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Il Traditore a Cannes, con Bellocchio e Favino: "Buscetta? Non un eroe, ma un uomo coraggioso e un grande comunicatore"

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Il film sul pentito di Mafia, in uscita oggi nelle nostre sale, è l'unico titolo italiano in competizione al festival.

Il Traditore a Cannes, con Bellocchio e Favino: "Buscetta? Non un eroe, ma un uomo coraggioso e un grande comunicatore"

C'è un solo film italiano in concorso a Cannes quest'anno ed è Il Traditore, di Marco Bellocchio, che viene presentato proprio nel giorno dell'uscita nelle sale italiane e del 27° anniversario della Strage di Capaci. Bellocchio il festival francese lo conosce bene e l'ultima volta che ha partecipato alla competizione è stata nel 2009 con Vincere. Nel 2002 aveva ottenuto una menzione speciale per L'ora di religione e nel 2016 eccolo presentare, nella Quinzaine des Réalisateurs, Fai bei sogni. Come per il film con Giovanna Mezzogiorno nel ruolo della prima moglie di Mussolini, il regista di Bobbio viaggia nuovamente a ritroso nella storia italiana (anche se non va così in là) per fare un ritratto non agiografico ma nemmeno così denigratorio del mafioso Tommaso Buscetta, che più che un pentito era, come diceva lui, "un uomo d’onore", un pilastro di Cosa Nostra ai tempi dei "gloriosi ideali", oltre che un prezioso collaboratore di Giovanni Falcone. A interpretarlo è Piefrancesco Favino, che ben si destreggia fra italiano, siciliano e portoghese e che magari potrebbe arrivare ad aggiudicarsi il Premio per la migliore interpretazione maschile la sera di sabato 25 maggio.

Nel giorno della proiezione ufficiale del film, lo incontriamo, insieme a alcuni colleghi, nell'Italian Pavillon dell'Hotel Majestic. Ovviamente con lui ci sono Marco Bellocchio e buona parte del cast. L'emozione per la giornata è grande e il regista parla, innanzitutto, della genesi del progetto: "Il produttore Beppe Caschetto è venuto da me e mi ha detto: mi piacerebbe fare un film su Buscetta. Così ho cominciato a documentarmi, a leggere libri, a conoscere persone che lo avevano incontrato. Mi sono convinto mentre studiavo il personaggio, la sua era una storia a cui la mia vita privata era estranea, io vengo da Piacenza, quindi Palermo e i mostri assassini erano una realtà lontanissima. Diversamente dagli attori, mi sono progressivamente impadronito di questa storia". Poi il regista ci tiene a dire che il suo Buscetta non è un eroe: "Lo vedo piuttosto come un uomo coraggioso, cosa che io non sono più di tanto. Buscetta rischiava la propria vita ma nello stesso tempo la difendeva, e difendeva la sua famiglia, era un traditore un po’ conservatore, non era uno che pensava di cambiare il mondo, voleva che restasse simile a com'era all'inizio".

Rispetto a Marco Bellocchio, Favino ha avuto un approccio più "critico" al personaggio e, mentre si lascava abitare da lui e ne abbracciava la complessità, ne ha compreso l'ambiguità, la voglia di mostrarsi come altro da sé: "Sono partito da un'evidenza: che tutto quello che sappiamo su Buscetta l'ha costruito lui. Buscetta era uno stratega della comunicazione. Se do credito a ciò che diceva - ho pensato all'inizio - posso anche vederlo come un uomo che si è dedicato solo al traffico di droga e che si è subito pentito. Però le cose non mi tornavano, e allora mi sono chiesto: come mai il figlio di un vetraio era riuscito a entrare nella Mafia? Il fatto stesso che arrivò a cambiarsi la faccia prima di essere braccato è indice di vanità, di furbizia. Sicuramente condivido con lui un certo romanticismo e amore per la famiglia e un po’ mi affascina, e penso che il suo fascino dipendesse dalla leggenda, e in questa leggenda c'era spazio per la gentilezza, che lui utilizzava per incutere paura".  
"Anche io mi sono sentito attratto da Buscetta" - aggiunge Bellocchio. "La fascinazione per lui è diversa da quella che ho avuto per alcuni personaggi della mia tradizione e cultura. Buscetta era un uomo ignorante, che non leggeva, a differenza di alcuni mafiosi che si dilettavano in testi complicati, però adorava la vita, in questo era molto italiano, tradiva la moglie, pur amandola, era uno che aveva una grande personalità, chi lo ha conosciuto dice che aveva un carisma incredibile"

Nel raccontare vent'anni dell’avventurosa esistenza di Tommaso Buscetta, Marco Bellocchio non ha scelto la strada del film solamente processuale né del tipico biopic: "La preoccupazione è stata quella di non fare un film convenzionale ma popolare, con una sua semplicità. I delitti dovevo rappresentarli, l'ho fatto in modo sbrigativo. Poi c'è un altro aspetto, la teatralità, che era una teatralità difensiva nel caso dei mafiosi incarcerati, che volevano che il maxiprocesso fallisse e ai quali Buscetta opponeva un'altra teatralità. Lui e Pippo Calò erano due attori che recitano tragicamente due ruoli diversi". 
La teatralità è solo uno dei punti cardine del film. Degli altri parla Ludovica Rampoldi, che ha scritto il copione insieme a Bellocchio, Valia Santella e Francesco Piccolo: "Gli altri temi forti erano il tradimento e i figli. In tutti i film di Marco, da I pugni in tasca a Fai bei sogni, si parlava molto dell'essere figlio, qui abbiamo cercato di problematizzare la tragedia dell'essere padreBuscetta, da padre di ragazzi "perduti", non sa come opporsi al loro destino di morte, è una cosa molto tragica".

Vista la prodigiosa trasformazione di Pierfrancesco Favino, non poteva mancare, nell'incontro con la stampa italiana, una domanda sull'aumento di peso dell'attore. L'argomento "trasformismo", del resto, ha sempre il suo appeal al cinema, come sanno per esempio i signori dell'Academy.
"Ho messo su 8, 9 chili" - dice Favino. "Quel fisico là rimanda a una cosa che ho colto subito, la ruralità della Mafia, che raramente viene raccontata in un film. I mafiosi, in fondo, erano un gruppo di imprenditori agricoli di cui qui vengono svelati alcuni dettagli fisici: gli stomaci rotondi, l'aria tozza da sfinare attraverso i gabardine. Per me era fondamentale avere un certo tipo di presenza fisica e un modello di respiro ben preciso, perché, se ti cambia il respiro, cambia il modo in cui gli altri ti guardano, e per il traditore gli occhi degli altri erano fondamentali".

Ne Il Traditore, accanto a Fausto Russo Alesi - che fa Giovanni Falcone e che, attraverso i libri e le interviste, ha cercato di capire e interiorizzare la forza della necessità del magistrato di essere fermo nei suoi obiettivi - recitano Fabrizio Ferracane (che interpreta Pippo Calò) e Luigi Lo Cascio. A quest'ultimo Bellocchio ha offerto la parte di Totuccio Contorno. Reso celebre dal personaggio di Peppino Impastato ne I cento passi, l'attore è passato stavolta dalla parte dei cattivi: "Il fatto che, ancora dopo 20 anni, qualche ragazzo si avvicini a salutarmi e mi dica: sono contento di conoscere l'attore che ha contribuito a rendere giustizia a Peppino Impastato, mi rende orgoglioso. Questo personaggio, invece, è un soldato della criminalità. Mi piace il fatto che parli il palermitano dei quartieri, che io ho avuto modo di conoscere da ragazzino. Che lingua incomprensibile per chi non è siciliano! Ricordo che Marco sul set mi si avvicinava e, dopo aver visto una mia scena, diceva: bene, non ho capito nulla di quello che hai detto, e dire che l'ho scritta anche io la sceneggiatura… però va benissimo". 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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