Interviste Cinema

"Il passato in realtà non esiste": Ashgar Farhadi ci racconta il suo nuovo film

Abbiamo incontrato il regista iraniano, a Roma per presentare un film "fratello" del celebrato Una separazione.

"Il passato in realtà non esiste": Ashgar Farhadi ci racconta il suo nuovo film

Ashgar Farhadi è un uomo minuto e dallo sguardo deciso, che parla con lo stesso stile appassionato e meticoloso dei suoi film.
Siede a un tavolo di un lussuoso hotel romano, accompagnato dal connazionale Babak Karimi: che oltre ad essere attore nel suo ultimo film è anche, in questa occasione, il suo interprete dal farsi.
Farhadi è a Roma per presentare Il passato, il film con cui torna nelle sale dopo il successo internazionale (e l’Oscar) di Una separazione. Un film girato per la prima volta fuori dall’Iran, in Francia, interpretato da un cast internazionale che vede protagonisti Ali Mossaffa, Tahar Rahim e la Bérénice Bejo che per questa interpretazione ha vinto il premio come miglior attrice al festival di Cannes.

Impossibile non notare subito come, ad accomunare i due film, oltre ad uno stile di scrittura e regia ben riconoscibile nella sua precisione e nella sua eleganza ci sia il tema di una coppia alle prese con una separazione.
Una separazione e Il passato sono come fratello e sorella,” spiega Farhadi. “Sono due film che nascono uno dietro l’altro, che hanno due personalità indipendenti ma che fanno parte della stessa famiglia. C’è anche una sequenza che è comune a tutti e due: quella delle coppie protagoniste che si recano in tribunale per separarsi. Ma se nel primo la separazione avviene in quel momento preciso, in questo secondo il discorso è già chiuso da un pezzo, e si tratta solo di una formalità legale. La differenza vera è che qui di quell’evento, di quella separazione, vediamo le conseguenze.”

Con un titolo chiaro ed esplicito che più non si potrebbe, Il passato parla di ciò che è avvenuto, della sua soggettività, e del peso che getta sul presente e sul futuro delle persone. “La cosa triste è che il passato in realtà non esiste,” sospira il regista. “Esiste la nostra visione del passato, la nostra interpretazione soggettiva. Quando delle persone vivono assieme un evento, nell’immediato c’è una sorta di visione condivisa. Ma con il tempo ognuno di noi attua una sorta di correzione, una modifica, una censura rispetto a quel che è avvenuto. E allora, dopo qualche tempo, il passato diventa qualcosa di diverso. E che rischia di tenere prigionieri: questo film vede protagoniste una serie di persone che sono riunite e accomunate dal tentativo di voltare una pagina, di andare avanti. Sanno che è una cosa difficile e rischiosa, che ci sono delle conseguenze, e le affrontano. In qualche modo io lo dico subito, all’inizio del film, quando Marie va a prendere Ahmad all’aeroporto, lo carica in macchina e, facendo retromarcia, ha un piccolo incidente. È una piccola metafora, un avvertimento: siete lì, siete insieme, state per girare pagina ma attenti, che potete andare a sbattere, può essere pericoloso.”

Nel suo intrecciare con elegante complessità la storia di molti personaggi (una donna, i suoi figli, il suo ex, il suo nuovo compagno, la moglie di lui in coma), Il passato è implacabile, preciso e determinato nella sua dissezione dei rapporti (passati o presenti), dei legami, delle recriminazioni, dei blocchi. Ma lo sguardo di Farhadi è partecipe senza partigianerie: “Cerco solo fare come un chirurgo, di dissezionare una realtà, di portare alla vista una situazione privata e di mostrarla al mio pubblico. Ma il mio lavoro finisce lì: sarà ognuno di voi, poi, a concentrare l’attenzione sull’aspetto o sul personaggio che preferisce, io non voglio indicare nulla.”
E, a questa precisione chirurgica, Farhadi associa una precisione ed una cura minuziosa, che lui stesso indica come figlia delle tradizioni del suo paese: “Il fatto di lavorare in dettaglio, con una grandissima cura per ogni particolare, fa parte della cultura artistica iraniana. Pensate alle nostre miniature, ai migliaia di tratti che i nostri artisti utilizzavano per ritrarre le lunghe chiome femminili e che i pittori occidentali usavano una sola pennellata per rappresentare. Però, voglio sempre essere molto attento che questa cura per i dettagli non sia maniera, non diventi un fastidio per lo spettatore. Cerco di essere precisissimo ma di rendere questa precisione ordinaria, quotidiana, di farla percepire come vita reale e vissuta.”

Un tale atteggiamento, che parte dalla scrittura, obbliga il regista iraniano a trattare con i suoi attori in maniera particolare, una volta sul set, a ridurre la complessità e le sfumature: “Con i miei attori non parlo mai dei temi del film,” spiega. “Cerco di semplificare le cose per loro, per evitare di spaventarli. Prima delle riprese vere e proprie passo alcuni mesi a fare prove, ma sono più funzionali alla creazione di un vissuto dei personaggi che ad altro: proviamo solo alcune scene, o improvvisiamo situazioni che non sono nel film ma che possono esser successe ai personaggi.”

Per quanto poi Farhadi abbia intitolato così questo suo nuovo film, e ammetta di guardare molto al passato, di esserne affascinato senza per questo essere contrario al cambiamento o alla modernità, nel film e nella carriera dell’iraniano c’è una forte tensione verso il futuro. “Il mio film non indica però soluzioni o vie d’uscita,” commenta il regista, “mi limito a raccontare una situazione indefinita rispetto al passato dei protagonisti e si chiede cosa ci sia da fare per andare verso il futuro, senza dare risposte. Quanto a me, sento di aver ancora voglia di sperimentare, di avere io delle risposte. Vorrei provare a vedere quanto ancora io possa riuscire a rendere complesse e intriganti le storie che racconto. La mia è anche una reazione a un cinema standardizzato, a chi pensa che il pubblico voglia solo le cose semplici. Io penso che non sia così, e penso che il successo dei miei film lo abbia dimostrato.”

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