Il professore cambia scuola: Incontro con il regista Olivier Ayache-Vidal

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Il professore cambia scuola: Incontro con il regista Olivier Ayache-Vidal

Basta un equivoco, una battuta detta così per dire, per sostenere la parte dell’intellettuale molto progressista, ascoltata dalla persona sbagliata, nello staff del ministero della pubblica istruzione, per far provare l’esperienza di un anno di insegnamento in una delle scuole difficili delle banlieue parigine a un autorevole insegnante di lettere di uno dei licei più prestigiosi della città. 

È questo lo spunto di partenza de Il professore cambia scuola, una commedia amara e malinconica, ma anche a tratti toccante e liberatoria, che racconta un nuovo capitolo del rapporto sempre fecondo e prolifico fra cinema francese e scuola.

Il professore è uno di quei volti che tutti abbiamo visto più volte in un film francese, magari senza ricordare il nome. Si chiama Denis Podalydès: lo amiamo molto al cinema, ma anche a teatro, dove ha interpretato grandi drammi e fa parte da più di vent’anni della prestigiosa Comédie-française.

Abbiamo incontrato il regista, Olivier Ayache-Vidal, a Parigi.

Il film è figlio di un grande lavoro di ricerca, non è vero?

È un tema delicato, perché spesso già raccontato al cinema, per me l’unico modo, non venendo dal mondo dell’educazione, era gettarmi sul terreno e passare del tempo vedendo cosa realmente succedeva in una scuola. Un po’ come facevo quando ero reporter. Ho scelto un liceo delle banlieue in particolare, quello che si vede nel film, in cui ho passato quasi due anni scolastici, stando con i ragazzi, andando anche in gita scolastica. In totale dall’inizio della preparazione all’uscita del film sono passati quattro anni.

Come è andato il casting dei ragazzi?

Ho scelto per coerenza di farlo nel liceo in cui mi trovavo, e in più girare lì mi ha permesso di avere tutte le porte aperte, era una scelta logica. 

Parlando di scuola, si parla di due generazioni diverse: dei ragazzi, ma anche dei professori?

Il nostro punto di vista era quello del professore, che pensa di essere molto bravo, ma non lo è con tutti gli studenti. Abbiamo cercato di riflettere su cosa voglia dire essere un insegnante, sui metodi di educazione. Come si adatta un insegnante abituato ad allievi molto istruiti quando si trova in un contesto così diverso?

Conoscere una materia non vuol dire avere le doti pedagogiche per poterla insegnare.

È esattamente questa la questione. Sono due aspetti molto diversi che costituiscono l’insegnamento. È come un pilota di F1 che non è detto abbia le capacità per essere un buon insegnante di scuola guida, pur sapendo ovviamente guidare bene. Penso che il cinema francese tratti molto il tema della scuola perché si parla di futuro e racconta qualcosa che tutti abbiamo vissuto, come studenti e poi magari come genitori con dei figli a scuola.

Com’è stato l’approccio per lei con l’altro lato della barricata, l’ingresso nella sala professori?

La prima volta ero come uno studente che si godeva il backstage, abituato al divieto che avevamo da ragazzi. Si sente di tutto, ci sono insegnanti molto ben disposti nei confronti degli allievi, altri al contrario ne parlano male, talvolta non scherzando. La cosa mi ha molto colpito, vedere la divisione in due fra chi parteggia per i ragazzi e chi è un professore perché non sa cos’altro fare; questi ultimi possono fare molto male agli studenti. Bisogna avvicinarli alla cultura, nutrirli, senza demagogia e con il giusto grado di severità.

Poi le riprese, con dei ragazzi che già conosceva. Come gli ha spiegato come si sarebbe svolto il film?

Li ho incontrati nelle vacanze o dopo le lezioni per spiegargli cosa sarebbe successo, gli ho fatto vedere le cose che avevo già fatto, grosso modo è stato come essere un loro professore. È stato molto facile, è andata senza problemi, a parte aspetti tecnici, come il gran caldo mentre giravamo in estate mentre loro dovevano essere vestiti come fosse inverno. Quando condividi con loro le cose poi diventa facile. Certo, all’inizio erano intimiditi, visto che erano abituati alle prove, quando riprendevo con il mio iphone, e il primo giorno di riprese si trovati con tutta la macchina del cinema. Il primo ciak è stato disastroso, recitavano totalmente fuori tono, i tecnici mi guardavano disperati. Poi gli ho detto che dovevano semplicemente essere loro stessi e fare come durante le prove e tutto è cambiato da subito.

Il personaggio del professore, interpretato da un ottimo Denis Podalydès, attraversa un percorso di rinnovata consapevolezza, viene cambiato dall’esperienza in una scuola di periferia; ma gradualmente, in maniera credibile.

Come spettatori amiamo vedere i personaggi cambiare, fare un viaggio che gli insegni qualcosa, ma nella vita raramente è brutale. È stato il lavoro della sceneggiatura, con dei piccoli avanzamenti come le lancette di un orologio. Qualche volta la mia esperienza di ricerca mi suggeriva delle modifiche che andassero nella direzione di un’ancora maggiore realismo. Non è sempre facile, ma bisogna sempre andare verso la verità del personaggio e per conoscerlo davvero ci vuole del tempo.

Avete presentato Podalydès prima delle riprese agli studenti?

Non hanno fatto molte prove, Podalydès conosceva bene il suo ruolo, i ragazzi conoscevano tutte le sequenze, visto che avevo utilizzato un professore per fare delle ripetizioni, per dargli la replica. Podalydès è venuto in giro per i corridoi qualche volta, prima delle riprese, e tutti l’hanno riconosciuto, ma non per le sue grandi interpretazioni della Comédie-française, ma per una commedia molto commerciale in cui interpreta un padre, Neuilly sà mere!. Non erano impressionati, ma avevano molto rispetto.

Per lui come è andata?

È stato catapultato in un universo diverso, ma essendo una persona molto intelligente non si è messo a pontificare, ma ha osservato e ha apportato delle cose fantastiche al film, come dei momenti di improvvisazione che hanno reso il film migliore.

C’è poi questa malinconia connaturata al mestiere di professore, che invecchia ogni anno mentre i suoi studenti rimangono della stessa età e gli passano sotto gli occhi per poco tempo.

È una malinconia che c’è soprattutto alla fine dell’anno, quando i professori, anche se sono stati molto duri con i loro studenti, sono tutti dispiaciuti di salutarli. Sono tutti toccati dall’esperienza con gli allievi, poi c’è la partenza, la separazione, che fa sempre male, e l’anno dopo si ricomincia.

Il professore cambia scuola uscirà nelle sale italiane il prossimo 7 febbraio.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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