Interviste Cinema

Il ragazzo che si vestiva da cane: Cosimo Gomez presenta Io e Spotty, con Filippo Scotti, al Taormina Film Fest

Dopo Brutti e cattivi, Cosimo Gomez dirige un film che parla di anime gemelle, di un ragazzo con il costume da cane e di una ragazza insicura. Il film, che vede protagonisti Filippo Scotti e Michela De Rossi, fa parte del concorso del Taormina Film Fest 2022.

Il ragazzo che si vestiva da cane: Cosimo Gomez presenta Io e Spotty, con Filippo Scotti, al Taormina Film Fest

Il primo e unico titolo italiano del Concorso della sessantottesima edizione del Taormina Film Fest porta la firma di Cosimo Gomez, che ha già diretto Brutti e cattivi, e si intitola Io e Spotty. Potrebbe essere collocato nel genere commedia romantica, ma ha certamente qualcosa di favolistico e di tenero ed è un'analisi della fragilità dei giovai. I protagonisti del film sono Michela De Rossi e Filippo Scotti, che conosciamo come l’interprete principale dell’ultimo film di Paolo Sorrentino E’ stata la mano di Dio.

Prendendo spunto dai cosiddetti human pup, e cioè le persone che si travestono da animali, e studiando, con l’aiuto di una psicologa, il disturbo schizoide della personalità, Gomez ha voluto raccontare l’incontro fra una ragazza affetta da depressione e un ragazzo che la sera a casa si traveste da cane. L’originalità di questa storia ha colpito i produttori Carlo Macchitella e Piergiorgio Bellocchio. E’ piaciuta anche ai Manetti Bros., che sono entrati nel progetto in qualità di produttori.

Dal 7 luglio al cinema, Io e Spotty ha avuto oggi la sua giornata taorminese. In attesa di Filippo Scotti, previsto per la sera, Cosimo Gomez ha incontrato la stampa, parlando dei temi del film, del lavoro con gli attori e delle sue fonti di ispirazione. Ecco le sue dichiarazioni.

Opera prima e opera seconda

Il passaggio dall’opera prima all’opera seconda è stato molto più complesso di quello che pensavo, perché Brutti e cattivi, che aveva avuto un buon risultato appena uscito, in realtà era un progetto che pensavo di poter fare tranquillamente e invece è andato incontro a mille difficoltà. Mi sono un po’ illuso che dopo il primo film avrei fatto subito il secondo. Ho più di cinquant’anni e quindi avevo la pelle abbastanza dura per poter accettare che girare un secondo film non sarebbe stato affatto facile. Io e Spotty è nato da una mail, ho scritto che non avrei più fatto un film, e l’ho scritto ai Manetti Bros., che conoscevo appena e che mi hanno risposto subito. Avevo mandato loro il soggetto, che avevo scritto insieme a Luca Infascelli e Giulio Morelli, e Antonio e Marco mi hanno detto: 'Ok, partiamo'. Così è cominciata quest’avventura, un percorso che ha avuto la pandemia nel mezzo, quindi è una gioia immensa per me essere qua.

Riferimenti e influenze

I riferimenti sono due o tre film che non sono italiani, uno è Lars e una ragazza tutta sua, che parla di un ragazzo che si fidanza con una bambola di gomma, un altro è Frank di Lenny Abrahamson, che è la storia di un uomo che si muove sempre con una mascherona di cartone, e poi Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry, una splendida commedia romantica, perché in fondo Io e Spotty parla di due anime gemelle. Anche nel modo di girare, ho cercato di rifarmi a una cinematografia che non è quella italiana. Ho girato con la macchina a mano, sempre con due o tre macchine da presa in contemporanea, non abbiamo mai montato un binario o un dolly. Ho guardato anche a Gomorra di Matteo Garrone. Girare così permette di cogliere i momenti magici di un attore, perché sei quasi a teatro. Questo è un linguaggio internazionale, e quindi ci si allontana dal presepe classico dell’inquadratura all’italiana.

Rispetto a Brutti e cattivi, che era un film molto costruito: nei costumi, nella scenografia e nelle riprese, Io e Spotty doveva sembrare una commedia romantica un po’ della porta accanto, e quindi lo stile doveva essere vero, non casareccio ma bello e nello stesso tempo pieno di verità, quella verità che ad esempio in Italia è nel cinema di Garrone, mentre all’estero la trovi nei film di Kechiche, Jacques Audiard e dei fratelli Dardenne.

Michela De Rossi e Filippo Scotti

Michela e Filippo arrivano dopo un lavoro molto lungo di casting. Filippo, che ancora non era il Filippo che tutti conosciamo, era comunque una spanna sopra tutti. Ovviamente, film dopo film, il regista ricalibra il rapporto con gli attori e migliora la capacità di dirigerli. Ho imparato anche io a la qualità di un attore e quindi ad ascoltare istintivamente quella voce che ti dice: "Mmmm, questo è quello giusto per questo personaggio".

Se uno leggesse oggi la sceneggiatura di Filippo Scotti, la troverebbe molto diversa dal film, perché con i due attori abbiamo fatto un lavoro di lettura molto approfondito. Avendo io 55 anni e loro 25, hanno trasformato, hanno suggerito, quindi le lunghe riunioni durante la pre-produzione sono servite forse a loro a impadronirsi del personaggio e al film di ottenere un equilibrio, perché Filippo e Michela sono diventati quei personaggi e hanno messo la loro vita nei personaggi. Ho dei ricordi bellissimi di questi momenti e del mio rapporto con loro due. In queste cose non c'entra tanto la tecnica quanto il cuore, e il fatto che pulsi o meno quando si sta lavorando.

Disagio mentale in salsa pop

In realtà il film ha basi scientifiche, e abbiamo voluto parlare dell'amore co-terapeutico. L'amore è veramente qualcosa che può curare. Ci siamo basati su questo, però alla fine un film deve essere qualche cosa che diverta, che commuova, e così abbiamo cercato di andare oltre il disturbo mentale raccontando la nostra storia in salsa pop e con tono accattivante.

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