Il villaggio di cartone - Incontro con il regista Ermanno Olmi

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Il villaggio di cartone - Incontro con il regista Ermanno Olmi

Il villaggio di cartone - Incontro con il regista Ermanno Olmi


Non era ancora il tempo di lasciare il cinema per Ermanno Olmi che, dopo Centochiodi, aveva comunicato l’intenzione di non dirigere più film di finzione, per dedicarsi al documentario.
Nell’incontro di presentazione de Il villaggio di cartone, tenutosi a Roma, il regista ci ha spiegato perché fosse arrivato il momento per un’altra avventura, dietro la macchina da presa. Scritto con la collaborazione di due grandi amici, come il saggista Claudio Magris e monsignor Gianfranco Ravasi (Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura), e presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, il film uscirà venerdì 7 ottobre.
Tenace e sorridente, ancora desideroso di raccontare all’Italia la propria visione di questi nostri giorni, il regista bergamasco, quando parla di sé e del suo cinema, sembra sempre profondamente ispirato.

Il villaggio di cartone nasce da un’idea complessa, quanto ambiziosa, venuta al regista durante un periodo di forzata immobilità a letto.
“Precedentemente stavo pensando a un progetto itinerante, che fosse un viaggio lungo tutte le coste del mediterraneo e che mostrasse cosa resta delle nostre antiche civiltà. Credo che il cristianesimo sia la più grande ricchezza della nostra storia, lo diceva anche Indro Montanelli. Ho ritenuto ci fosse bisogno di trovare le nostre origini, quello che resta vivo e praticato della nostra antica cultura. Ho dovuto accantonare quell’idea, certo non potevo viaggiare, con il computer sulle ginocchia è il mondo che è entrato nella mia stanza. Un appuntamento tra culture diverse in un unico ambiente, quello del film”.

Ne Il villaggio di cartone, il “crocevia” che fa da teatro a questo incontro, è una piccola canonica, in un luogo senza nome, che, sotto gli occhi stanchi di chi la anima da anni, il vecchio parroco (interpretato da Michel Lonsdale), viene chiusa al culto, spogliata dei suoi elementi fondanti, svuotata di fedeli sempre meno partecipi. E’ questo l’approdo perfetto per “il nuovo grande esodo”, come lo definisce il regista: “l’esodo che viene dal sud del mondo, ma in senso più ampio, un esodo globale, che sarà la premessa per una nuova era.”
Nella chiesa abbandonata infatti, si stabilisce un gruppo di profughi africani, composto da personaggi profondamente diversi l’un dall’altro, che danno vita al controcanto spirituale e culturale su cui si basa il film. Da questo, nasce il confronto profondo tra diversi credi, quello auspicato dal regista, primo passo, purtroppo sempre rimandato, verso “l’abolizione di tutte le diverse chiese, religiose, laiche, e politiche che siano”.
Non avere chiesa vuole dire non avere protezione, significa essere soli, continua il regista: “ la solitudine è la tassa morale, il prezzo da pagare per la libertà. Anche il cinema di Roma è stato, a suo tempo e a suo modo, una chiesa” e ancora “Io non ero né comunista né democristiano, e le cose non erano affatto facili, si restava molto isolati”.

Il film è un apologo di forte impianto teatrale. “E’ ricco di simboli, come ogni racconto allegorico”, ci spiega pazientemente Olmi, “questo lo avrete sicuramente capito! La realtà è assolutamente scenografica, non c’è alcuna pretesa di realismo. Non è un film realistico, è un film con cui si cerca di comunicare la sublimazione di un’idea, e questo si ha da sempre con il simbolo”.

Centro del film è anche la solidarietà, quella che va oltre la carità, che è amicizia e annullamento delle differenze, della solitudine. E questo signore ottantenne, che ha ancora lo sguardo teso verso un futuro lontano, si augura l’arrivo di un cambiamento: “ La storia deve cambiare, prima che essa cambi noi, l’uomo ha disatteso i propri doveri verso il prossimo, non si può continuare così”.
Scegliere di raccontare categorie sociali principalmente disagiate, in tanti anni di cinema, è voler raccontare la realtà che si conosce meglio, l’agio non è mai stato familiare a Olmi. “Vengo da una famiglia di contadini, adesso sì, non nego la mia condizione privilegiata, ma con moderazione. La ricchezza esagerata, è un crimine, perché toglie risorse agli altri”.

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