lavoro in cui non ti pagano tutti i venerdì, e a volte devi essere disposto anche a farlo gratis.”

In conferenza stampa e poi nella nostra intervista ricorre diverse volte il nome di Nicholas Saint-John, co-sceneggiatore dei suoi film migliori (Fratelli, The Addiction, L'angelo della vendetta, China Girl, Ultracorpi – L’invasione continua e il meno riuscito Occhi di serpente), e Ferrara confessa che gli manca: “era la mia fonte di originalità, ma purtroppo non è più interessato al cinema” e con ulteriore rimpianto ci dice “quella fase è finita e quei film non torneranno più, fanno parte del mio passato.”

Risale a qualche anno fa la genesi di Go Go Tales, opera anomala nella filmografia di Ferrara, molto più leggera rispetto al lato oscuro dell’animo umano e alla spiritualità indagati nelle sue opere precedenti. “Eppure, vorrei poter dire che nasce da un momento di felicità e soddisfazione nella mia vita, e invece ero parecchio inguaiato all’epoca.” Il film infatti avrebbe dovuto essere realizzato 6 anni fa a New York con pochissimi soldi, ma “la proprietaria del posto in cui avevamo costruito il set, visto che non pagavamo l’affitto ci buttò tutto letteralmente in mezzo alla strada, su Crosby Street. E allora decisi che non l’avrei più fatto a New York. Ma ogni film accade quando accade, quando è il suo momento, e sono contento che questo sia accaduto a Roma.”

Si sbarazza con una battuta di due domande che gli danno fastidio: la polemica scatenata da Asia Argento contro il film e il bacio del suo personaggio al rotweiler che pare le sia costato molti contratti (“sì, anch’io avrei dovuto dirigere I predatori dell’arca perduta ma per favore non fatemi parlare di questa cosa”) e il remake di Herzog del suo Cattivo Tenente (“mia madre diceva sempre ‘se non puoi parlar bene di qualcuno stai zitto’. E io dico ‘se non hai idee originali per fare un film tuo lascia in pace le mie’. Quella è gente che non ha proprio le palle per avvicinarsi a quel film”).

E cosa pensa dell’Abel che dirigeva film sulla follia e la vendetta come The Driller Killer e L'angelo della vendetta? “Che ero un giovane un po’ sciocco e molto arrabbiato.” Parlando poi dell’improvvisazione e del caos che regna sui suoi set, o almeno su quello di Go Go Tales, ci dice che in fondo si parte sempre da una sceneggiatura e che improvvisare è in realtà un lavoro molto preparato. Conclude il nostro incontro con un vero e proprio spot a favore di questa sua creatura alla quale sembra davvero legato, magari in versione sottotitolata. “Io ho visto i film italiani in originale quando di italiano non capivo una parola. Mastroianni… mi innamorai del suono della sua voce, che ritrovavo di film in film. E Totò, come si fa a doppiare Totò?”

Anche Willem Dafoe è critico rispetto all’abitudine del doppiaggio, specialmente nel caso di un film che raccoglie attori e attrici di diversa provenienza e che sul set, in gran parte dedito all’improvvisazione, era una vera e propria Babele di lingue. “Per me è fondamentale sentire la lingua originale. Per un attore l’uso della voce, il tono, il ritmo, la sua musicalità, sono elementi essenziali, e tutto viene semplificato dal doppiaggio. E’ come suonare una sinfonia togliendo i violini e mettendo al loro posto una fisarmonica, si perde proprio la musica della voce umana.”

Anche Willem Dafoe, grazie al matrimonio con la regista Giada Colagrande, è semistanziale in Italia. Del resto, ci dice “sono sempre stato un globetrotter, da quando giravo con la compagnia teatrale Wooster Group di New York, ai film che ho fatto, tutti in location. Dopo il film di Abel ne ho fatto uno con Julia Roberts (Fireflies in the Garden), e uno con Theo Anghelopulous, The Dust of Time.”

A trovarselo di fronte, quest’uomo minuto e magro, con un volto che è una maschera, scorrono di fronte agli occhi tutti i suoi ruoli memorabili: l’Eric Masters di Vivere e morire a Los Angeles, il Goblin di Spider-Man, lo Spacciatore di Paul Schrader, il Bobby Peru di Cuore selvaggio di David Lynch, il Gesù dell’Ultima tentazione di Cristo di Scorsese, e ora il Ray Ruby di Ferrara, padrone del Paradise, un locale notturno con ballerine di lap-dance gestito come una famiglia.
Ci racconta che gli piace lavorare con Abel, anche se stare su un set così caotico come quello di Go Go Tales, in cui la storia nasceva giorno per giorno, può essere rischioso per un attore. “Ma mi fido di lui, ci ho già fatto New Rose Hotel e so che con lui sono libero di esprimermi. In fondo sai, non c’è tanta differenza tra un film indipendente e uno da centinaia di milioni di dollari, hai sempre a che fare con restrizioni dovute a problemi di soldi. Magari sei sul set di Spider-Man e pensi di poterti rilassare, ma giri in uno stadio che hanno affittato per un solo giorno e se si ritarda partono un sacco di soldi, quindi sei sempre sottoposto a questo genere di pressioni.”

E del suo personaggio in questo film cosa gli è piaciuto? Non è un po’ l’altra faccia dei villain che gli piace interpretare? “Beh, lui è un sognatore, ma non è cattivo. Forse il fatto che giochi dei soldi che riguardano anche la vita di tante altre persone è quello che lo rende meno simpatico e meno buono. In questo senso forse è vero.” Con lui parliamo di molte altre cose, dal metodo di lavoro, all’atmosfera su questo set, alla difficoltà insita nell’improvvisazione: Dafoe ci fa l’impressione di un attore che ha molto ragionato sul suo mestiere, lo ama moltissimo, e che nonostante i suoi molti successi è rimasto, come amano dire gli americani, “down to earth”.

Alla fine, scambiamo due battute anche con Justine Mattera, una delle lap dancers del film, nota in Italia come showgirl televisiva e sosia di Marilyn Monroe nonché ex moglie di Paolo Limiti.
La bionda attrice americana ha però al suo attivo in America molti film televisivi, anche se questo con Ferrara rappresenta il suo vero e proprio debutto cinematografico. E’ simpatica, spigliata, intelligente, e sembra avere le idee molto chiare.
“Cominciare col cinema in questo modo è stato bellissimo ma anche molto difficile… sul set c’era un caos totale, io parlavo inglese e non tutte le attrici lo parlavano e dunque alle mie battute mi rispondevano nella loro lingua e io non capivo cosa dicevano! Però ho avuto, come tutte noi, la libertà di costruire il mio personaggio. Faccio una ragazza di Long Island, e io sono proprio di lì, cresciuta nel Queens, per cui è stato bello ritrovarmi “a casa”.

E il doppiaggio non nuoce a questo film? “Assolutamente, è un peccato, non ho ancora visto la versione italiana ma per quanto bene sia fatta non sarà comunque la stessa cosa, per le lingue, lo slang, i diversi accenti, certe sfumature tipiche della lingua, il ritmo e il colore dell’originale. Io mi sono doppiata da sola perché ho una voce molto particolare e ho pensato che sarebbe stato strano farmi doppiare da qualcun altro”. E Ferrara sul set, in questo caos che tutti dicono, come si comportava? “Riusciva a tenere tutto sotto controllo, a volte anche severamente. Mi faceva “bionda, se sbagli un’altra volta ti butto fuori dal set!’ Poi si avvicinava e mi diceva all’orecchio ‘no, va bene, va bene, faccio per dire’… Insomma, ho lavorato con tanti mostri sacri, Willem Dafoe, Bob Hoskins… e diretta da un grande regista come Abel, non si può che imparare stando a contatto con persone del genere. Ecco, mi piacerebbe tanto fare un altro film indipendente come questo.”

Insomma, a parte la nota dissonante di Asia Argento, tutte le attrici del film non hanno che parole di entusiasmo per l’esperienza e soprattutto per il talento di un uomo che crea e al tempo stesso tiene sotto controllo il caos di quella macchina fabbricasogni che è il cinema, anche quello più povero e meno allineato.

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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